«Waiting For Music To Surprise Me Again». Intervista a Thomas Umbaca

Esce oggi 20 marzo il nuovo disco del pianista e compositore milanese. Di seguito un breve stralcio dell’intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.

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Segna un nuovo punto di partenza il nuovo lavoro discografico di Thoma Umbaca, che vede il pianoforte protagonista costellato da bei arricchimenti costruiti dalle chitarre, dai sintetizzatori mai invasivi.

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Il tuo nuovo progetto discografico ha preso forma attraverso diversi singoli pubblicati negli ultimi mesi: come è nato questo nuovo album e quale esigenza artistica lo ha fatto nascere?
Molto semplicemente ti direi che è nato dall’idea e voglia di lavorare a nuovo materiale, a un nuovo disco, suono. Ma tutto il resto chiaramente è un viaggio fatto di imprevisti e sorprese. Come penso sia giusto (o semplicemente più bello per me) puoi crearti delle idee a priori ma poi se ti aspetti di realizzare solo quello che avevi in testa senza accogliere quello che arriva, poi penso si può rimanere un po’ delusi?

Nel tuo lavoro il pianoforte rimane centrale, ma spesso dialoga con elettronica, voce e percussioni: come costruisci questo equilibrio tra strumenti e linguaggi diversi?
Per quanto riguarda la voce, per me è un prolungamento di quello che suono al pianoforte, spesso ricalco quello che suono, oppure sono linee più trasversali che sostengono l’armonia, per cui non si stacca mai troppo dal contesto, anzi ci sta dentro. Anche questo l’ho un po’ sperimentato con l’improvvisazione jazz,  cantare «ricopiando» quello che suoni ti tiene ancorato alle note che scegli, in connessione con quello che fai senza che la mano parta per i suoi virtuosismi muscolari che a volte non servono granché. La percussione, come la voce, è sempre stata lì, nel pianoforte! Ma in generale da bambino ho sempre giocato con tamburi (e pentole/padelle). L’elettronica è stato più un caso: un synth di un amico che avevo a portata, l’ho tirato fuori e ho cominciato a giocare sulle registrazioni di pianoforte che avevo. Comunque rimane un uso ponderato nell’album, ogni elemento oltre al pianoforte ha una funzione abbastanza calibrata, sono satelliti che ruotano attorno a un motore, un magma base. Per me aggiungono strati di percezione, aiutano ad aprire più porte nella mente. Mi piace quando senti un suono, un timbro che evoca qualcosa di diverso per ogni orecchio che ascolta.

C’è un brano del disco che senti particolarmente rappresentativo del momento che stai vivendo oggi?
Se con oggi intendiamo oggi martedì, direi StreAM, quello che apre l’album, è un risveglio un po’ mattutino. Se l’oggi è quello fatto dalle cose orribili che succedono e che inevitabilmente ci attraversano, direi H. You’re Good, l’ultima traccia. Nel suo scenario un po’ torbido e notturno (se fai attenzione ci sentirai anche degli assioli qua e là), ha comunque qualcosa di luminoso e aperto a scenari migliori.
Alceste Ayroldi

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