«Picche Cause». Intervista a Natalia Abbascià

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«Picche Cause» è il tuo primo disco in solo: in che momento del tuo percorso artistico nasce l’esigenza di questo lavoro così personale?
«Picche Cause» nasce dal desiderio di capire come potevo cantare e suonare il violino contemporaneamente. All’inizio forse era più una sfida con me stessa ma poi nell’incontro con l’opera del poeta Pietro Stragapede si è trasformata in una vera e propria necessità. Solo allora sono riuscita a dare un senso profondo a quelle prime sperimentazioni.

Il titolo dell’album è enigmatico e suggestivo: quali significati racchiude e come dialoga con la musica che lo attraversa?
Picche cause, nel dialetto del mio paese – Ruvo di Puglia – significa «poche cose». La poesia di Pietro che dà il nome all’album, ha illuminato chiaramente ciò che sentivo dentro: stavo attraversando un periodo ricco di stimoli, ma allo stesso tempo ero alla ricerca di una stabilità che mi rappresentasse davvero. Tornare a «poche cose» significava per me ritrovare il tempo per osservarle e viverle con intensità. La poesia di Pietro mi ha dato coraggio; mi ha convinta che potevo scegliere di fare quelle poche cose, non solo nella musica ma anche nella vita e così è stato: ho abbandonato quella che credevo fosse la «sicurezza» per muovermi in un mondo incerto ma per me più reale. Ho dato spazio al silenzio e al vuoto per far nascere qualcosa di personale e realizzare un sogno.
La musica che ho composto vuole dialogare con questo mio modo d’essere, creare spazi sonori, ispirarsi alla tradizione e vivere la contemporaneità alla ricerca di verità.

Hai scelto di ridurre l’organico all’essenziale, affidandoti solo a voce e violino: cosa ti ha spinto verso questa sottrazione radicale?
Sottrazione radicale… mi piace questa espressione! Mi fa pensare a Miles Davis e allo studio del jazz. In tutte le masterclass di improvvisazione jazz che ho frequentato, mi portavo a casa sempre una frase chiave: less is more.
Come dicevo, il mio bisogno originario è stato quello di ricercare e sperimentare partendo da ciò che avevo: Il violino e la voce. Quelle potevano diventare le mie «poche cose». Invece di cercare fuori, ho deciso di andare dentro. Mi sono chiesta dove potevo arrivare con quello che ero in quel preciso momento; quali evoluzioni erano a me congeniali. La scelta di non inserire altri musicisti o l’ausilio dell’elettronica mi ha fatto sentire libera: posso muovermi senza fili, cantare in una grotta e ascoltarne le risposte acustiche naturali, approfondire l’uso degli strumenti che già conosco.
In verità poi non ho ridotto l’organico in ogni ambito. Ancora attivi e vitali sono gli altri progetti in cui sono coinvolta:
ci sono Le Scat Noir; trio vocale jazz con le amiche del cuore, Sara Tinti alla voce e al pianoforte e Ginevra Benedetti alla voce. E poi c’è il Tiumó Duo, progetto musicale dedicato alla riscoperta della musica antica e non solo, con l’amico Agostino Maiurano, chitarrista e liutista.

In che modo voce e violino, nelle loro possibilità timbriche, diventano strumenti narrativi all’interno del disco?
La voce pura, non impostata, racconta le origini attraverso un linguaggio autentico che sento appartenermi in tutte le sue sfumature, mentre il violino sembra dimenticarsi le tante ore di studio classico: viene percosso, pizzicato con groove, spostato dai suoi suoni primari. Diciamo che gliene combino di tutti i colori… però solo così sembra poter dire qualcosa in più di me.

La tua ricerca sembra muoversi tra intimità e sperimentazione: come hai tenuto in equilibrio questi due poli durante la composizione?
L’intimità è per me la compagna d’elezione dell’essenzialità: in fondo suono una sorta di «musica da camera». Mi do poi la possibilità di sperimentare in un ascolto profondo, lasciandomi attraversare dal suono ma anche dall’errore: accetto tutto ciò che emerge senza giudizio.

Che ruolo ha avuto la tradizione – pugliese o più in generale folk e world – nella scrittura dei brani, e in che modo l’hai trasformata?
I testi poetici di Stragapede sono intrisi della tradizione pugliese, e leggendoli mi ha stupito quanto anch’io, pur lasciando la mia terra a diciotto anni, la sentissi così viva in me. Musicalmente parlando, dopo anni di studio classico, mi sono resa conto che il violino in realtà può essere un principe nella musica folk. Le sonorità Mediterranee mi hanno riportata a casa: sono tornata da questo viaggio arricchita.

Come è cambiato il tuo modo di pensare la performance dal vivo dopo un lavoro così essenziale?
Questo progetto solista mi ha dato la possibilità di esibirmi in tante occasioni informali, ovviamente con esigenze tecniche ridotte. In particolare organizzando degli house concert a casa di amici e persone vicine potevo chiedergli liberamente dei riscontri: “Come vi sentite dopo trenta minuti di musica suonata solo con violino e voce? Vi manca qualcosa? Vi annoiate?”
Le risposte mi sembravano onestamente entusiaste e questo ha rafforzato la mia fiducia nel progetto. Inizialmente l’idea di essere sola sul palco con tanti silenzi mi metteva a disagio ma poi ho scoperto la forza di quei silenzi.
Quanto è scomodo stare con qualcuno in silenzio, senza parlare? Un mio carissimo amico, pianista jazz raffinatissimo, purtroppo scomparso un mese fa, mi diceva sempre: «Natalia, possiamo stare insieme anche in silenzio.».

Il Premio Scuola di Musica Popolare e il Premio Speciale Folk & World arrivano in un momento significativo: che valore hanno per te questi riconoscimenti?
Hanno un valore importante! Mi confermano che quello che sto facendo ha un senso che viene riconosciuto. Allo stesso tempo mi aiutano a definire il genere in cui si muove la mia musica.

Natalia Abbascià

Quanto c’è di autobiografico in «Picche Cause» e quanto, invece, di immaginario o astratto?
Moltissimo di autobiografico. Vorrei vivere come nella poesia: in campagna o al mare, guardando la luna, suonando sotto gli alberi e mangiando ciò che coltivo. È un’immagine che porto con me da tanto tempo. Non so se la realizzerò, ma mi fa bene anche solo immaginarmi così.
Scegliere di fare poche cose, cercare la propria essenza e apprezzare ciò che si ha è un augurio, ma anche una forma di rivoluzione; forse addirittura un’utopia. La poesia di Pietro si conclude così: «E basta, più nulla. Se la vita la riempi di cose, diventa essa stessa una cosa.»

Dopo questo debutto in solo, senti di aver aperto una strada definitiva o «Picche Cause» è soprattutto un punto di passaggio?
È una strada che sento di voler continuare a percorrere. Mi rende felice pensare di poter continuare a lavorare ancora sulla fusione tra violino e voce. È ciò che sono ora: niente di definitivo, ma in continuo movimento.

Qual è il background culturale di Natalia Abbascià?
Ho studiato violino classico e canto jazz, e da molti anni studio bel canto a Bologna. Questa fusione di generi mi ha donato elasticità e mi ha aiutata a trovare la mia voce. Inoltre, fondamentale per lo sviluppo del mio lavoro, è la ricerca che opero parallelamente su corpo e voce: un corpo che rivela forze e debolezze e una voce che è suono dell’anima e strumento privilegiato delle emozioni. Il metodo Feldenkrais, la bioenergetica e lo yoga sono parte integrante della mia musica.

Natalia Abbascià

Quali sono i tuoi obiettivi e quali i tuoi prossimi impegni?
Il mio obiettivo principale è donare la mia musica e far viaggiare queste Picche Cause. Il prossimo appuntamento in solo è il 22 febbraio proprio al Teatro del mio paese di origine, dove presenterò il disco all’interno di Sonoro Sud, il festival ideato per Ruvo di Puglia da Livio Minafra. Dopo di me si esibirà Rachele Andrioli, cantante pugliese che adoro. Magari suoneremo insieme… Almeno lasciatemelo sognare! Delle volte funziona. Altri appuntamenti di grande importanza per me saranno a Pesaro con un opening act alla grande e storica cantante jazz, Sarah Jane Morris; la finalissima del premio Alberto Cesa all’interno del festival Folkest ed il concerto delle Scat Noir alla Filarmonica di Trento dopo il successo al concorso I Suoni delle Dolomiti 2025.
Alceste Ayroldi

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