Intervista al Quartetto Obliquo

Angelica Faccani e Agnese Amico (violino), Angelica Groppi (viola) e Gabriele Tai (violoncello). Un quartetto di giovani particolarmente eclettico, che coniuga perfettamente il linguaggio sperimentale con quello contemporaneo. Il quartetto si esibirà il 15 gennaio con John King a Bologna per la seconda parte della dodicesima stagione concertistica di AngelicA | Centro di Ricerca Musicale (ore 19, teatro San Leonardo).

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Come definireste l’identità artistica del Quartetto Obliquo e in che modo si è trasformata nel tempo?
Il Quartetto Obliquo nasce con l’obiettivo di esplorare musiche sperimentali e contemporanee ricercando in questi linguaggi un suono ed una espressività che rispondano ai nostri tempi. Si propone di ampliare i confini timbrici e tecnici del quartetto classico tradizionale, cogliendo al contempo la grande eredità performativa di questa formazione nella storia della musica. Sono delle sfide molto complesse che probabilmente possono essere perseguite lungo tutta una vita musicale sia individuale che collettiva. Nel tempo l’obiettivo non è cambiato ma forse lo abbiamo compreso e definito meglio, imparando anche molto dalla musica che suoniamo.

Cosa significa per voi musica sperimentale e come questo concetto entra concretamente nel vostro lavoro quotidiano?
«Musica sperimentale» è una definizione molto ampia in cui convergono innumerevoli linguaggi per cui è davvero difficile dare una risposta univoca. In termini generali, ogni volta che si affronta un nuovo linguaggio non radicato nella nostra memoria collettiva è necessario un profondo lavoro sia individuale che di gruppo per riuscire ad interiorizzarlo. Nel concreto questo significa per noi affrontare tecniche non convenzionali, trovare soluzioni non assimilate nel percorso accademico, porci molte domande ma anche a volte avere un margine più ampio per prendere scelte in autonomia. E’ alla fine una tensione verso qualcosa di altro, un profumo difficile da afferrare, solo ogni tanto sfiorato.

Ho avuto modo di apprezzare il video di Cosmogram Sessions, che sarebbe il secondo episodio di Portals. Vorreste dirci qualcosa di più su questo progetto?
Con Cosmogram abbiamo il piacere e l’onore di collaborare da quando siamo nati, frequentiamo la Giudecca più volte l’anno e per noi ormai costituisce il nostro nido artistico. Nelle figure di Emanuele Wiltsch Barberio e altri artisti che gravitano attorno a questa realtà abbiamo trovato un immenso supporto. E’ una realtà preziosa che merita di essere conosciuta e di continuare a crescere e consolidarsi nel tempo. Quando Emanuele ci ha chiesto di registrare un concerto che sarebbe stato visto in diretta presso Monom in Francia ci è sembrato un’ ottima occasione per buttarci a capofitto in quella che sarebbe stata la nostra prima registrazione live. E’ stata per noi un’occasione incredibilmente fortunata per incontrare tanti talenti, come il Perpetuo Quartet, Giovanni Mancuso e l’eccezionale Ruggero Romano che ha filmato tutto l’evento in un unico piano sequenza.

In che modo bilanciate rigore compositivo e libertà interpretativa nei vostri progetti?
Forse il concetto di werktreue, l’ aderenza perfetta alla partitura, è un pensiero utopistico del mondo della musica classica difficilmente applicabile nel nostro repertorio, considerato anche il fatto che nell’ambito della musica contemporanea ci sono pochi riferimenti discografici che facilitino una maggiore immaginazione del segno grafico. Piuttosto cerchiamo un processo di negoziazione tra il segno e le nostre rispettive interpretazioni e gusti. I grandi punti di svolta si presentano chiaramente nei momenti in cui abbiamo l’opportunità di lavorare direttamente con il compositore, in uno scambio condiviso di stimoli e motivazioni.

Quartetto Obliquo

Qual è il ruolo dell’improvvisazione all’interno della vostra pratica musicale?
Individualmente alcuni di noi hanno un intenso rapporto con la pratica improvvisativa e a poco a poco è emersa la necessità di farne una pratica condivisa, senza però voler perdere la potenza di suono e la pulizia del gesto insiti della tradizione performativa classica. Come si possono conciliare questi due mondi? I primi passi li abbiamo mossi con le composizioni di John King, dove abbiamo incontrato una scrittura che lascia ampie libertà di esecuzione e che volendo si potrebbero anche leggere al contrario, come delle  improvvisazioni che si sviluppano entro dei limiti abbastanza specifici. Abbiamo anche suonato spesso un brano di Garth Knox che utilizza invece lo strumento degli assoli, e affrontato la musica seriale di Terry Riley. Questi innesti testimoniano la nostra volontà di aprirci gradualmente verso l’improvvisazione che auspichiamo sempre più libera, senza perdere la compattezza del suono e delle volontà del quartetto.

Come scegliete i compositori con cui collaborare o i repertori che decidete di esplorare?
Ci siamo spesso dati il lusso e il rischio di scegliere autonomamente attraverso i nostri ascolti. Una risorsa fondamentale arriva dal bellissimo progetto dei Kronos Quartet: 50 for the future. Una piattaforma con cinquanta nuove composizioni per quartetto d’archi, descrizioni, registrazioni e parti liberamente scaricabili. Le collaborazioni con i compositori sono avvenute in maniera naturale, quest’anno abbiamo avuto la grande fortuna di collaborare sia con John King, che vedremo per la prima volta questo gennaio, e con Gavin Bryars, meraviglioso amante della Giudecca con cui abbiamo collaborato quest’estate presso Cosmogram per poi suonare le sue musiche in mezzo alla laguna grazie al progetto Cinema Galleggiante di Microclima.

A proposito di repertorio, prossimamente suonerete a Bologna per il Centro di Ricerca Musicale AngelicA. Quale sarà il vostro repertorio?
Dedicheremo la prima parte del concerto ad una serie di quartetti tratti da Free Palestine di John King: una lunga raccolta di brani, ognuno dei quali è costruito basandosi su un maqam del sistema musicale arabo e dedicato ad un villaggio sottoposto a pulizia etnica dal 1948 ad oggi. Nella seconda parte daremo spazio ad altri due compositori americani, Gabriella Smith e Paul Wiancko. Carrot Revolution, della Smith, è un patchwork di influenze che vanno da Bach a Pérotin, dal canto gregoriano ai canti georgiani e alle melodie celtiche, che si susseguono in una pulsazione smagliante. Paul Wiancko è l’attuale violoncellista del Kronos Quartet e un compositore di grande talento: il suo brano, Lift, è un omaggio alla ricchezza timbrica ed espressiva del quartetto d’archi, un brano gioioso in cui le armonie, i contrasti ritmici vivaci e i timbri cangianti creano un dialogo in continua tensione tra delicatezza e forza

Quali influenze extra-musicali (arti visive, letteratura, filosofia, tecnologia) entrano nel vostro lavoro?
Il nostro è un quartetto che ambisce a dialogare con quanti più linguaggi possibili. Attualmente abbiamo in cantiere un progetto performativo multimediale, concepito per quartetto d’archi, elettronica, video mapping e sensoristica interattiva: è una ricerca che indaga come la tecnologia possa ampliare la performance musicale e include l’ambizione di creare uno spazio co-performativo in cui quartetto e pubblico interagiscono attraverso l’uso di sensori.

Quartetto Obliquo

Pensate che la musica contemporanea abbia una responsabilità sociale o politica?
La musica ha una enorme potenza evocatrice, può far sopravvivere memorie, custodire messaggi, evocare scenari, è un linguaggio che valica le barriere razionali, sopravvive alla storia ed è inevitabile che abbia una risonanza a livello politico e sociale. Le scelte che si fanno attraverso di essa, sia come compositori che come interpreti, hanno un peso, certo variabile a seconda dei contesti e forse non di azione in senso stretto, ma piuttosto di testimonianza, provocazione, memoria, comunicazione: per questo riteniamo così prezioso il lavoro di John King con la raccolta Free Palestine.

Come gestite le dinamiche interne al quartetto nei processi decisionali artistici?
Il nostro quartetto è composto da quattro personalità molto differenti sia caratterialmente che musicalmente ma nonostante questo (o forse anche grazie a questo) si crea una strana alchimia in cui le differenze si equilibrano naturalmente nel suono.  Non crediamo nelle gerarchie per cui tutte le idee si confrontano parimenti e di volta in volta si sceglie l’opzione che riteniamo più convincente, processo che principalmente si risolve lasciandosi guidare dall’ascolto.

Quali sono le principali sfide nel proporre musica sperimentale oggi, in termini di produzione e diffusione?
In Italia la scena è purtroppo relativamente piccola e poco sostenuta, a partire dai conservatori e via via nei vari ambiti di produzione, soprattutto rispetto ad altri paesi europei. Inoltre ci sono molteplici stigma che accomunano sia produttori che pubblico e che in qualche modo bisogna superare: da una parte il mondo classico ha paura di una difficoltà nella comprensione e nell’ascolto della musica contemporanea, dall’altro l’ambito più sperimentale considera la composizione del quartetto d’archi essenzialmente di tradizione classica. Ma forse è appunto in questa liminalità che risiede la possibilità di sperimentare, incuriosire e avvicinare.

Che cosa significa per voi, oggi, fare ricerca e quali mezzi utilizzate per ricercare nuove sonorità o avere nuovi spunti?
In un mondo ideale significa avere tempo per stare insieme, ascoltare musica, coinvolgere e lavorare con persone che stimiamo e ammiriamo, sperimentare individualmente e avere tante ore di prove, tante opportunità di concerti, produzioni e viaggiare insieme.  Significa anche poter collaborare con artisti di discipline diverse e riuscire a gestire progetti che ampliano di significati e possibilità i suoni del quartetto.

Qual è il vostro rapporto con il web e con i social media?
Il web è uno strumento impagabile di ricerca, ed è preziosissimo per scoprire repertori, compositori e realtà che possano essere stimolanti per la nostra crescita. Con i social media abbiamo per adesso un  rapporto molto minimalista…siamo ben consapevoli che da questo punto di vista dobbiamo ancora  strutturarci!  Ora come ora li utilizziamo come una bacheca comunicativa, ma sappiamo che possono essere un mezzo per costruire un’identità forte ed esplorare questo aspetto può essere molto interessante.

Quali sono oggi le principali difficoltà per un ensemble che lavora sulla musica sperimentale?
Purtroppo, ancora oggi, una diffusissima resistenza da parte di molte istituzioni e molto pubblico nei confronti del repertorio contemporaneo. E’ una sorta di atavica diffidenza che probabilmente è figlia di un passato, quello delle avanguardie storiche, in cui ci fu effettivamente una rottura programmaticamente ricercata tra compositori e pubblico. La difficoltà sta nel riuscire a far passare il messaggio che da allora sono successe moltissime altre cose, che nel frattempo la musica contemporanea ha sviluppato sfumature caleidoscopiche, e la maggiore soddisfazione l’abbiamo infatti quando ai nostri concerti gli ascoltatori più coraggiosi, che hanno sfidato le reticenze, ci comunicano il loro stupore, la loro curiosità e anche il piacere nello scoprire sonorità inaspettate.

Quali sono i vostri prossimi obiettivi e i vostri futuri impegni?
Abbiamo in programma nel 2026 di realizzare due piccoli e succosi lavori discografici su dei brani inediti di compositori con cui stiamo collaborando ma purtroppo non vi possiamo svelare di più a riguardo! Un altro obiettivo sarà avere più tempo per stare insieme e collaborare con compositori e altri strumentisti.
Alceste Ayroldi

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