Terje Evensen: Music for Paintings

Intervista a uno dei personaggi più singolari della scena musicale norvegese, davvero indefinibile come la sua musica.

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Terje Evensen dipinto di Holger Theunert Foto: SIGURD JOHANNES CHRISTIANSEN

Terje, partiamo dal tuo ultimo disco «Music For Paintings». Innanzitutto, qual è – a tuo avviso – la relazione tra musica e pittori?
Penso che pittori e compositori abbiano molto in comune. Quando guardi un grande
dipinto, può capitarti di ascoltare un paesaggio sonoro. Allo stesso modo, quando
ascolti della musica, questa può restituirti delle immagini. Dipende ovviamente dal
genere, ma per me si tratta di raccontare una storia, catturare un momento e
trasmettere un messaggio che allo spettatore è permesso interpretare, come vuole. Si tratta di impressioni ed espressioni. Adoro come queste cose possano comunicare
senza parole.

Perché hai scelto proprio Holger Theunert e le sue opere?
La verità è che Holger ha scelto me. L’ho incontrato per la prima volta, nel 2011, quando suonavo con John Paul Jones e Spin Marvel a Cheltenham. Era amico degli altri membri della band e venne al concerto. Ci siamo divertiti moltissimo quella sera e ci siamo tenuti in contatto nel corso degli anni. Un giorno, all’improvviso, mi ha chiamato, in concomitanza con la sua prossima mostra a Bressanone, e mi ha chiesto di comporre della musica per fare da scena sonora alle sue immagini. Ho accettato di buon grado, oltre a suonare dal vivo nella serata di apertura. La musica suonata quella sera divenne l’inizio di «Music For Paintings».

In fase di composizione avevi in mente qualche quadro in particolare?
Quando ho lavorato alla musica, avevo tutti i dipinti che Holger aveva realizzato per questa particolare mostra su un grande schermo di fronte a me; schermo che scorreva come una presentazione. I dipinti si spostavano lentamente, a caso, per tutto il tempo mentre lavoravo. Il mio processo compositivo è tutto basato sulla sperimentazione e su ciò che suonava bene per il mio orecchio. Quando ho scoperto un’atmosfera nella musica che potevo collegare a un dipinto, l’ho tenuta. Sai, si tratta di provare, riprovare e farlo nel modo giusto. Quando si tratta di arte, mi piace lasciare la porta aperta all’interpretazione, quindi non rivelerò mai quale dipinto avevo in mente per quella particolare musica. Penso che sia una riflessione che dovrebbe essere lasciata all’ascoltatore – spettatore: io sono solo il fattorino.

C’è tanta ricerca dietro a questo lavoro. Quali sono le tue fonti?
Sì, ho effettuato molte ricerche quando ho realizzato questo album e ho impegnato parecchio tempo. Dato che la mostra era in Italia, ho ascoltato diversi compositori e musicisti italiani e poi sono tornato ai dipinti di Holger. Le storie raccontate dai suoi dipinti erano l’unico impulso a cui volevo connettermi alla fine. Volevo renderlo molto personale e il rapporto tra la musica e i dipinti era tutto ciò che volevo sviluppare e amplificare. Tecnicamente, ho cercato per ogni brano di prendere una nuova strada, usare un nuovo metodo. Ho anche iniziato a utilizzare dispositivi analogici degli anni Settanta per manipolare i miei dispositivi elettronici.

In questo disco possiamo ascoltare un sacco di musica proveniente da ogni dove: ambient, musica classica contemporanea, musica per film, jazz scandinavo.
Questo disco mi ha dato grandi possibilità di suonare con elementi attinti da diversi generi, per riecheggiare espressioni e stati d’animo che i dipinti avevano ingenerato in me. Questo aspetto mi ha dato la possibilità di spostare la musica in direzioni uniche, ma diverse. Adoro il modo in cui l’espressione di un brano musicale o di un dipinto possa cambiare a seconda di ciò che hai collocato accanto ad esso.

Foto di
SIGURD JOHANNES CHRISTIANSEN

Quanto spazio hai dedicato all’improvvisazione?
Inizio sempre il processo compositivo basandomi sull’improvvisazioni e, poi, inizio formare le cose e sviluppare idee. Ho inviato agli artisti coinvolti i percorsi musicali su cui volevo che suonassero e ho dato loro la totale libertà artistica di fare qualunque cosa volessero fare. Successivamente ho composto con le tracce che mi avevano inviato. Quindi, immagino si potrebbe dire che tutto si basa sull’improvvisazione, in un quadro chiaramente definito.

C’è un sacco di musica in questo album, che è formato da due cd. Dal punto di vista commerciale, non pensi che possa essere un’operazione rischiosa?
Credo che il business della musica sta decisamente andando nella direzione sbagliata. Quindi, questo è in realtà un tentativo di motivare l’orgoglio e la fiducia dell’ascoltatore in se stesso, come fruitore intelligente di musica più di ogni altra cosa. Mettendo la musica tutta su una traccia, sfido la resistenza dell’ascoltatore a concentrarsi. Volevo che l’album si presentasse come controparte dell’esistenza volatile e volubile di oggi.

Ti affiancano eccellenti musicisti e sono anche loro un bel po’!
Sì, sono fantastici. Sono molto orgoglioso di aver coinvolto così grandi musicisti nel mio album. Sono tutti miei buoni amici che ho incontrato durante la mia carriera. Il loro coinvolgimento è avvenuto in modo naturale durante la lavorazione dell’album. Ringrazio infinitamente: Frederik Köster, Christophe Schweizer, Sabri Tulug Tirpan, Emre Meralli , Trilok Gurtu, Zara, Kaplana Patowary e la Junge Norddeutsche Philarmonie con la direzione di Wolf Kerschek.

Comunque, possiamo parlare di un concept-album?
Anche se non sono un grande fan di questo tipo di classificazione, in generale, «Music For Paintings» è chiaramente un concept album, sì.

Alla fine del lavoro, pensi di aver raggiunto il tuo obiettivo?
Sì, assolutamente. Ho trascorso molto tempo alla lavorazione di questo disco e credo di aver superato alcuni limiti, almeno per quanto mi riguarda. E questo mi ha consentito di spostarmi in luoghi artistici che non avevo mai visto prima, e penso che il risultato lo testimonia.

Sei un batterista, ma usi molto l’elettronica. Qual è il tuo vero strumento musicale?
Sono un batterista, questo è certo. Ed è così che ho iniziato. Uso l’elettronica per espandere la mia tavolozza sonora. Mi piace combinare, ma faccio anche esibizioni in cui suono solo batteria o suono solo elettronica.

La Norvegia ha anche una solida tradizione di batteristi. Sei stato influenzato da qualcuno in particolare?
Sì, certo. I miei tre «padrini» sono sempre stati: Jon Christensen, Audun Kleive e Paolo Vinaccia. Ascoltandoli, ho imparato molto. Non solo sul modo di suonare la batteria, ma anche sul trovare la forza per essere abbastanza coraggioso da seguire la mia strada.

Qual è il valore aggiunto dell’elettronica nelle tue composizioni?
Mi piace manipolare ed elaborare molti dei miei dispositivi elettronici, alla ricerca di un’espressione personale unica. E con l’elettronica posso creare atmosfere che non riesco a ottenere con la batteria. Mi dà anche più indipendenza e mi permette di controllare la musica molto di più, quindi ci sono molti vantaggi.

Terje, qual è il tuo bagaglio culturale?
Quando ero piuttosto giovane, ho iniziato a suonare la fisarmonica, quindi la tromba prima di trovare finalmente la batteria. Non c’era molta musica nella mia famiglia, ma mio padre suonava un po’ la chitarra e il piano. La cosa principale era che avevo degli amici più grandi che mi aiutavano molto quando si trattava di suonare la batteria. Mi hanno insegnato i miei primi ritmi, mi hanno mostrato video e mi hanno dato musica da ascoltare, ecc. In pratica mi hanno dato tutto ciò di cui un ragazzo giovane come me aveva bisogno per iniziare. Non sarei dove sono oggi senza di loro.

Qual è la situazione della musica in Norvegia?
La scena musicale norvegese è abbastanza buona. Molti nuovi artisti stanno spuntando e molti stanno cercando la loro espressione unica.

Cosa fa il governo norvegese in favore  dei musicisti?

Il governo norvegese ha creato molte fonti di finanziamento a cui possiamo fare domanda, che comprendono pubblicazioni di album, tour, produzione etc.etc. Costruiscono anche spazi-sale di prova che possiamo affittare a un prezzo abbastanza ragionevole e promuovono la musica norvegese in tutto il mondo, specialmente musica pop. Penso che si possa vedere il risultato di ciò che il governo sta facendo attraverso la diversità della scena musicale norvegese. Quindi, la Norvegia ha questa reputazione di avere davvero grandi opportunità di finanziamento e, anche se quello che sto per dire potrebbe portarmi verso un cattivo karma, sono sicuro che si potrebbe fare molto di più.

Che musica ascolti al momento?
Sto ascoltando molta musica diversa. Adoro i trii di pianoforte acustico come John Taylor con il mio amico Martin France alla batteria. Mi piace anche l’improvvisazione elettronica ambient e sperimentale. Vengo anche aggiornato dalle mie due giovani figlie sulla musica pop ogni volta che andiamo a fare un giro insieme.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuerò il mio lavoro con Holger Theunert. Dovevamo fare una mostra a Roma, in realtà, quando scoppiò l’emergenza Covid-19 in Italia. Quindi spero che potremo realizzarlo una volta che il mondo tornerà alla normalità. Ho anche un nuovo duo con il percussionista peruviano, Manongo Mujica del Perù, chiamato Parracas Ritual. Di recente abbiamo fatto un piccolo tour in Perù e abbiamo finito un doppio album, che uscirà in vinile alla fine dell’anno licenziato dalla Buh Records. Attualmente stiamo pianificando anche un tour europeo, ma data la situazione in cui ci troviamo tutti al momento, dobbiamo vedere se riusciremo a realizzarlo. In questi giorni di coronavirus ne approfitto per il lavoro in studio; quindi ora ho iniziato a lavorare su alcune registrazioni che ho fatto in precedenza con l’artista del computer Anders Tveit. Abbiamo lavorato insieme per molti anni con il nostro trio Pdconception, ma ora abbiamo iniziato a sviluppare un duo e sarà interessante vedere come andrà a finire. A parte il coronavirus, con tutti questi progetti musicali nell’aria, il futuro sembra luminoso.
Alceste Ayroldi

L’intervista completa è stata pubblicata sul numero di agosto 2020 della rivista Musica Jazz.