MANU DIBANGO: Ieri, oggi e domani.

di Franco Vailati

4456
Manu Dibango Foto di Edmond Sadaka

Il grande sassofonista del Camerun è scomparso a Parigi il 24 marzo per le conseguenze del Coronavirus. Aveva 86 anni. In oltre sei decenni di carriera aveva davvero suonato di tutto: jazz, reggae, soul, r&b, musica africana e qualunque altra cosa potesse venirgli in mente. Alla vigilia del suo ritorno in Italia – per un solo concerto, il 24 marzo 2019 a Bergamo Jazz – gli avevamo chiesto di farci una rapida sintesi della sua lunga vicenda artistica.

Manu Dibango, lei è nato a Douala, in Camerun, nel 1933. Com’è diventato musicista? 
Domanda difficile. Però è stata una cosa naturale, non ho mai dovuto lottare contro il mio istinto. Bisogna comunque risalire ai tempi del liceo, nei primi anni Cinquanta. Avevo già scoperto il jazz e ascoltavo i musicisti più famosi dell’epoca: Louis Armstrong, Duke Ellington, Charlie Parker… Andavamo a un sacco di concerti, io e i miei compagni, e poi cercavamo di suonare come i nostri eroi. Insomma, la musica si era già impadronita di me. Ma già da prima, quando da bambino vivevo ancora in Camerun, a Douala, mi capitava spesso di ascoltare musica religiosa, perché mia madre faceva la direttrice di coro e mi portava regolarmente alle prove. Così ho avuto un imprinting incredibile.

Ma aveva già iniziato a studiare musica quando si è trasferito in Francia alla fine degli anni Quaranta, oppure è iniziato tutto in Europa?
Come dicevo, i miei primi contatti con il mondo della musica sono avvenuti nel coro di mia madre, che ci faceva cantare brani di Bach e di Haendel col testo tradotto nella nostra lingua locale, il douala. Era un’abitudine consolidata, nella nostra congregazione protestante, quella di tradurre i testi originali nella lingua di uso comune; non solo, spesso e volentieri si aggiungevano ritmi locali. Di conseguenza, all’epoca, io non avevo la minima idea che, in origine si trattasse di musica cosiddetta classica: per me era la «nostra» musica. Lo capii soltanto dopo il mio arrivo in Francia, quando iniziai ad ascoltare la radio e saltarono fuori le versioni originali degli stessi pezzi che cantavamo in Camerun pensando che fossero africani! Fu una rivelazione: d’un tratto mi resi conto da dove provenisse l’ispirazione musicale della nostra congregazione protestante. Ovviamente, quando sono diventato un musicista professionista, vivevo già in Europa. Sì, perché è stato in Francia che ho scoperto il jazz. Sono arrivato a Marsiglia nel 1949, poi mi sono spostato al Nord per motivi di studio: dapprima a Chartres, poi a Château-Thierry, sulla Marna, e infine in Normandia, in un paesino chiamato Saint-Hilaire-du-Harcouët e nel quale era in funzione una colonia estiva per giovani camerunensi. Laggiù mi sono innamorato del sassofono. A quei tempi, la Francia era piena di famosi jazzisti afro-americani, che la consideravano una tappa obbligata di tutte le loro tournée; e molti di loro finivano per restarci a vivere. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati il periodo d’oro del jazz in Francia: i grandi musicisti passavano tutti di qui, e io ne approfittavo per andare ad ascoltarli, soprattutto nei club. E credo che, tutto sommato, a quei tempi nella musica si respirasse un’atmosfera più gioiosa, mentre adesso mi sembra che ci sia un eccesso di intellettualismo. Posso dirlo perché c’ero e ho visto e ascoltato di persona, quindi sono un testimone di prima mano e mi sento autorizzato a fare confronti con la situazione attuale.

Manu Dibango – Foto di L. Vincente

Lei è stato amico e collaboratore di una grande figura di intellettuale come quella di Francis Bebey. Che cosa ha imparato da lui? E qual è stata l’importanza di Bebey nello sviluppo della musica e della letterature del Camerun?
Francis Bebey era un mio concittadino e aveva pochi anni più di me. Siamo stati molto amici e abbiamo trascorso assieme gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza. Poi abbiamo frequentato la stessa scuola pure in Francia finendo per diventare anche parenti, in quanto ha sposato mia cugina. Eravamo praticamente inseparabili anche perché avevamo le stesse passioni, tra cui il jazz: andavamo ai concerti assieme. Francis era un artista completo: poeta, romanziere e musicista. Come musicista aveva saputo sviluppare uno stile del tutto originale, rielaborando i ritmi della tradizione in una veste moderna. Per lui la tradizione era un aspetto di grande importanza, e non la viveva in maniera pedissequa bensì assai creativa. Francis ha saputo ispirare un gran numero di musicisti, compresi i suoi figli, che sono diventati a loro volta professionisti. La figlia, invece, è una scrittrice di una certa notorietà. Quindi credo di poter dire che è stato in gamba anche come padre!

Manu Dibango – Foto di Victor Delfim

Lei è noto soprattutto come sassofonista, ma molti non conoscono la sua notevole abilità anche come pianista e vibrafonista. Su quale dei suoi tanti strumenti ritiene di sapersi esprimere al meglio?
Sono una persona molto curiosa, soprattutto nel campo musicale. Per questo ho sempre avuto il desiderio di esplorare nuove sonorità. Il mio primo strumento è stato il mandolino, poi è venuto il pianoforte e soltanto in seguito mi sono perdutamente innamorato del sassofono. Poi, sì, amo moltissimo anche il vibrafono e lo suono tutti i giorni a casa. So che il mondo mi conosce in prevalenza come sassofonista, ma io non saprei davvero scegliere uno solo tra i tanti strumenti che mi piace suonare.

La sua carriera dura ormai da oltre sessant’anni e ha attraversato una grande quantità di stili, che lei ha spesso mescolato con risultati a volte sorprendenti ma sempre interessanti. C’è stato un momento in cui si è accorto che la sua musica aveva bisogno di trovare uno sbocco collegando tra loro gli stili più disparati, invece di limitarsi a un genere specifico?
Ho sempre pensato che la musica abbia molte facce. E se c’è una cosa che ho sempre cercato di evitare è il pericolo di lasciarsi rinchiudere in una gabbia. Mi sono sempre preoccupato di salvaguardare la mia libertà nel comporre e nel suonare, e il riconoscimento del pubblico mi gratifica sì, ma fino a un certo punto. L’importante è che io non debba sentirmi costretto a fare sempre la stessa cosa. Quindi non è esatto definirmi «soltanto» un musicista di jazz nel senso comune del termine: non lo sono, anche se vi attingo a mani basse. Io mi ritengo prima di tutto un musicista puro e semplice, e soprattutto un musicista di origine africana: le mie radici, per come la vedo io, non sono soltanto in Camerun ma in tutta l’Africa, perché a darmi ispirazione sono i ritmi di tutta l’Africa, nessun Paese escluso. In primo luogo io faccio musica, e poi è ovvio che la musica che faccio sia il risultato dei miei esperimenti nella combinazione di differenti sonorità. Del resto, come dicevo prima, sono una persona molto curiosa…

Manu Dibango – Foto di Pascal Thiebaut

Come vede la situazione attuale del jazz? E, come musicista, che ruolo ritiene di aver giocato nella diffusione e nella conoscenza della musica e dei ritmi africani nel resto del mondo?
Come ti ho già accennato, ho la sensazione – anzi, la certezza – che il jazz sia diventato troppo intellettuale e che abbia deliberatamente tagliato, sbagliando, i suoi legami col ballo, con la danza. Se ascolti Duke Ellington, il tuo primo istinto è quello di metterti a ballare! Il jazz di oggi è troppo asettico, e alla lunga mi annoia. Per il resto, non credo di aver rivestito chissà che ruolo. Io mi considero un semplice musicista che fa musica dalla mattina alla sera. Se il mio percorso artistico ha saputo ispirare qualche musicista delle generazioni successive alla mia, be’, allora significa che non ho buttato via il mio tempo ma sono riuscito a trasmettere un po’ delle cose che avevo imparato. Vengo spesso contattato da giovani musicisti che mi chiedono di suonare sui loro dischi, musicisti di tutti gli stili e tutte le parti del mondo, bianchi e neri e così via. Una dozzina d’anni fa ho suonato e inciso anche con un musicista italiano come Enzo Avitabile, che conoscerai senz’altro. Anche lui fa una musica moderna che attinge in maniera originale alla tradizione.
Franco Vailati