«Life», i sogni di Marco Pacassoni.

di Flavio Caprera

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Marco Pacassoni è un vibrafonista e percussionista moderno, eclettico, dotato di un suono personale e capacità compositive. È inoltre un musicista curioso e aperto ad altre sonorità fuori dal jazz. Lo abbiamo incontrato per fare un punto sulla sua carriera di musicista e parlare del suo nuovo disco in trio intitolato «Life» e realizzato con John Patitucci e Antonio Sanchez.

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Marco, tu sei diventato vibrafonista perché non ti ritenevi un batterista a tutto tondo o perché eri affascinato dalle placche argentee dello strumento?
Io nasco come batterista. Al conservatorio poi mi sono imbattuto nel vibrafono ed essendo amante del pianoforte, della composizione e dell’armonia, ho trovato in esso una via di mezzo tra la batteria e il piano. Era uno strumento che mi faceva stare bene, esaltava la mia musicalità e personalità.

Tu hai cominciato frequentando subito il conservatorio o sei prima passato attraverso lezioni private e studi da autodidatta?
Io provengo da una famiglia di musicisti dilettanti. Mio padre era chitarrista, mio zio batterista. Sono cresciuto ascoltando i Beatles, i Led Zeppelin, i Rolling Stones e cercando di emulare la figura di mio zio che ha fatto la carriera di batterista nelle orchestre da ballo. Per me era una sorta di mito. Da li mi sono avvicinato alla batteria. Poi a undici anni mi sono iscritto al conservatorio e ho fatto tutto il percorso didattico studiando il vibrafono. Finito il conservatorio vinsi una borsa di studio per andare al Berklee College Of Music di Boston. Li mi sono laureato all’età di ventiquattro anni sotto la direzione di Gary Burton e così è cominciata la mia carriera di musicista e insegnante.

Il tuo primo insegnante è stato il vibrafonista Daniele Di Gregorio?
Le prime lezioni di vibrafono e marimba le ho prese privatamente da lui. Mi veniva anche facile perché non eravamo distanti geograficamente. Lui è urbinate e io di Fano. E’ stato lui a farmi scoprire il mondo del jazz e la Berklee. Qualche anno prima, Daniele aveva tenuto dei corsi a Umbria Jazz con la scuola americana e mi disse che era una realtà didattica molto importante. In quegli anni internet non esisteva e certi mondi li si conosceva soprattutto con il passa parola nonostante ci si informasse attraverso le riviste.

Nel tuo patrimonio musicale, ci pare di capire, non c’è solo il jazz ma anche altre musiche.
Sono cresciuto ascoltando musica a trecentosessanta gradi. Dalla classica, al rock, al jazz, al blues, al Latin. Mi sono fatto influenzare da tutta questa musica che arrivava e se uno ascolta i miei dischi non può definire un mio disco totalmente jazz piuttosto che totalmente latin. Ogni brano ha una storia a sé. Possiamo catalogarlo come contemporary jazz, quello che va adesso, che è un po’ un jazz contaminato dalla musica contemporanea, dai primi anni del Novecento fino ad oggi. Ovviamente c’è anche dalla musica classica che ho studiato al conservatorio.

Nel 2011 pubblichi l’ottimo «Finally», il tuo primo lavoro con il quartetto. Da allora è passato molto tempo ma nel frattempo hai prodotto diversi dischi e tutti di qualità.
Mi sono dato una scadenza triennale nel produrre un nuovo progetto discografico. Da lì sono nati anche «Happines», «Grazie», l’omaggio a Frank Zappa intitolato «Frank & Ruth», dove eseguo anche delle partiture di chitarra al vibrafono, e l’ultimo «Life». Sono un musicista cui piace comporre e poi ovviamente trasportare il tutto su disco. Per lasciare una traccia della mia musica.

Le tue composizioni nascono al vibrafono o al pianoforte?
Il più delle volte compongo al pianoforte. Mi da una visione più orchestrale della musica e anche se non sono un pianista, cerco di mettere insieme i suoni che ho in testa attraverso questo strumento. La melodia mediterranea è padrona di ogni mio progetto. Mi piace sapere che dopo un mio concerto qualcuno del pubblico se ne torna a casa fischiettando un mio brano.

Nel tuo percorso di crescita artistica e musicale ci sono dei musicisti di riferimento? E se si lo sono ancora tutt’oggi?
Il mio primo faro è stato Daniele Di Gregorio seguito da Gary Burton con cui ho avuto l’onore di studiare con lui alla Berklee. A livello musicale io sono cresciuto con Paul McCartney e i Beatles. Poi sono diventato un fanatico di Michael Camilo, Pat Metheny, Dave Weckl, e di tutti quegli artisti protagonisti del mondo del jazz degli anni Ottanta e Novanta che mi hanno folgorato e segnato ancora oggi.

Oltre a gestire il tuo quartetto storico tu collabori anche con altri musicisti, tra cui il pianista Enzo Bocciero.
Enzo Bocciero ha sempre fatto parte del mio quartetto storico. Avevamo cominciato assieme con il disco «Partido Latino» per poi ritrovarsi nel quartetto. Abbiamo anche registrato un disco in duo con il pianoforte intitolato «Hands & Mallets», prima che io passassi al trio. Comunque con lui la collaborazione continua sia in veste di produttore, arrangiatore e musicista. Sono diciassette anni che lavoriamo assieme.

Come vivi il rapporto tra pianoforte e vibrafono, due strumenti che hanno alcune caratteristiche comuni?
Sicuramente non devi pensare al duo Chick Corea/Gary Burton, anche se alla fine tutti cercano sempre di ricondurre il giudizio al loro sound. Quei due sono inarrivabili e inimitabili. Io li vedo come due strumenti a percussione, un dialogo continuo con timbri che spaziano da momenti ritmici a melodici, classici, contemporanei, e che ti portano alla realizzazione di un progetto dinamico e emotivo. Vivo il rapporto tra i due strumenti con rispetto verso la tradizione ma con l’idea di creare qualcosa di nuovo anche se non è facile.

Tra le tue collaborazioni musicali c’è anche quella con il cantautore Bungaro.
Con Bungaro collaboro da dodici anni. Ho sposato totalmente il suo progetto perché fa parte di quel tipo di canzone italiana che adoro e che mi emoziona. Adesso suoniamo in duo: lui è alla voce e chitarra mentre io sono alle prese con più strumenti come vibrafono, cajon, xilofono e percussioni varie. Ho suonato anche con Malika Ayane al posto di Di Gregorio e in un disco di Luca Barbarossa. I miei generi in definitiva sono jazz e pop cantautoriale e di qualità. Cerco di fare poche cose ma bene.

Parlaci del tuo ultimo progetto discografico in trio e realizzato con due mostri sacri del jazz mondiale come John Patitucci e Antonio Sanchez. Come è nato? Li conoscevi già? Sei volato negli Stati Uniti per incontrarli?
Sono un fanatico sin da giovane di Dave Weckl e Pat Metheny e chiaramente ascoltavo Patitucci, che per me era un mito, e poi Antonio Sanchez che mi folgorò in una masterclass che feci al Berklee College quando lo frequentavo. Così, sicuro delle mie passioni, ho inviato due e mail a entrambi spiegandogli il mio progetto. Loro, dopo aver ascoltato le mie composizioni, hanno deciso di prendere parte al mio progetto e ci siamo dati appuntamento al Bunker Studio di New York per registrare il disco a gennaio del 2022. Patitucci e Sanchez hanno sposato il mio progetto con una umiltà disarmante. Hanno dato tutto quello che avevano a livello di musicalità e anche a livello personale su un disco di un vibrafonista partito da Fano con un sogno da realizzare. Tra l’altro dovevamo registrarlo in due giorni ma abbiamo fatto tutto in un pomeriggio. Loro erano preparatissimi e abbiamo suonato in maniera perfetta quasi tutte le first takes. Il giorno dopo ci siamo regalati gli ultimi due brani presenti sul disco, «Conversation 1 e 2» che altro non sono che delle improvvisazioni create al momento”.

I brani di «Life» sono tutte tue composizioni originali. Non ci sono cover nel disco. Come hanno accolto entrambi una scaletta simile?
Loro le hanno prese in maniera molto seria e si erano preparati a fondo, nonostante avessero la massima libertà d’azione. Tra l’altro quando abbiamo finito di eseguire Anita, una ballad scritta per mia figlia con un giro armonico “mediterraneo”, Patitucci ha detto: “Finalmente torno a suonare una progressione armonica che mi emoziona”. Sanchez ha poi suonato in maniera divina, con pennellate sulla batteria, anche se poteva fare ciò che voleva lanciandosi, se del caso, in virtuosismi.

Quando hai composto i brani di «Life» pensavi di farli suonare a musicisti come loro?
La mia idea era di creare otto o nove brani – li ho messi in piedi nella primavera del 2019 pensando di registrarli nel 2020, ma poi il covid ha bloccato tutto – e di portarli proprio a loro due. Non avevo un piano B. Era un sogno che poi ho visto realizzarsi.

Foto di Andrea Rotili