Stefano Bollani Superstar

Intervista a Stefano Bollani sulla sua nuova incisione in completa solitudine: «Piano Variations On Jesus Christ Superstar».

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Intervista a Stefano Bollani che in piano solo ha inciso le musiche di Jesus Christ Superstar in «Piano Variations On Jesus Christ Superstar»
Stefano Bollani

Intervista di Pietro Scaramuzzo

Foto di Margherita Cenni

È un rapporto profondo e viscerale quello che lega Stefano Bollani alle musiche di Jesus Christ Superstar e che, nel corso di oltre trent’anni di carriera, non si è mai logorato. È rimasto sopito, intimo, protetto. Almeno fino a ora. Perché nelle ultime settimane, attraverso un viaggio nel proprio passato, Bollani ha deciso di tornare a flirtare con l’opera di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, che nel 2020 compie cinquant’anni, in un progetto che unisce l’amore incondizionato del fan – il Bollani quattordicenne – all’estro creativo del genio che oggi conosciamo. Nel farlo, però, ha sostituito roboanti arrangiamenti in stile Broadway con registri più intimistici e personali ma non per questo meno intensi e incisivi. Il risultato di questa rilettura appassionata e originale è custodito nel disco «Piano Variations On Jesus Christ Superstar», pubblicato lo scorso 3 aprile per Alobar (distr. Ducale), in cui Bollani ripropone una rilettura appassionata e originale dell’opera di Webber che, tra l’altro, vanta l’approvazione dello stesso compositore. Nello stesso frangente, il flirt di Stefano Bollani con il proprio passato si alimenta anche su altri fronti. Sempre per l’etichetta Alobar, infatti, ha deciso di ripubblicare, questa volta sul solo mercato digitale, alcuni lavori registrati tra il 1999 e il 2016, ovvero «L’Orchestra del Titanic», «Live Trio Macerata», «Ordine Agitato», «The Music Of Sasha Argov» e «Live From Mars».

Che cosa ti lega alle musiche di Jesus Christ Superstar e come nasce l’idea di inciderle in piano solo?

Una lunga storia. Avevo 14 anni quando vidi per la prima volta lo spettacolo in tv. Ne rimasi folgorato. La prima canzone, quella di Giuda, è sorprendente; ma io non capii subito di cosa si trattasse fino a quando non sentii cantare il nome di Gesù. Quelle musiche erano straordinarie, una vera miniera cui attingere. Le ho studiate a fondo, ho fatto ricerche, ho coltivato questa mia passione per anni fino a quando, un giorno, mi sono deciso a confrontarmi con quest’opera consapevole di poterne dare un mio personale contributo. Allora mi sono divertito a smontare e rimontare i gioielli di Andrew Lloyd Webber preservandone la struttura narrativa originale. Tra l’altro lo stesso Webber ha dato il suo consenso al mio lavoro, e questo per me è meraviglioso.

L’opera di Webber e Rice ha ormai mezzo secolo. In che modo, secondo te, può essere considerata ancora attuale?

La bella musica, come sappiamo bene, non invecchia mai e quindi, in questo caso, il problema non si pone assolutamente. Jesus Christ Superstar è un’opera ricca di informazioni che sembrano riassumere l’intero Novecento. Nelle musiche di Webber troviamo elementi che vanno dal rock inglese alla musica sinfonica, passaggi che ricordano Šostakovič, Stravinskij e che altre volte si spingono verso il cabaret e il jazz. Lungo tutta l’opera ci si imbatte in molteplici registri: dall’ironia alla tragedia. Per uno che vuole reinventare le cose, questa ricchezza di elementi è una manna dal cielo, una fonte ricca di dettagli sui quali accanirsi.

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Una sostanziale differenza rispetto ai temi originali è che il tuo Jesus Christ Superstar è affidato al solo pianoforte. Perché hai scelto questo registro così intimo?

La mia idea era di raccontare la stessa storia smontando e rimontando le musiche di Webber. Allo stesso tempo però si trattava di riprendere in mano una profonda storia d’amore con l’opera rock e, forse, anche con la storia di Gesù. Sentivo, insomma, di dovermela sbrigare da solo per riuscire. Solo così sarei riuscito a mantenere vivo quel registro intimistico che cercavo. E se ascolti il disco credo che questa dimensione venga totalmente fuori. E a questo ha contribuito senz’altro il lavoro eccellente di Roberto Lioli che non solo è un ottimo fonico ma è anche un ottimo psicologo, capace di rispettare la delicatezza con cui mi sono avvicinato a questo lavoro.

Recentemente sei stato impegnato in una tournée con Chucho Valdés. Come vi siete incontrati e che cosa ti porti dietro di questa esperienza?

Che bello poterti raccontare che è stato magico, così come dovrebbero essere questi incontri. Abbiamo suonato insieme per la prima volta a Roma e ci siamo sentiti come dei fratellini. È stato tutto molto facile. È raro trovare una sinergia simile con un altro musicista. Certo, puoi trovarti benissimo con molti musicisti e improvvisatori ma entrare in profonda sintonia non è necessariamente scontato. Con Chucho, invece, c’è una comunione di intenti. Capisco tutto quello che fa e mi sento compreso. Entrambi siamo pronti a prendere qualsiasi direzione senza paura. La facilità di lavorare con Chucho è quella di sentire da parte sua una grande energia e, allo stesso tempo, una profonda leggerezza. È un musicista che sta molto per aria, ma anche molto per terra. È per terra quando senti nella sua musica le sue radici, quando parla degli spiriti. Ed è per aria quando si diverte. Gli scappa una frase di Chopin e poi gli viene da ridere.

Trovo curioso il fatto che la sintonia di cui parli ti capiti più spesso con musicisti latini.

Sono assolutamente d’accordo con te. E te ne posso citare svariati. Penso, per esempio, a Egberto Gismonti o a Gonzalo Rubalcaba. Probabilmente abbiamo molto semplicemente dei gusti musicali in comune e un’attitudine simile che, credo, appartenga al sud del mondo. È vero che io non sono proprio a sud del mondo, ma dipende dal punto di vista di chi ci guarda. Sono nato a Milano e per molti Milano è a sud.

Stefano Bollani Superstar «Piano Variations On Jesus Christ Superstar»

Adesso cinque tuoi album registrati tra il 1999 e il 2016 sbarcano per la prima volta sul mercato digitale. Qual è il tuo rapporto con questo mezzo? Temi la scomparsa del supporto fisico o ne sei promotore?

Il tempo cambia le cose. Per cui sono pronto ad accettare che i cd vadano in soffitta. Ovviamente lo accetto come si accetta il coronavirus. Con lo stesso spirito. Forse dalle religioni ho imparato proprio questo: ci sono cose che vanno accettate, perché solo allora puoi reagire e cominciare a produrre. Effettivamente gli album che citi, che avevo pubblicato con la mia etichetta Alobar, sono stati ripubblicati solo in digitale. Mi sono detto: proviamo e vediamo come va. Alla fine si tratta di scegliere semplicemente il mezzo attraverso il quale far arrivare la musica al pubblico. Ci sarà qualcuno che avrà il vinile e qualcun altro che avrà l’mp3 passatogli dall’amico che ha comprato il disco. Per me va benissimo. Credo che la cosa importante sia che la musica arrivi al pubblico. Il resto non conta.

E parlando di dischi, quali sono quelli che girano in questo momento nel tuo lettore?

A essere sincero, quando sono in casa ascolto poca musica. Ne approfitto per farla. In questi giorni di quarantena sto studiando alcuni brani classici per un progetto in cui sono impegnato. E nel frattempo ne approfitto per comporre qualcosa.

Una domanda che non ti ho mai fatto. Nella nuova generazione di pianisti c’è qualcuno in cui riconosci un giovane Bollani?

In maniera molto egocentrica ti dico di no e ci aggiungerei un «per fortuna!». Anzi, ci sono un sacco di pianisti che mi piacciono moltissimo proprio perché fanno un sacco di cose che io non immaginerei mai di fare. In Brasile, per esempio, penso ad Amaro Freitas e a Salomão Soares. In Argentina ce n’è un altro strepitoso che si chiama Joel Tortul e il cui lavoro si basa sul riarrangiamento del folklore argentino. I suoi arrangiamenti sono intelligentissimi. Poi ci sono gli americani come Aaron Goldberg, Aaron Diehl, Sullivan Fortner… potrei farti una lista infinita. E soprattutto c’è la nostra punta di diamante, ovvero Jacob Collier, che a me piace un sacco. Per fortuna, in giro per il mondo, ci sono tantissimi talenti del pianoforte.

Ritorniamo al tuo ultimo progetto. I tuoi concerti sono sempre pieni di sorprese, improvvisazioni, exploit artistici. Cosa dobbiamo aspettarci dallo riproposizione live di «Piano Variations On Jesus Christ Superstar»?

L’idea del live è la cosa che più mi appassiona. Non vedo l’ora di suonare questo lavoro dal vivo perché, per me, sarà assolutamente inedito. Normalmente, quando suono, non ho alcuna struttura fissa cui affidarmi. Suono quello che mi va: uno standard, poi un mio brano, poi uno di Monk. Questa volta è diverso. Devo attenermi a una linea narrativa sapendo che sto raccontando la storia di Maria Maddalena e di Gesù. È una novità che forse ho sperimentato solo a teatro, insieme a mia moglie Valentina Cenni, con lo spettacolo La Regina Dada. In quell’occasione avevo una struttura molto chiara dalla quale non potevo spostarmi molto. «Piano Variations on Jesus Christ Superstar» invece, pur avendo una chiara struttura narrativa, rimane pur sempre un’opera rock dentro la quale posso divertirmi come voglio.
Pietro Scaramuzzo

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