Intervista ai Tortoise

La band di Chicago sarà in Italia il 17 aprile alla Santeria di Milano e il 18 al Link 2.0 di Bologna. Di seguito un breve estratto dell'intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.

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Nei Tortoise la chitarra, soprattutto con Jeff Parker, non è mai dominante ma si integra nel tessuto. In “Touch” come avete gestito questo equilibrio tra presenza e dissolvenza degli strumenti?
Dan: La chitarra di Jeff è sempre la sua. Voglio dire: il suo stile è riconoscibile. Questo da un lato. Dall’altro la nostra è una band che si caratterizza per la sua compattezza, non diamo risalto ai solisti e non abbiamo leader. E credo che questa sia la nostra forza. Tu che ne pensi John?
John: Mi ricordo – qualche anno fa – che gli osservatori ci ritenevano una band di percussionisti, non considerando che al nostro interno c’erano anche altri tipi di strumenti, chitarra, basso, sassofono ecc. In realtà abbiamo sempre, nell’insieme, condiviso un’attenzione per l’aspetto ritmico della nostra musica.

Dopo tanti anni, il vostro modo di comporre resta profondamente collettivo. In “Touch” c’è stato un momento in cui il processo vi ha sorpreso, portandovi in una direzione che nessuno di voi aveva previsto all’inizio?
John: Penso che John Herndon ha dato tanto al processo compositivo dell’album. Mi riferisco a delle parti che non erano completamente finite e necessitavano di un punto di rottura, una spinta che le rendesse fruibili. Lui l’ha fatto, alla grande, soprattutto sul brano di apertura Vexations e su un altro paio di brani. È ovvio – l’hai detto tu – tutto fa parte di un lavoro collettivo nel quale ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo estro creativo.
Dan: La gente, chi ci ascolta, riesce a percepirlo. Devo dirti – parlo per me – ogni volta che mi viene in testa un brano da proporre al gruppo spero sempre che lo trasformino in qualcosa di diverso anche se il mio ruolo strumentale viene poi ridimensionato. È importante il risultato finale, per quel che mi riguarda, il colore definitivo che riusciamo a dare a quello che facciamo. John Herndon è molto bravo da questo punto di vista.

Tortoise
Foto di Heather Cantrell

C’è una qualità quasi meditativa in alcune tracce, che richiama tanto il minimalismo quanto certe forme di spiritual jazz. È una dimensione che cercate consapevolmente o emerge dal modo in cui suonate insieme?
Dan: Io penso che entrambe – mi riferisco al minimalismo e allo spiritual jazz – facciano parte del nostro vocabolario. E comunque ci tengo a sottolineare che non pianifichiamo quasi niente. Non facciamo altro che assorbire quello che accade attorno a noi.
Nicola Gaeta

 

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