Monk in Pieces

A colloquio con Billy Shebar, regista dell’importante documentario su Meredith Monk da poco proiettato con grande successo di critica e pubblico

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«Imparavo a conoscere il mio corpo attraverso la musica, mentre gli altri imparavano a conoscere la musica attraverso i loro corpi». Queste parole di Meredith Monk, estratte dal film documentario di Billy Shebar, a lei dedicato e intitolato Monk in Pieces, racchiudono il significato più intimo della cantante-performer americana in rapporto con la sua arte. Da quasi sei decenni Meredith Monk ha intrapreso un cammino arduo, ma nel tempo molto gratificante, attraverso il quale ha semplicemente rivoluzionato il significato della voce umana, che sia canto, espressione linguistica o gutturale, in rapporto alla musica e alla gestualità del corpo. Nessun altro artista ha mai raggiunto il livello estremo, eccelso nella sua realizzazione formale, che la Monk è riuscita a conseguire. La frase di cui sopra si riferiva al periodo di apprendimento a scuola di danza e canto, quando la giovane Meredith cominciava a percepire il senso ultimo del suo essere una «performing artist», cioè una donna capace di trasmettere con il corpo, i movimenti, la voce e infine l’appropriamento dello spazio circostante, una proiezione del tutto subliminale delle vibrazioni corporali fino a coinvolgere, anche inconsapevolmente, lo stesso pubblico a lei di fronte. 

È chiaro che siamo al cospetto di un’artista straordinaria, unica fino a creare una propria stregua di adepti, per la quale i concetti di musica, danza, gestualità, vengono totalmente sublimati in un tutt’uno impossibile da sezionare, se non sradicandone lo stesso valore espressivo. Assistere a una performance della Monk, sia con il suo gruppo che da sola, può scuotere le basi stesse della propria percezione di cosa sia cantare, muoversi, danzare, emettere versi, trasmettere con tutto il corpo l’intima essenza vitale. Per una fortunata coincidenza di eventi, ciò è successo a chi scrive, quando più di quaranta anni fa si è trovato ad assistere dal vivo a un’esibizione solitaria dell’allora ancor giovane Meredith. Fu a Roma, al teatro Argentina, durante una rassegna di musica contemporanea. Il ricordo di quel concerto e del successivo incontro nel camerino con lei, riemerge ogni qualvolta – e sono state davvero innumerevoli le occasioni – in cui mi sono trovato a raffrontarmi con la sua arte. Sì, proprio il raffronto personale è la definizione che trovo più giusta, e che per una non casuale sintonia è proprio il metodo usato dal regista e produttore Billy Shebar nel suo racconto di ciò che è stata ed è Meredith Monk. 

Il film inizia con degli operai che stanno minando un muro e subito lo fanno esplodere di fronte a noi, e poi si conclude con la nostra artista da sola, a casa sua, che prepara con gesti consumati una colazione. Esplosione e solitudine: due parole che possono definire l’arte così speciale di questa donna, da ragazza carina, vivace, indomabile; da anziana consapevole di ciò che ha fatto e di ciò che farà, ma da sola, con i suoi pensieri e i suoi appunti attaccati su foglietti di carta sulla parete della cucina. Lo sappiamo, in fondo, che tutti i grandi artisti sono solitari, anche quando sono in mezzo alla gente. Ma dentro di loro, e certo Meredith non fa eccezione, si muove un fuoco indomabile che avvolge chiunque si avvicini o ne venga minimamente in contatto. Non si esime perfino il presidente Barack Obama quando in una cerimonia intima le conferisce la Medaglia Nazionale delle Arti, il più alto riconoscimento al valore artistico negli Stati Uniti: nell’abbraccio susseguente è racchiuso il senso della trasmissione di valori importanti, radicati nel senso ultimo della bellezza. Obama sembra ancora più emozionato della stessa Monk. Shebar, che qui di seguito leggeremo, non solo ha capito tutto ciò ma lo ha saputo trasmettere con una sensibilità di stoffa finissima: quella che serve per raccontare il mondo di un’artista speciale. 

Il regista, che per sua e nostra fortuna ha avuto modo di andare fino in fondo nell’animo della Monk seguendola ogni dove, al lavoro, a casa, con i collaboratori (una delle cantanti del suo gruppo, Katie Geissinger, è proprio la moglie di Shebar) al punto che i novanta minuti del film passano così veloci che alla fine vorremmo vedere ancora altre immagini, altre parole, canti e altri gesti che fendono l’aria con precisione consapevole, con grazia infinita. Di Meredith Monk esiste una discografia molto estesa che documenta appieno l’evoluzione dell’artista, anche se è necessario sostenere che il solo ascolto della voce e della musica, privo della gestualità, dei movimenti, degli sguardi, dei respiri infine che una performance dal vivo può dare, ne riduce decisamente l’effetto totalizzante che è caratteristica della nostra artista. Sicuramente, però, consigliamo almeno il cofanetto ECM che racchiude la cospicua discografia della Monk per la nota etichetta di Monaco: s’intitola «The Recordings» e sono ben tredici cd usciti nel 2022 per celebrare l’ottantesimo compleanno della nostra artista. Per chi non lo avesse già o chi non conoscesse la Monk è consigliato come un investimento sul futuro, con alto rendimento in termini di bellezza.  

Billy Shebar, puoi raccontarci quando e com’è nata l’idea di fare un film documentario su Meredith?
Bisogna andare molto indietro nel tempo: nel 1989 Meredith chiamò mia moglie, Katie Geissinger, a collaborare con lei per una nuova produzione, Atlas, un’opera per diciotto voci con orchestra [poi pubblicata su album da ECM nel 1993, ndr.], che a tutt’oggi rimane come un caposaldo nella sua carriera. Durante quel periodo di prove Katie portava a casa qualche disco di Meredith da ascoltare: ne rimasi subito colpito. Non avevo mai sentito nulla di simile prima di allora, dunque andai ad assistere alle prove per seguire bene il modo in cui quella musica si evolveva. Di conseguenza cominciai a conoscere Meredith non solo come artista, ma anche come persona con le sue storie di vita. La relazione tra noi è poi proseguita nel tempo, ma l’idea di creare un film è emersa circa cinque anni fa.

Fu difficile convincerla a realizzare il film?
Non proprio. Eravamo ormai molto amici, io avevo già iniziato da tempo a fare il regista e poi, nel 1997, quando nacque il figlio di Katie e me, andammo sempre insieme in tournée per il mondo. Si era creato un rapporto davvero stretto fra noi, praticamente una relazione di famiglia. Del resto Meredith si era anche interessata ai miei film, che le piacevano molto. La scelta di lavorare assieme divenne quasi naturale. 

Meredith è un’artista davvero speciale, quindi immagino che tu avessi già in mente di fare un documentario del tutto anticonvenzionale.
Proprio così. Non pensavo di seguirla con la camera e fare delle semplici interviste: mi interessava soprattutto di vederla in azione, al lavoro nelle prove, al backstage, in scena. In pratica avevo in mente una struttura a mosaico: partivo da un brano, da una scena e da lì con lei ne ricostruivo la genesi e la struttura. Proprio per andare più addentro possibile nel suo modo di lavorare. Comunque credo che il filo conduttore che porta al mosaico totale sia la narrazione che si sviluppa all’interno del loft dove lei vive da sempre, a Tribeca. Il fascino di Meredith proviene dalla sua forte personalità.

Infatti credo che tu sia riuscito appieno nell’intento di mostrare ciò che è Meredith Monk, dentro e fuori di lei. Ecco perché il tuo film è atipico come documentario. Ti chiedo: perché hai voluto chiamarlo «Monk in Pieces»?
Volevo un titolo che in qualche modo indicasse la struttura a mosaico del film. I «pezzi» della storia di Monk vanno dagli anni sessanta fino ai giorni nostri, ma non seguendo un percorso del tutto cronologico, quindi da un punto temporale ne consegue un altro. No, il filo centrale è la sua personalità, quindi se vuoi il mosaico è costruito in modo emozionale. 

Allora mi sembra che il tuo lavoro sia costruito come un brano musicale, non in maniera narrativa.
Sono d’accordo con te: l’idea era proprio quella di fare un lavoro omologo all’arte di Meredith, più che raccontarne la storia. Se vuoi più come un compositore che come un semplice filmmaker. 

Meredith Monk ®John Rogers

Per questo non ci si annoia mai nel vederlo.
Bisogna dare molto credito per questo alla montatrice con cui ho lavorato, Sabine Krayenbuhl, che ha fatto un’edizione brillante dalla gran massa di materiale che avevamo girato. Abbiamo lavorato come se avessimo dovuto costruire un album di musica, non un prodotto filmato. Anche quando abbiamo inserito dei brani con disegni animati, centrando il momento giusto che potesse coincidere col valore della musica e delle parole di Meredith, senza perdere il filo centrale. Ogni pezzo del mosaico è come una canzone. Questa è stata anche la sfida affrontata nel costruire il film. 

Quando sei arrivato alla fine, al risultato definitivo del lavoro, hai mai avuto in mente di aver perso qualcosa per strada? Di non essere riuscito a far vedere in totale la personalità e l’arte di Meredith Monk?
No, non credo. È vero che gran parte della personalità di Meredith è decisamente protettiva, proprio in virtù delle sfide che ha dovuto sostenere nella sua vita, soprattutto negli anni giovanili quando doveva imporre se stessa con un’arte fuori dal comune. Quindi ci sono due fattori importanti in lei: da un lato un aspetto segreto che non vuole esporre a tutti i costi, e dall’altro un nucleo di personalità molto esigente con se stessa e con gli altri. Abbiamo cercato di fare emergere il più possibile questi aspetti della sua personalità, proprio perché non volevo fare una biografia. Del resto anche lei non voleva che venisse fuori qualcosa di agiografico. Se ci pensi bene quando qualcuno ti sta filmando per farne un documentario, tu ti senti automaticamente vulnerabile e nel suo caso, conoscendola, sapevo che sarebbe stato non facile lavorare in quella direzione. Per questa ragione le sono molto grato: ha dimostrato una fiducia e una generosità enormi nei miei confronti e mi ha dato la più totale disponibilità. Pensa che, seppure durante la lavorazione mi chiedeva: ma vuoi davvero mettere questa cosa? Vuoi aggiungere anche questo? Poi non ha voluto neanche vedere il girato. Si è fidata totalmente fino alla prima del film, che è stata al festival di Berlino.

Ricordo una sua frase dopo la proiezione della prima newyorkese che mi lasciò quasi di stucco: «Ho fatto qualcosa per la quale non avevo il controllo totale, e ciò è davvero strano per me!».
Esatto! Ricordo bene! Durante i primi tempi della lavorazione lei cercava di suggerire, di dare consigli, ma col passare del tempo ha lasciato che seguissimo il nostro percorso. Il che, ti assicuro, non solo è stato inusuale per lei, ma del tutto gratificante per me. 

Però nel film ho sentito la mancanza di qualcosa che la riguardasse intimamente: le relazioni d’amore, ad esempio. Non ha voluto parlarne?
È vero, non c’è molto sulle sue relazioni intime, anche se lei a un certo punto parla di Mika, la sua seconda partner, che era una delle danzatrici del suo gruppo e che purtroppo è morta nel 2002. Meredith parla di Inpermanence, un brano che è legato al ricordo di Mika per il fatto che la danzatrice ne adorava la linea melodica. Credo che in ogni caso quello sia stato il massimo di esposizione per lei nel parlare delle sue relazioni amorose, o se vuoi del tutto intime. Meredith ha sempre pensato che il suo lavoro fosse ciò che la rappresentava di più: la sua opera coincide con la sua vita, privata o pubblica che sia. Le stesse sue relazioni sono nate attraverso il suo lavoro, non altrove. 

«Monk on Pieces» di Billy Shebar

Una devozione assoluta verso la propria arte, prima di tutto.
Proprio così. Forse anche per questo ho voluto più volte inquadrarla da sola, nella sua abitazione, al lavoro o nelle occupazioni più ordinarie, come preparare una colazione. 

È comunque incredibile la forza fisica che dimostra alla sua età. È ancora attivissima e va in giro per il mondo con le sue performance.
Da febbraio so che sarà di nuovo in tour in Europa: ha un corso speciale d’insegnamento in Germania, intitolato alla grande danzatrice e coreografa Pina Bausch. Su di lei, la Bausch, ne ha fatto un gran bel film Wim Wenders, che è stato davvero un’ispirazione per il mio lavoro su Meredith. 

Sono sicuro che Wenders apprezzerebbe molto il tuo film. Sai se lo ha visto?
Non credo. Ne sarei molto onorato: sono cresciuto come regista nel vedere i film di Wenders!

Stai lavorando su un nuovo progetto adesso?
Si. Qualcosa di completamente differente: un lavoro su Bill Burns, noto diplomatico americano che è stato ambasciatore in Russia con Obama e direttore della CIA nell’amministrazione Biden. Burns ha scritto un libro importante, che sarà la base del mio lavoro: sa molte cose su come gira il mondo oggi, non credi? È molto critico su ciò che succede da queste parti ai giorni nostri. 

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