Otto: «La musica è respiro, è vita»

di Pietro Scaramuzzo

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Otto (foto di Caroline Bittencourt)
Otto (foto di Caroline Bittencourt)

Otto, l’ex percussionista di Naçâo Zumbi e Chico Science, parla di «Ottomatopeia», un album dalla forte ispirazione sociale e politica.

L’ultima traccia lasciata sul mercato fonografico da Otto porta il titolo «The Moon 1111» e risale al 2012. Immediatamente dopo, l’artista pernambucano si è ritirato in un periodo sabbatico interrotto solo pochi mesi fa per la pubblicazione di un nuovo lavoro dal titolo «Ottomatopeia». Ricco di nuances più brillanti e sonorità più distese, il disco sembra decretare una nuova fase artistica per Otto che si palesa già nelle prime note di Bala, brano di apertura del disco. I toni gravi del passato sembrano, in questo nuovo lavoro, pervasi da una luce diversa a dimostrazione di quanto cinque anni di silenzio siano serviti al pernambucano a raggiungere un nirvana artistico inedito. Certo non manca il tumulto delle percussioni, ma i riff che li sostengono ne smussano le asperità, in un risultato complessivo più rotondo e gradevole. Qualche nota di malinconia, affidata alla chitarra di Guilherme Monteiro, affiora in Soprei, un misto di bolero e carimbó. Emerge in «Ottomatopeia» soprattutto una grande voglia di condivisione. Carinhosa vanta la presenza dell’artista capixaba Zé Renato, Pode falar, cowboy! è arricchita dai sintetizzatori di Donatinho, figlio di João Donato, mentre Teorema, composizione tecnobrega dal ritmo e dalla melodia coinvolgenti, si affida alle corde di Manoel e Felipe Cordeiro. La collaborazione che più sorprende, però, è quella con la cantante di sertanejo Roberta Miranda nel brano Meu Dengo, che descrive uno dei momenti più intensi del disco. A chiudere il cerchio Orumilá, dove l’ispirazione afro-brasiliana si fa si fa assolutamente presente rendendo lasciando in secondo piano la chitarra elettrica di Andreas Kisser. Tirando le somme, questo nuovo lavoro è sicuramente di grande spessore, nonostante, probabilmente, non soddisfi a pieno i fan di vecchia data, quelli saldamente legati a capolavori come «Certa manhã acordei de sonhos intranquilos» (2009) o «Samba pra burro» (1998). È innegabile, però, che Otto oggi sia più maturo sotto ogni aspetto. E per un artista non è cosa scontata.

Sono passati cinque anni dal tuo ultimo disco. Cos’è successo in questo tempo? 
Per circa due anni ho fatto concerti in Brasile. Avevo una gran voglia di allargare il mio pubblico e, in un certo senso, di cambiare la mia visione del futuro. A questo si è aggiunto il caos politico in cui è affondato il Brasile. Tutto questo mi ha tenuto lontano dalla composizione e dallo studio. Solo dopo il golpe mi sono reso conto che comporre era diventata una necessità.

Il titolo del disco è molto interessante soprattutto per l’assonanza con la parola onomatopea. Spiegaci meglio.
Mi sono sempre piaciute le parole onomatopeiche perché rappresentano dei suoni. Un amico di New York mi ripeteva sempre una specie di filastrocca: unomatopeia, ottomatopeia. Poi un giorno ho sognato che mi diceva che avrei dovuto intitolare il mio disco in questo modo e così è stato. Credo che questo lavoro rappresenti la mia capacità di trasformarmi, le mie molte facce, la mia ricerca musicale, le mie idee.

Otto (foto di Caroline Bittencourt)
Otto (foto di Caroline Bittencourt)

Rispetto ai precedenti lavori, «Ottomatopeia» offre sonorità più distese. Com’è cambiato Otto in questi anni?
Credo che il tempo trasformi l’artista ed è esattamente quello che è successo a me. In questo periodo ho sperimentato molte cose e oggi posso godere di tutto quello che ho imparato. Il mondo è diventato un brutto posto dove vivere e io cerco rifugio e calma nei sentimenti. Mi piace parlare più di amore, un sentimento necessario in tempi così difficili. Canto il Brasile, e questo senz’altro offre una certa leggerezza alla musica.

Cosa ha ispirato questo disco?
La copertina, come puoi vedere, è ispirata al quadro di Caspar Friedrich, esponente del romanticismo tedesco, intitolato Il viandante sul mare di nebbia. La tela mostra un uomo che osserva il mondo dall’alto. A quarantanove anni mi sento in grado di guardare il mondo con più chiarezza. L’altra ispirazione è stata il fotografo giapponese Araki Nobuyoshi, con i suoi suoi ritratti sul bondage che mi fanno pensare alla tortura politica cui è sottoposto il Brasile. È difficile raccontare tutto ciò che mi ha influenzato. Nel disco cerco di parlare di umanità, dell’uomo contemporaneo, dei sentimenti che governano il mondo.

In che modo l’esperienza con la band Nação Zumbi, di cui hai fatto parte, continua ad influenzare la tua musica?
I Nação Zumbi hanno influenzato molta gente. Ho iniziato la mia carriera musicale con Chico Science. Sono un loro grande fan e Pupillo, il loro attuale batterista, è il produttore dei miei dischi.

Com’è nata la collaborazione con Roberta Miranda?
Roberta è una cantante, compositrice e artista amata da tutto il Brasile. Ha un carisma fantastico. È una persona speciale che mi ha prestato questo brano e ha voluto registrarlo con me. Una voce meravigliosa. È lei che regalato al disco più Brasile, più sentimento popolare e talento.

Nel disco ci sono altri ospiti come Zé Renato e Andreas Kisser. In che modo questi artisti hanno contribuito al tuo disco?
Zé Renato è un grande cantante e compositore. Un genio della MPB che è riuscito a elevare la mia composizione. Scrivere un testo su una sua melodia è stato un grande onore. Andreas Kisser è il chitarrista dei Sepultura, una delle più grandi band del mondo. È un musicista fantastico e la sua presenza è un altro regalo che mi è stato fatto. Il brano in cui suona è meraviglioso grazie a lui. Sono molto grato a tutti loro.

Otto «Ottomatopeia»
Otto «Ottomatopeia»

Sei pernambucano ma vivi a San Paolo. In che modo queste due terre convivono nella tua musica?
Nella mia musica c’è così tanto di Pernambuco che non saprei da dove iniziare. San Paolo è il mondo. Credo che le due cose si equilibrino. Sono molto fortunato nel vivere in un Paese così ricco culturalmente. Il Brasile è l’ombelico del mondo. Non esiste una dimensione personale, c’è il tutto. E questo tutto è molto variegato.

Appartieni ad una nuova generazione di musicisti. Come definiresti questa nuova fase nella musica brasiliana?
Credo che il Brasile, e in generale il mondo, viva un momento di grande libertà intellettuale grazie all’avvento di internet. La mia generazione è meravigliosa. Pensa agli artisti che hanno contribuito al mio disco: Alberto Continentino, Guilherme Monteiro, Kassim, Pupillo, Andreas Kisser, Donatinho. Sono tutti musicisti geniali. La musica brasiliana continua ad avere quello slancio creativo che ha sempre caratterizzato il Brasile come uno dei Paesi più ricchi dal punto di vista musicale.

Che però sta affrontando una fase politicamente drammatica. Riesci a vedere la luce in fondo al tunnel?
Il Brasile e la sua democrazia sono vittime di un golpe. Settori conservatori e retrogradi della politica hanno preso il potere. È molto difficile vivere in questa deriva fascista e antidemocratica. L’unica via di uscita è quella di nuove elezioni dirette. È fondamentale che si restituisca al popolo il diritto di scelta. Autonomia popolare. Michel Temer, Trump, Putin sono dei pazzi e mi fanno paura.

Come vedi il futuro della musica brasiliana?
Credo che ci sia ancora tanta strada da fare, ma la musica salva culturalmente il popolo. Restaura, educa. So che è difficile dirlo per chi è già sul mercato, ma ci sarà sempre grande spazio per la musica indipendente, libera, poetica. É in questi momenti di rottura sociale, di razzismo, di intolleranza che nascono grandi artisti, capaci di cambiare in meglio la società. Credo nella salvezza offerta dall’arte, dalla musica.

E che musica ascolti?
Sono un eterno romantico. Mi piacciono il jazz, il pop, il rock, il samba, la musica classica, l’hip-hop. Mi piace la musica del mondo, l’elettronica. Mi piace ballare. Mi piace il nuovo, il vecchio. La musica è respiro, è vita.

Stai iniziando una tournée per promuovere il tuo disco in Brasile. Pensi di suonare in Europa?
Incrocio le dita perché vorrei suonare in Europa già la prossima estate. Mi piacerebbe suonare soprattutto in Italia, Paese che amo e al quale vorrei mostrare il mio lavoro.

Pietro Scaramuzzo