Signora Peterson, pochi giorni fa ho intervistato Mark Stryker, autore delle note di copertina della nuova uscita Verve dedicata a Oscar Peterson. Vorrei chiederle alcune cose su Oscar: lei è stata sua moglie e oggi si occupa della sua eredità artistica. Come si gestisce un lascito così grande, una carriera di oltre sessant’anni, un numero enorme di registrazioni e un’attività tanto vasta?
È stato, ed è tuttora, un grande processo di apprendimento. Da quando Oscar è morto ho sempre sentito che occuparmi bene della sua eredità è insieme un privilegio e una responsabilità. Significa prendersene cura con il livello di attenzione e di eccellenza che Oscar merita, perché Oscar ha sempre rappresentato l’eccellenza. Cercava di migliorare a ogni concerto: se suonava bene una sera, il giorno dopo voleva suonare ancora meglio. Naturalmente non faccio tutto da sola. Ho aiuto e sostegno da molte persone. I musicisti che lo hanno amato e che hanno lavorato con lui continuano a onorarlo a modo loro, attraverso le loro esecuzioni. Anche nostra figlia fa un lavoro enorme ed è molto impegnata perché suo padre venga ricordato e rappresentato nel modo giusto. Lo scorso anno ha presentato molti concerti in suo tributo, compresi due grandi eventi, uno a Toronto e uno a Montreal, con moltissimi artisti: serate imponenti, molto emozionanti. Uno dei miei obiettivi, fin da quando Oscar è scomparso, è stato trovare il modo di far conoscere meglio al pubblico Oscar come compositore. Ha scritto molta musica, ma non tutti ne erano consapevoli. Con questa idea, nel 2015 ho prodotto un disco, «Oscar, With Love». Lo realizzai in modo indipendente, perché le case discografiche non volevano finanziarlo: forse per loro era un progetto troppo incerto. L’idea era invitare alcuni tra i più grandi jazzisti del mondo a suonare composizioni di Oscar sul suo pianoforte. Circa un anno e mezzo dopo l’uscita, concessi il disco in licenza alla Mack Avenue Records. Da lì è nata una collaborazione che mi ha permesso di pubblicare registrazioni dal vivo provenienti dai nostri archivi. Come nel caso del concerto alla Baker’s Keyboard Lounge, mai uscito prima: ho archivi di registrazioni inedite e abbiamo iniziato a renderle disponibili. Questo mi dà molta gioia, perché sento che è uno dei modi in cui posso onorare Oscar: far arrivare più musica ai suoi ascoltatori, con cura e precisione, perché tutto sia come lui avrebbe voluto. Ci sono poi i concerti e anche lavori più ampi. Oscar compose la sua Africa Suite all’inizio degli anni Ottanta, ma non l’aveva mai eseguita integralmente. Oggi è stata finalmente presentata quattro volte, ed è una cosa molto emozionante; spero che accada ancora. Lo scorso anno, inoltre, ricorreva il centenario della sua nascita, e ci sono stati molti concerti celebrativi. Abbiamo pubblicato anche un lp singolo con registrazioni inedite, «Oscar Peterson Around the World», che anticipa un cofanetto molto speciale in uscita più avanti, «Oscar Peterson World Tour»: sei lp, cinque concerti completi registrati in varie parti del mondo e un libro cartonato di cinquanta pagine. È un progetto che ha richiesto tempo, anche per la produzione fisica, perché volevamo fosse realizzato bene. Ma mi sento davvero privilegiata nel poter condividere parti di Oscar che altrimenti il pubblico non conoscerebbe, e offrire anche qualche intuizione in più su chi fosse come persona.
Qual è il suo pensiero sulla nuova registrazione inedita?
Sono felicissima che sia finalmente disponibile. Il trio con Oscar, Ray Brown ed Ed Thigpen è un trio iconico: so che questa parola viene spesso abusata, ma in questo caso credo sia appropriata. Erano al culmine del loro percorso insieme e suonavano in modo incredibile. È meraviglioso poter avere oggi questa registrazione e sapere che le persone possono ascoltarla.
Qual è oggi l’immagine di Oscar Peterson in Canada, il suo Paese e anche il suo? È ancora una figura molto popolare?
Sì, lo è ancora. È curioso però: Oscar è sempre stato più conosciuto in altre parti del mondo che in Canada. In Giappone, per esempio, dove esiste un pubblico jazz straordinario, era ed è conosciutissimo; lo stesso negli Stati Uniti e in Europa, in moltissimi Paesi. Forse questo dipende anche dal fatto che Oscar ha fatto moltissimi tour in Europa.
Io vivo a Milano, ma sono originario di Firenze. Ed è a Firenze che incontrai suo marito nel 1987: organizzai quel concerto. Ebbi il piacere di conoscere Oscar, Dave Young e Martin Drew. Parlai un bel po’ con suo marito e ne rimasi impressionato. Sono sempre rimasto convinto che, in tutti gli anni passati a contatto con i musicisti e a scrivere di musica, Oscar Peterson sia stato il musicista più intelligente che abbia mai conosciuto. Aveva una mente incredibilmente acuta, andava dritto al punto quando parlava di musica, ma sempre dentro una visione culturale più ampia.
Mi fa molto piacere sentirglielo dire, e la ringrazio. Era davvero così: aveva una mente incredibilmente brillante. Era un genio, non solo nella musica, ma nel modo stesso in cui pensava. Credo che proprio per questo riuscisse a suonare e a comporre nel modo in cui lo faceva. Definiva sempre il jazz come «composizione istantanea»: in un certo senso componeva continuamente. Poi scrivere musica in forma più strutturata era un’altra cosa. Sono felice che lei abbia avuto l’opportunità di conoscerlo, perché accanto a quella rapidità mentale, a quella mente brillante, Oscar aveva anche un calore umano autentico, un grande senso dell’umorismo e compassione verso gli altri. Gli importavano le persone. Gli importavano i diritti umani. Era gentile, accogliente, e amava i suoi fan. Non ricordo bene quel periodo – era davvero all’inizio della mia vita con Oscar, tutto era nuovo e velocissimo – ma so che, ogni volta che dopo un concerto qualcuno voleva incontrarlo, lui restava a firmare autografi e parlare con le persone finché c’era qualcuno che desiderava salutarlo. Era una qualità meravigliosa, perché mostrava al pubblico quanto lui lo apprezzasse.
Può raccontarci qualcosa di Oscar come marito, padre, uomo lontano dal palcoscenico?
È una delle cose che ho cercato di mostrare anche nel libro del cofanetto che uscirà quest’anno: chi fosse Oscar lontano dalla scena. Io dico spesso che la nostra era una vita normale. Certo, non era «normale» nel senso in cui la maggior parte delle persone userebbe questa parola, ma quando eravamo a casa Oscar passava tempo nel suo studio, studiava i sintetizzatori, componeva. Dopo la nascita di Céline, stava con lei, giocava, si godeva sua figlia. Ogni tanto cucinava. Nelle sere d’estate uscivamo in macchina, solo per sentire la brezza e parlare tranquillamente. Gli piaceva prendere in giro, scherzare: era un grande burlone. Era sempre interessato a studiare e imparare, ma era anche divertente. Detto questo, ogni tanto racconto che Oscar occupava molto spazio. Non intendo fisicamente: intendo che la sua presenza si sentiva. Aveva un’aura, un’essenza molto particolare. Era un privilegio stargli accanto. E allo stesso tempo era una persona molto concreta, con cui si poteva parlare di qualunque cosa, condividere pensieri, ridere, vivere momenti semplici.

Ricordo che mi disse di essere un grande appassionato di modellismo ferroviario. È corretto?
Sì, assolutamente. Suo padre lavorava nelle ferrovie, faceva il facchino, e Oscar ha sempre amato i treni. Ho ancora alcune sue collezioni.
Il Canada ha dato i natali a due tra i più grandi pianisti del mondo, Glenn Gould e Oscar Peterson. Si conoscevano, che lei sappia?
Sì, si conoscevano. Non so quanto bene si conoscessero, ma si conoscevano. Glenn Gould è morto prima che io entrassi nella vita di Oscar, quindi non l’ho mai incontrato. Però Oscar aveva per lui un rispetto enorme: lo considerava un artista e un pianista brillante.
Com’era il rapporto di Oscar con il mondo del jazz canadese? Mi pare che non abbia suonato moltissimo con musicisti canadesi, almeno per quanto ne so.
Non moltissimo, è vero. Naturalmente c’è Dave Young. Ha suonato per alcuni anni con Lorne Lofsky e anche con Terry Clarke. Ma perlopiù ha lavorato con musicisti di altri Paesi. Aveva però un buon rapporto con i musicisti canadesi. Poiché era così spesso in tournée, non era sempre presente in Canada; tuttavia andavamo talvolta ad ascoltare musicisti nei club di Toronto, e lui aveva rispetto per diversi artisti canadesi.
Pensa che le sue radici canadesi fossero molto forti?
Sì, certamente. Non se ne è mai andato dal Canada. Ci fu un periodo in cui Norman Granz cercò di convincerlo a trasferirsi negli Stati Uniti, perché lavorava moltissimo lì e registrava molto per Norman. Ma Oscar rispose di no: «Io vivo in Canada. Sono canadese».
Che cosa rende diverso, secondo lei, il carattere canadese rispetto a quello americano?
I canadesi sono forse più reticenti nel celebrare i propri talenti. Tendono meno a mettersi in mostra o a innalzare i loro grandi personaggi. C’è a volte un atteggiamento quasi implicito: se qualcuno è canadese, forse non può essere così grande come altri. Oscar naturalmente non aveva questo atteggiamento, ma in Canada può esistere questa tendenza. Io sono originaria degli Stati Uniti e, quando arrivai in Canada, pensavo che le differenze non fossero poi così grandi. Con il tempo, invece, ho iniziato a notare differenze sottili nella cultura. Il Canada è certamente una nazione più multiculturale. Gli Stati Uniti sono, almeno idealmente, un melting pot, ma in Canada percepisco una maggiore tolleranza. Devo però correggermi quando lo dico, perché credo che la maggior parte degli americani sia tollerante; il problema è che, soprattutto oggi, alcune delle voci più rumorose sono quelle intolleranti. Questo mi spezza il cuore, perché non è l’America in cui sono cresciuta o in cui credevo. Sono cresciuta durante l’epoca dei diritti civili, con tutte le proteste e tutto quel lavoro, ma ricordo comunque persone che comunicavano, si trattavano con educazione, cercavano di essere tolleranti. L’intolleranza non dovrebbe avere spazio. Ci sono canadesi intolleranti, naturalmente, ma nel complesso credo che in Canada, e anche negli Stati Uniti, la maggior parte delle persone sia capace di attenzione, cura e desiderio di bene per gli altri. In questo siamo simili. Ma il Canada è certamente un Paese distinto, e io sono orgogliosa di vivere qui e di essere oggi anche canadese.
Lei ritiene che ci sia un’influenza canadese nella musica del Peterson compositore? Non tanto in ciò che suonava – standard e repertorio – ma in ciò che scriveva, per l’appunto.
Assolutamente sì. La vastità del Canada, la sua terra, hanno avuto un’influenza molto forte. Penso alla Canadiana Suite e, più tardi, alla Trail of Dreams Suite: lavori in cui cercava di esprimere in musica la bellezza del paesaggio. Ma credo che ci siano state anche influenze più profonde, forse inconsce, legate a dove e come è cresciuto: Montreal, il quartiere di Little Burgundy, l’esperienza di crescere come giovane uomo nero negli anni Venti e Trenta, in un periodo molto diverso dal nostro. È cresciuto in una famiglia povera, che ha dovuto lottare, ma che aveva cura dei figli e cercava sempre di fare del proprio meglio. I suoi genitori erano determinati ad aiutare i figli ad avere una vita migliore. Quei valori profondamente radicati hanno avuto un impatto sulla sua musica. La sua musica portava quei valori: la dedizione all’eccellenza, il desiderio costante di essere il meglio che potesse essere. Tutto veniva da lì, dall’interno.
Prima accennava all’interesse di Oscar per i diritti umani. Può approfondire questo aspetto?
Oscar è sempre stato un sostenitore dei diritti civili e dei diritti umani. Scrisse Hymn to Freedom nel 1962, e credo che non si aspettasse che quel brano diventasse così incredibilmente popolare. Rimase sorpreso quando, nel 2002, un direttore di coro gli disse che quel brano veniva continuamente eseguito da cori in tutto il mondo. Era colpito dal significato che aveva assunto. Eppure una parte di lui desiderava il giorno in cui un brano del genere non sarebbe più stato necessario. Non riuscirei a citare le sue parole esatte, ma c’è una frase bellissima che diceva sulla musica e sui diritti civili. Diceva che i musicisti lo fanno da sempre: questa persona con quella persona, questa etnia con quella etnia. Suoniamo insieme. Non importa il colore della pelle, non importa la fede religiosa, non importano tutte queste distinzioni: suoniamo insieme perché stiamo suonando la musica. E allora diceva che gli piaceva pensare agli esseri umani non come razze, non come colori, ma come esseri in cerca di belle melodie e armonie. Secondo lui dovremmo guardare il mondo così.
Vorrei chiederle qualcosa sul rapporto di Oscar con Norman Granz, una relazione durata quasi tutta la vita.
Dall’istante in cui si conobbero, Oscar e Norman ebbero un legame immediato. Diventarono best friends quasi subito. Erano entrambi uomini di intelligenza straordinaria, di enorme integrità e di convinzioni molto solide. Condividevano molte idee: i diritti umani, la musica, il sostegno alla musica. Norman ebbe un’intuizione straordinaria nel guidare la carriera di Oscar. Certo, il talento avrebbe portato comunque lontano Oscar, ma Norman seppe orientarlo, promuoverlo, proteggerlo. E Oscar seguiva sempre i suoi consigli, anche quando significava non suonare in un certo club per un anno perché Norman diceva: «Non vogliono pagarti quello che meriti, quindi tu non suonarci. Aspetta un anno e poi vediamo». Oscar imparò da Norman anche quel tipo di consapevolezza professionale. C’è poi tutto il lavoro sulle registrazioni, la dedizione di Norman nel produrle. Anche dopo aver venduto la Verve, quando per alcuni anni non gli fu permesso di produrre dischi, continuò a preoccuparsi della carriera di Oscar. Gli disse che doveva continuare a registrare, e lo indirizzò verso le incisioni per la MPS. Non voleva che passassero anni senza che Oscar registrasse. La loro amicizia era davvero straordinaria. Quando conobbi Oscar, incontrai con lui molte persone famose, grandi musicisti, celebrità, artisti meravigliosi. Ma la persona che mi rendeva più nervosa incontrare era Norman Granz. Pensavo: «Oh Dio, se Norman non mi apprezza, sono nei guai». Con me fu molto diverso, naturalmente, perché ero con Oscar; una cosa è incontrarlo in quel contesto, un’altra incontrarlo da organizzatore di concerti. Poteva essere burbero, difficile, ma era un uomo di principi. Lui e Oscar parlavano al telefono per ore, praticamente ogni giorno. Da casa nostra partiva o arrivava una telefonata da Los Angeles, Ginevra, Londra, ovunque Norman si trovasse. Stavano al telefono almeno un’ora, spesso due o tre, semplicemente parlando: storie, politica, musica, qualunque cosa. Quando Norman Granz morì, fu come se anche una parte di Oscar fosse morta. Sapevo che sarebbe stato durissimo per lui, e lo fu. Una parte del suo spirito e della sua luce se ne andò, perché aveva perso il suo amico più vicino.
Signora Peterson, grazie davvero. È stato un grande piacere parlare con lei.
Grazie a lei, Luca. È stato un piacere. Sono molto contenta che lei abbia avuto l’opportunità di incontrare Oscar e conoscerlo di persona.
Per me è stato un grande onore, e lo porto ancora con me.
Questo miriempie di gioia. Ricordo l’Italia con grande affetto. Credo di essere stata a Milano con Oscar forse una volta, forse proprio nel 1987, e amavo quella città. Anche Firenze: una città bellissima. La ringrazio per questa conversazione.
