Dopo la data di San Vito al Tagliamento, il concerto di Prato rappresentava la seconda e ultima apparizione italiana del lungo tour europeo del nuovo trio di James Brandon Lewis. In questa occasione veniva presentato dal vivo «Apple Cores», il celebrato album pubblicato nel 2025 e dedicato all’omonima rubrica che Amiri Baraka tenne su DownBeat tra il 1964 e il 1967, diventando il primo afroamericano a scrivere di jazz sulle pagine della storica rivista americana.
James Brandon Lewis frequenta l’Italia fin dal 2014 e già allora era alla guida di un trio. Come ha giustamente ricordato Enrico Romero durante la presentazione del concerto, questa formazione è stata sin dagli inizi una delle predilette dal sassofonista: basti pensare al trio con William Parker e Gerald Cleaver di «Divine Travels» o a quello con Jamaaladeen Tacuma e Rudy Royston di «Days of FreeMan».

Il trio di «Apple Cores» presenta un’estetica molto ben definita, distante sia da quei gruppi sia dai trii storici della tradizione – come quelli di Sonny Rollins. In questo contesto la presenza di Josh Werner risulta un elemento chiave, proprio per il suo background eclettico e aperto alle contaminazioni, assai diverso da quello dei bassisti di più stretta impronta jazzistica. Il groove di Werner affonda le radici nella scena underground newyorchese: linee ipnotiche e reiterate e un suono denso ma al tempo stesso minimalista, in cui convivono influenze avant-rock e post-punk, lo rendono uno dei bassisti più richiesti dell’attuale scena avant-jazz internazionale. Il sodalizio con James Brandon Lewis dura ormai da circa dieci anni, in contesti diversi; dal punto di vista discografico, oltre ad «Apple Cores», i due hanno registrato insieme «Live at the Cell» con il gruppo denominato Resilient Vessels.
Alla batteria Chad Taylor era sostituito da Warren “Trae” Crudup III, musicista sicuramente meno noto al pubblico italiano rispetto a Taylor, ma collaboratore di lunga data di Lewis –(anche lui da oltre dieci anni) e presente in numerose sessioni di registrazione del sassofonista originario di Buffalo. Nonostante un approccio allo strumento meno spettacolare e più controllato rispetto a quello di Taylor, Crudup ha offerto una prova altrettanto solida, interamente al servizio dell’asse Lewis–Werner, mantenendo per tutta la durata del concerto un livello costante e pienamente all’altezza della situazione.

La prova di JBL è stata spumeggiante, come d’abitudine. «Più energia ci date, più ve ne restituiremo», ammonisce il pubblico. La sua è una voce autentica e immediatamente riconoscibile, caratterizzata da chops ricorrenti e da un fraseggio funzionale al suo sistema musicale, il Molecular Systematic Music. Alcune sequenze di particelle sonore accostate tra loro generavano improvvisi guizzi di energia, modulati di volta in volta dallo stesso Lewis. Il repertorio presentato a Prato era composto prevalentemente da brani tratti da «Apple Cores», ma non sono mancati in scaletta pezzi storici firmati da altri autori, tra cui Eddie Harris e Mal Waldron. Tra i momenti più intensi del concerto, una lunga introduzione in solo di Brandon Lewis che, ispirandosi a Dexter Gordon, ha citato all’interno del proprio assolo alcuni temi arcinoti della storia del jazz, tra cui «Over the Rainbow».
Un concerto vario e affascinante, che conferma la statura di un musicista e di un gruppo capaci di scrivere, in presa diretta, alcune delle pagine più vitali del jazz contemporaneo.
