Paolo Fresu: nella tavola come nella vita

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Paolo Fresu (foto di Roberto Cifarelli)
Paolo Fresu (foto di Roberto Cifarelli)

Eleganza e un fisico scolpito, un’asciuttezza nuragica illuminata dalla luce intensa degli occhi: il sardo Paolo Fresu è il jazzista italiano più conoscito a livello internazionale – centinaia di dischi, concerti in tutto il pianeta, una sfilza di premi prestigiosi italiani e non, collaborazioni eccellenti, tante idee e progetti

Irrefrenabile fin da quando lascia Berchidda e insegue il suo sogno, che lo porterà a suonare e incantare animi in giro per il mondo e che farà dichiarare al noto quotidiano argentino in lingua inglese Buenos Aires Herald che “Fresu is one of those musicians who come from time to time to remind us why jazz is so special and unique”. E non è poco.

Abbiamo “catturato” per qualche istante questo spirito visionario e creativo per scoprirne il Lato G, quello gourmet, insomma. E abbiamo subito appurato che a Paolo Fresu piace mangiare, e mangiare bene.
«Non mi diletto ai fornelli, purtroppo, e mi dispiace. Non so cucinare se non i pochissimi piatti che mi ha insegnato mia madre, essendone molto goloso. Uno dei miei piatto preferiti è proprio quello che mi fa ancora oggi mia madre quando torno in Sardegna: la minestra con il bordo di carne con dentro il formaggio filante. La mangio anche in piena estate con 40 gradi…rigorosamente bollente!»
Ce ne sono altri, naturalmente, che apprezza molto – a Paolo piace scoprire le cucine regionali e naturalmente quelle del mondo: «Sono praticamente onnivoro!». Sì, ma sevolessimo identificare i tratti di una cucina preferita? «Certamente una cucina con i sapori definiti e netti – ammetto volentieri una predilezione per le tradizioni gastronomiche italiana, giapponese, cinese e coreana».
E se parlassimo di una cucina emozionale, cosa viene alla mente?
«Considero emozione tutto quello che viene vissuto e assaporato con passione. Nella tavola come nella vita. Mi immagino dunque una cucina emozionale come un viaggio della scoperta. Viaggio da fare possibilmente in compagnia, soprattutto con le persone con le quali si vuole condividere qualcosa. Da questo punto di vista, credo che il desco sia un agorà straordinario, che può raccontare anche quello che siamo. In particolare, amo molto addobbare la tavola, è un modo per esprimere me stesso, e con il cibo, mi piace bere del buon vino. E poi l’emozione dei sapori va accompagnata da una buona musica, anche questa emozionale. Mi piace durante il pasto cambiare spesso musica esattamente come si cambiano piatti, pietanze e vini.»
Un esempio di musica che crede possa fare da sfondo per completare l’esperienza?
«Sono importanti, a mio avviso, i suoni e il loro mix. Esattamente come per la cucina. Musica e cucina vanno totalmente d’accordo e sono l’esatta rappresentazione di quel viaggio immaginario che traversa tutto il mondo con le sue differenze. Chissà che l’emozione non stia proprio in questo. Mix di colori e aromi: sono parte della cucina come della musica. I suoni del jazz sono la quintessenza del meticcio. Un grande minestrone di sapori e profumi, con talvolta note piccanti.»
Una immagine calzante e insolita, questa, che ci fa chiedere a Paolo come si immagina una cena emozionale:. menu, musica e gli ospiti, reali o immaginari.
«Vedo piatti tipici da tutto il mondo, preparati da più di un cuoco. Sottofondo di musica jazz, naturalmente, ma anche classica e folk, da tutto il mondo. Peter Gabriel sarebbe sicuramente mio ospite, seduto magari tra un jazzista e un griot del Mali… E se passassero di lì, inviterei i ragazzi austriaci dell’Orchestra vegetale che avrei voluto portare al mio festival sardo in occasione dell’edizione incentrata sul tema “Cookin’ Jazz”». Colonna sonora? «Musicalmente forse inizierei con Maria Bethânia, proseguirei con i musicisti del Mali Terakaft con la loro trance hendrixiana, per arrivare, ma solo alla fine della cena, a un Miles Davis d’annata come Kind of Blue. Poi, dopo un buon Armagnac…» Dopo l’Armagnac? Sorride sornione: «La scoperta del nuovo e dell’inaspettato».

Francesca Tagliabue

Paolo Fresu (foto di Manuela Abis)
Paolo Fresu (foto di Manuela Abis)