Lana Meets Jazz 2016

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dal 2 all’8 maggio a Lana, Bolzano e dintorni

di Giuseppe Segala

Il festival Lana Meets Jazz ha festeggiato i cinque anni di vita allargando il proprio raggio d’azione, sia in senso temporale che topografico. La rassegna ideata e diretta da Helga Plankensteiner e Michael Lösch ha messo in programma un’intera settimana di concerti, riproponendo cornici suggestive come Castel Katzenzungen e aprendo spazi nuovi alla musica.

La proposta nella cittadina presso Merano si impernia su un’idea rivelatasi vincente fin dalle prime edizioni: far convivere in modo stretto i concerti di illustri protagonisti della scena nazionale e internazionale con la fertile attività didattica promossa nella scuola musicale da Plankensteiner e Lösch. Un’idea che tende a sfondare i confini tra i due momenti, mettendo in relazione solisti esperti e giovani o giovanissimi allievi. E ampliando naturalmente le fasce di pubblico.

I risultati sono spesso sorprendenti, anche per gli stessi musicisti. Quest’anno ad esempio si è visto il quartetto di Stefano Di Battista, protagonista di un concerto estroverso e tonico, giocato sull’energia del funk e la forza melodica, accogliere per un dialogo avvincente quattro agguerriti sassofonisti di età tra i nove e gli undici anni, che già avevano aperto con piglio sicuro la serata. Successo meritato anche per l’intero set affidato alla big band giovanile della Jazz Academy di Merano, che ha interpretato brani di autori dell’Alto Adige, del Tirolo e del Trentino, tra cui Werner Pirchner, compositore austriaco poco conosciuto in Italia, sebbene prolifico e meritevole. Un’altra big band locale, la FaRe Jazz diretta da Stefano Colpi, ha proposto a Bolzano un set compatto e brillante, in parte incentrato sulle musiche di Thad Jones, ospitando il solismo pregnante di Tino Tracanna e Walter Civettini.

Giovane, ma già avviata a una bella carriera, la contrabbassista Rosa Brunello, alla guida del quartetto Los Fermentos, che presentava il cd fresco di stampa «Upright Tales» con David Boato alla tromba, Filippo Vignato al trombone, e Luca Colussi alla batteria. Belle composizioni della leader e di Boato, musica ariosa e avventurosa, gruppo ben compatto.

Un punto focale del festival è stata l’esibizione in solo di Marc Ribot, che con la chitarra acustica sfida generosamente le possibilità dello strumento e imbocca un percorso a tutto campo nel blues, nel jazz, nei rumori, passando da Armstrong a Django, approdando a Zorn e all’amato Ayler con “Ghosts”. Frammenti uniti da grande senso della narrazione e della digressione, con infallibile istinto timbrico e con poesia asciutta, deragliante.

Da ricordare pure i due concerti con Javier Girotto denominatore comune: Barionda evidenziava i contrasti tra le personalità di Girotto e Florian Bramböck, in organico di quattro sax baritoni e batteria. Nella proposta in duo con il giovane, bravo fisarmonicista Vince Abbracciante, Girotto calca con il soprano scenari a lui più abituali, toccando il nuovo tango e il folklore del Sudamerica, come sempre con lirismo schietto e veemente.