CHRIS POTTER «Got the Keys to the Kingdom»

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AUTORE

Chris Potter

TITOLO DEL DISCO

«Got the Keys to the Kingdom»

ETICHETTA

Edition Records


Se nasci a Chicago, passi l’infanzia nel South Carolina e dimostri una precoce propensione a suonare tutto quello che ti capita sottomano, è ben difficile che non venga permeato dalla forma archetipica del blues, in ogni sua più intima dinamica. La forza prorompente di una tradizione che resiste ad ogni succedaneo posticcio è quella che Chris Potter imprime in un live registrato giusto un anno fa al Village Vanguard e diventato un album: «Got the Keys to the Kingdom», fresco di stampa per la Edition Records (il suo quarto in tre anni per l’etichetta di Cardiff). Che Potter sia un talento fuori scala lo dimostra una biografia che lo portò a soli ventisei anni ad entrare in studio con un proprio progetto accompagnato da Scofield, Holland e DeJohnette e ad aver poi suo[1]nato, senza fare tanti elenchi, con l’Olimpo del jazz in circolazione, sedotto dalla sua musica torrenziale, colta e idonea a pressoché ogni contesto improvvisativo. Il tutto a voler trascurare venticinque al[1]bum solisti e circa 150 da sideman registrati nell’arco di trent’anni. Il di più che si sostanzia nelle sei tracce di questo live, il terzo al Vanguard dopo «Lift» (2004) e «Follow the Red Line» (2007), è riassumibile in un grado di maturazione che lo fa divertire con maggiore convinzione, piroettando tra brani tradizionali americani e internazionali, come un ragazzino sui tappeti elastici. Con tre compagni d’eccellenza, Potter trova un perfetto interplay nell’intenzione dinamica ed energetica: quasi un rito liberatorio dopo l’isolamento forzato da pandemia, sotto il segno del piacere di costruire scenari possibili su brani poco frequentati della tradizione. Desueti o difficili da collocare sotto il cappello di «standards», anche quando si tratta di Blood Count di Strayhorn o di Klactoveedsedstene di Parker. Apre questa session al Vanguard You Gotta Move, il brano di Mississippi Fred McDowell (ortodosso minore del Delta, fedele compagno di resofoniche e bottleneck), poi reso famoso dai Rolling Stones in «Sticky Fingers» del 1971, e balza subito evidente come la tradizione delle dodici battute diventi, negli arrangiamenti di Potter, l’humus prescelto per divagazioni armoniche e costruzioni modali. È proprio nella rielaborazione delle forme più arcaiche dei suoni del Sud che sta la maggior forza di questo album, che non a caso si chiude con la title-track, un gospel registrato nel 1929 per voce e zither da Washington Phillips e magnificamente inciso a cappella nel 1937 da Lillie Cogswell Knox, cresciuta in un angolo sperduto di quella South Carolina, lo stesso paesaggio sonoro che ha pervaso l’adolescenza di Potter. Negli arrangiamenti pregni di funk del sassofonista rientrano anche due brani più distanti dalla tradizione afroamericana, come Nozani Na, un canto tradizionale dei Paresì dell’Amazzonia brasiliana, reso fruibile da una riscrittura di Heitor Villa-Lobos, e Olha Maria di Chico Buarque, che si apre con un più che espressivo assolo di Colley, cui si unisce Potter e poi, per moduli, il resto del quartetto. È proprio in questo brano che si può gustare la trasformazione dei graffi malinconici costruiti per accordi diminuiti dell’originale in un jazz più aperto e teso a sottolineare sostituzioni e cadenze propense a tonalità maggiori. I brani di questo «Got the Keys to the Kingdom» sembrerebbero nati da un pensiero pianistico, uno degli strumenti preferiti da Potter per verificare le possibilità del vocabolario musicale, e messi al servizio della creatività condivisa; a Michael Brecker, cui spesso il musicista di Chicago viene appaiato, lo lega (oltre a un Selmer Super Balanced Action appartenuto allo scomparso sassofonista) soprattutto l’idea di non esser mai appagato né seduto su un punto d’arrivo; determinato, piuttosto, a spingere le possibilità timbriche in un terreno fatto di ipertecnica, limpidezza ed estro melodico su partiture tendenzialmente lontane da centri tonali definiti. Il risultato è una musica dove, a fronte di un significativo grado di complessità, tutto sembra semplice, divertente, naturale, come in un gioco complice tra amici di una vita.
Romano

pubblicata sul numero di aprile 2023 di Musica Jazz


DISTRIBUTORE

editionrecords.com

FORMAZIONE

Chris Potter (ten.), Craig Taborn (p.), Scott Colley (cb.), Marcus Gilmore (batt.).

DATA REGISTRAZIONE

New York, febbraio 2022.