ONJGT di Paolo Damiani e Ambrose Akinmusire Quartet

Doppio concerto sotto i pini di Villa Osio.

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ONJGT

Roma, Casa del Jazz
6 Luglio 2022

Serata di doppio concerto, con due esibizioni molto attese: la prima uscita pubblica della «nuova» Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti di Paolo Damiani e il quartetto del trombettista Ambrose Akinmusire, anch’esso ampiamente rinnovato.

L’Orchestra giovanile prodotta dalla Fondazione Musica per Roma, alla prima esibizione dell’anno, riparte da una formazione largamente innovata che vede schierati: Camilla Battaglia (voce), Anais Drago ed Eloisa Manera (violino), Francesco Fratini (tromba) Michele Tino (sassofoni), Sophia Tomelleri (tenore), Michele Fortunato (trombone), Giacomo Zanus (chitarra), Federica Michisanti (contrabbasso), Nazareno Caputo (vibrafono) e Francesca Remigi (batteria). La sua direzione è sempre affidata a Paolo Damiani (naturalmente anche al contrabbasso). Assente giustificato Federico Calcagno (clarinetti), impegnato in Olanda.
Tutto è nuovo entro la consueta cornice, per questa quarta edizione dell’Orchestra, che vede mantenuti in formazione soltanto Drago, Fratini e Fortunato. La Battaglia è invece recuperata dalle origini. Ma, come abbiamo avuto modo di scrivere molte volte, il forte ricambio dell’organico risponde anche ad una delle idee di base, che si è poi mantenuta: «figliare» dei musicisti di successo e mandarli in giro per il mondo. A ciò corrisponde in qualche modo anche il modello di filiera, che si appoggia anche al Top Jazz di questa rivista, assorbendo in seno alla formazione molti dei giovani talenti affermatisi nel referendum della critica. Questa evoluzione ha progressivamente condotto, sempre con maggiore frequenza, alla scelta di musicisti giovani o giovanissimi, ma già piuttosto affermati.
Se la terza formazione aveva presentato un organico giocato su modularità e raddoppi «a specchio», quello attuale si presenta di tipo più tradizionalmente jazzistico (ammesso che il termine abbia ancora un reale significato). Non è stata innovata, invece, una delle più interessanti pratiche interne all’organico, fortemente voluta da Damiani: stimolare i componenti alla presentazione di pezzi propri, in modo da garantire l’affinamento di attitudini compositive.
La scaletta di debutto è stata così la seguente: Mingustastu (Tomelleri), Come vento di taglio sulla pelle (Damiani), A Third Stream Story (Fratini), Foresee(h)er (Battaglia), Ken, Brez & Church (Damiani), Modules + Continuous Cities (Remigi/Manera), Ripper Spring (Tino). Ci sono parsi meritevoli di menzione particolare i brani di Fratini, Remigi/Manera (raccordati in una mini suite da Damiani) e Tino.
L’assetto di cui si è detto garantisce una maggiore visibilità ai fiati (i «veterani» Fratini e Fortunato, ma anche Tino, sono stati sugli scudi), mentre è parso notevole l’apporto incrementale, in termini timbrici, del vibrafono. Come è assai facile intendere, sarebbe estremamente frettoloso giudicare la formazione alla luce di questa prima uscita, ma la sensazione è che gli assetti potranno andare incontro ad una rapida evoluzione, destinata probabilmente a produrre risultati di valore in termini abbastanza brevi. Non rimane dunque che attendere.

La seconda parte della serata era dedicata al concerto, altrettanto atteso, del quartetto di Ambrose Akinmusire, che vedeva la presenza, accanto al trombettista di Oackland, di un gruppo rinnovato per metà, con Fabian Almazan al pianoforte, Arish Raghavan al contrabbasso e Timothy Angulo alla batteria. Il musicista, forte dell’accoglienza di grandissimo rilievo riservata dalla critica al proprio album «On The Tender Spot Of Every Calloused Moment» (2020, Blue Note), ripresa appieno l’attività concertistica, ne porta ancora in tour i contenuti. Del quartetto del disco è rimasto però il solo Raghavan al contrabbasso, perché alla prima sostituzione di Sam Harris con Almazan, al pianoforte, ha fatto pure seguito quella di Justin Brown con Angulo, alla batteria.
La musica risente soltanto in parte delle variazioni di organico: indubbiamente Harris e Almazan sono pianisti molto diversi fra loro, ma il nuovo è di conio finissimo (del resto figlio di una scuola formidabile come quella cubana) e le diversità sono messe a profitto sotto forma di contrasto, così non depotenziando la resa drammaturgica della musica e, anzi, in qualche modo accentuandola. In questo contesto, Raghavan svolge in modo inappuntabile il suo ruolo consueto. Angulo (scuola Sorey), dal canto proprio, si rivela una macchina ritmica inarrestabile, in grado di rubare l’occhio (e l’orecchio) per l’intera serata.
Akinmusire è un leader perfetto: non toglie visibilità ai propri compagni di viaggio e costantemente li incita, spronandoli a una condotta «d’assalto» che fa subito salire la temperatura della serata, poi riservandosi puntuali ingressi obliqui, di quinta, che creano spazi oppure li sfruttano con l’introduzione di precise campiture. Pur in possesso di uno squisito magistero strumentale, sempre personalissimo, non ne abusa mai.
La musica ovviamente se ne giova, perché questo atteggiamento di grande equilibrio è anche nella composizione, nell’assetto che bilancia scrittura e momenti di libertà e sa abilmente mescolare rimandi alla tradizione e sonorità di oggi, sfruttando appieno il nuovo senso di un meticciato globale, tanto complesso quanto ineluttabile. È musica per tempi difficili, ma non è essa stessa tale, rimanendo consapevolmente aperta alla globalità, ai contenuti sociali e a tutti i suoni della contemporaneità, nessuno escluso.
In questo senso, è anche perfettamente riuscito il gioco del coinvolgimento del pubblico, condotto con gusto e semplicità, senza affettazione, in un atteggiamento di freschezza che la platea sa cogliere e apprezzare. Del resto, è musica che non difetta di impatto emotivo, che mira piuttosto costantemente a generare, pur senza trucchi, in un sapiente succedersi di tensioni e rilasci.
La serata scorre così compatta e veloce, mettendo in fila, in alternanza, momenti concitati o più intensi (Tide of Hyacinth, Mr. Roscoe (Consider The Simultaneous), Moon (The Return Amplifies the Unity), Blues (We Measure the Heart with a Fist)) e spazi di più assorta riflessione o astratta rarefazione (Yessss, An Interlude (That Get’ More Intense), Reset (Quiet Victories & Celebrated Defeats), Roy).
Una serata perfetta.
Sandro Cerini