Dopo gli ottimi risultati di «Now It’s My Turn», cosa rappresenta per te l’uscita di «Enjoy the Journey» in termini di evoluzione personale e musicale?
Per me «Enjoy the Journey» rappresenta un’evoluzione importante, soprattutto come compositore. È un disco più maturo e più rilassato, ma in piena continuità con il precedente. In questo senso definisce ancora meglio il mio stile e ne consolida la direzione.
Il titolo dell’album suggerisce un’idea di movimento e trasformazione: quando è nato il concept del viaggio come metafora artistica e umana?
Assolutamente. Per me la musica è già un viaggio, e il viaggio è una delle metafore più vicine a quello che facciamo quando suoniamo. Hanno tantissimo in comune: l’incontro, lo scambio, l’aprirsi a qualcosa che non conosci, il cambiare prospettiva. Anche solo attraversare stili musicali diversi è come attraversare posti diversi, perché ogni linguaggio ha un suo paesaggio, una sua storia, un suo modo di respirare. Il concept è nato proprio da lì, dagli incontri che ho avuto in questi anni con musicisti di provenienze culturali molto diverse. Ogni volta che suoni con qualcuno che porta un altro background ti accorgi che succede qualcosa di vero: ti sposti, ti trasformi, impari un accento nuovo, un modo diverso di stare nel tempo, di fraseggiare, di ascoltare. E in quel momento capisci che il viaggio non è soltanto geografico, è soprattutto umano e artistico. Poi c’è un altro livello, più personale. Il viaggio è anche il cammino che fai per migliorarti, per andare avanti nonostante le difficoltà, che sono una presenza costante nella vita di un musicista. C’è sempre qualcosa da mettere a fuoco, da approfondire, da rendere più solido. È un lavoro continuo, quotidiano, fatto di tentativi, di disciplina, di dubbi, di momenti in cui ti senti in crescita e altri in cui ti sembra di essere fermo. Eppure è proprio questo che mi affascina. La musica è come una montagna infinita e in parte irraggiungibile: più sali e più ti rendi conto che c’è ancora strada, che l’orizzonte si allarga. «Enjoy the Journey» nasce da questa consapevolezza: il senso sta nel percorso, negli incontri, nelle trasformazioni che ti porti dietro, nel fatto che continui a camminare.
In che modo senti di essere cambiato come compositore tra il primo disco e questo nuovo lavoro?
Quello che è cambiato di più, sicuramente, è il mio rapporto con l’ispirazione. Nel primo disco ero più razionale, più controllato, quasi con l’idea di dover mettere tutto in ordine e dimostrare qualcosa. In questo nuovo lavoro sento di essermi concesso un aspetto più istintivo, più immediato, e paradossalmente più vero. Credo sia una dinamica abbastanza comune: il debutto porta con sé una pressione particolare. Hai addosso l’urgenza di presentarti, di definire un’identità, di dare un’immagine il più possibile “pulita”, coerente, impeccabile, come se ogni dettaglio dovesse essere perfetto per legittimarti. In quel momento ti ritrovi a filtrare molto, a razionalizzare tanto, a chiederti continuamente se una scelta “funziona”, se è abbastanza solida, se ti rappresenta nel modo giusto. Dal secondo disco in poi, cambia lo sguardo. Piano piano inizi ad accettarti di più. Ti rendi conto che la tua voce sta anche nelle imperfezioni, nelle fragilità, nelle cose che non sono perfettamente lucide ma sono vive. E allora ti permetti di seguire un’idea anche quando non è “comoda”, di lasciare spazio a ciò che nasce sul momento, di non controllare tutto fino all’ultimo millimetro. Questo vale sia per la scrittura sia per l’improvvisazione. Nella scrittura ho lasciato entrare di più l’intuizione, senza voler spiegare sempre tutto con la testa. Nell’improvvisazione ho cercato di fidarmi di più del presente, dell’ascolto, del respiro del brano. In sintesi, mi sento più libero: meno preoccupato di apparire impeccabile e più concentrato sul raccontare qualcosa di autentico.”
Quanto è stato importante lavorare con Bobo Records e quanto ha contribuito la visione produttiva di Antonello Boezio nel dare forma al suono e alla visione del progetto?
Il lavoro con Bobo Records e la presenza di Antonello Boezio, insieme a tutti i collaboratori dell’etichetta, sono stati davvero fondamentali, soprattutto nella fase finale del disco. «Enjoy the Journey» è un progetto che nasce come un inno agli incontri, al viaggiare insieme, al condividere un cammino. Proprio per questo, arrivato all’ultimo tratto mi sono ritrovato paradossalmente a dover prendere tante decisioni da solo, e anche a registrare alcune parti in autonomia. In quel momento mi ero un po’ bloccato, mi sentivo demoralizzato, perché quando un lavoro è lungo e importante rischi di ripiegarti su te stesso e di perdere lucidità. Avere Antonello al mio fianco in studio, e decidere di registrare con lui, è stato preziosissimo. C’era un confronto continuo, una conferma, una verifica su ogni scelta, e questa cosa mi ha sbloccato. Mi ha tolto da quella specie di impasse tipica della chiusura di un progetto, quando alcune idee sedimentano per anni e poi hai bisogno di uno sguardo esterno che ti rimetta in movimento.

C’è stato un momento in studio in cui hai percepito chiaramente che il disco stava assumendo una dimensione davvero internazionale?
Naturalmente la presenza di grandi nomi internazionali, come Victor Wooten, dava già di per sé uno slancio e una percezione più internazionale al progetto. Però il momento in cui l’ho sentito davvero, in modo chiaro, è arrivato più avanti, quando ho ascoltato i mix definitivi di Massimo Stano, che è un fonico straordinario del MAST di Bari Lì ho avuto proprio la sensazione che il disco prendesse vita anche dal punto di vista del suono. Quello che stava emergendo dai brani aveva una qualità e un respiro che mi hanno colpito, e mi hanno fatto pensare che il progetto avesse davvero una dimensione “da fuori”, con quello slancio che associamo alle grandi produzioni internazionali. In quel momento ho capito che, con il dovuto rispetto, poteva competere anche con produzioni oltreoceano, o comunque stare in quel contesto senza sfigurare. E allo stesso tempo ho percepito una personalità molto italiana, nel senso migliore: un’identità riconoscibile, che può rappresentare un’alternativa, non una copia. Questa cosa, per me, è stata la conferma più forte.”
Hai lavorato più su partiture definite o su momenti di improvvisazione guidata?
Assolutamente ho lavorato molto di più su partiture definite. Il disco è quasi tutto scritto, e le parti sono rimaste super fedeli e super dettagliate fin dall’inizio. È una mia caratteristica, e in un certo senso è anche uno dei motivi per cui riesco a portare a termine un progetto così complesso, con oltre trentadue musicisti coinvolti. Scrivo parti molto precise, con indicazioni chiare, quindi tutto quello che riguarda temi, struttura e arrangiamento è definito in modo molto dettagliato. Il lato improvvisativo entra soprattutto nell’interpretazione della partitura, nel “come” suonarla, e poi naturalmente negli spazi solistici, quando c’è un momento dedicato al solo. Questo approccio aiuta tantissimo a rimanere focalizzati sul brano, senza disperdersi, e a concentrare le energie di musicisti straordinari su un’idea precisa.
Il disco attraversa Brasile, India, Giappone, America e Spagna: come hai trasformato queste influenze culturali in linguaggio musicale concreto?
Anche qui è successo tutto in modo molto spontaneo. Quando decido di approfondire un certo mondo musicale, la prima cosa che faccio è ascoltarlo tantissimo, in maniera quasi immersiva, finché quel linguaggio non entra davvero dentro di me. Di solito, in questo percorso, mi faccio anche accompagnare da quello che chiamo un “Virgilio”, cioè un musicista che considero una guida: un grande solista del mio strumento, di cui ascolto tutto il possibile. Attraverso i suoi dischi e soprattutto attraverso le sue collaborazioni, mi apro strada dentro quello stile, perché mi porta naturalmente a scoprire artisti, suoni, modi di intendere il ritmo e l’armonia.
Per il Brasile, per esempio, sono stati Arthur Maia, Nico Assunção e lo stesso Michael Pipoquinha. Seguendo loro ho attraversato tanti stili della musica brasiliana e, con l’ascolto continuo, queste influenze hanno cominciato a sedimentare. A un certo punto diventano parte del tuo modo di pensare la musica, senza che tu debba forzarle. La immagino un po’ così: è come se, ascoltando tanto, annaffiassi il mio terreno creativo. E poi, da quel terreno, nascono delle piccole idee, delle “piantine” musicali. Io le riconosco quando arrivano, le seguo, le curo, le sviluppo, fino a trasformarle in un brano completo. Per questo non è mai un processo meccanico del tipo: “adesso voglio fare un pezzo copiando una struttura” o “adesso imito quello stile”. Mi interessa che sia naturale. Nelle improvvisazioni, a un certo punto, comincia già a comparire quella direzione, quel tipo di accento, quel tipo di respiro, e piano piano prende forma un brano che è influenzato da tutti quegli ascolti, ma resta comunque mio, perché nasce dal mio linguaggio filtrato attraverso quell’esperienza.
Porterai questo progetto dal vivo con la stessa dimensione internazionale del disco?
Devo dirti la verità, sto ancora pensando al modo migliore per portare questo progetto dal vivo. Non credo che riuscirò a coinvolgere direttamente tutti gli artisti internazionali che hanno partecipato al disco, anche per una questione logistica, ma mi piacerebbe costruire una band più piccola e compatta.
L’idea sarebbe quella di portare i brani in una veste più intima, in cui possano emergere ancora di più le melodie e la scrittura, la composizione in sé. Quindi mantenere lo spirito internazionale del disco, ma tradurlo dal vivo in un formato più essenziale e diretto. È un percorso ancora all’inizio, diciamo che è un progetto in fase di gestazione, però questa è la direzione che mi sembra più naturale in questo momento.

Quali sono state le tappe decisive della tua formazione musicale, sia dal punto di vista tecnico sia umano?
Un passaggio fondamentale della mia crescita musicale è stato trasferirmi dalla piccola città di provincia in cui vivevo, Ascoli Piceno, a Roma, da solo, a 18 anni, per inseguire il mio sogno. A Roma ho incontrato Massimo Moriconi, che fin da subito è stato un’influenza enorme per me, soprattutto per il suo approccio aperto e multistilistico. Mi ha trasmesso l’idea che si può attraversare generi diversi con curiosità e rispetto, e questa cosa ha acceso ancora di più la mia voglia di esplorare. L’altro motore, in parallelo, è la mia passione smisurata per la musica. Mi ha reso una persona estremamente curiosa: sono sempre alla ricerca di nuovi dischi, nuovi ascolti, nuovi libri da studiare. Per tanti anni questa attitudine mi ha fatto crescere in ambiti diversi, che amo frequentare e migliorare contemporaneamente.
E poi c’è stato anche il mio percorso professionale, che è stato un altro grande acceleratore. L’incontro con maestri come Beppe Vessicchio e con grandi autori come Claudio Baglioni mi ha aiutato a crescere non solo sul piano tecnico, ma anche su quello professionale: il senso del lavoro, della responsabilità, dell’ascolto, del suonare al servizio della musica e del progetto.
Chi sono stati i tuoi primi modelli di riferimento e come hanno influenzato il tuo modo di suonare?
Come ti dicevo, Massimo Moriconi è stato uno dei primi riferimenti davvero importanti per me. Più che per un singolo “modo di suonare”, mi ha influenzato per l’approccio: un’idea molto aperta della musica, curiosa, multistilistica, senza pregiudizi. È stato un punto di partenza decisivo, perché mi ha fatto capire che la vera crescita passa dall’ascolto, dal rispetto dei linguaggi e dalla capacità di muoversi tra generi diversi con naturalezza.
Da lì, negli anni, ho approfondito i giganti dello strumento, ognuno con una lezione diversa. Marcus Miller mi ha colpito per l’energia, il groove, quel suono immediatamente riconoscibile e il modo in cui riesce a essere sia solido sia melodico. Jaco Pastorius è stato un mondo a parte: il fraseggio, l’intenzione, il coraggio armonico, l’idea del basso come voce vera e propria. Rocco Prestia, invece, mi ha insegnato tantissimo sul senso del tempo, sulla precisione, su quel tipo di groove “incastrato” che è quasi una macchina perfetta, ma con un’anima enorme. E poi ce ne sono stati tanti altri, perché mi hanno sempre affascinato mille stili diversi. Alla fine, quello che oggi considero il mio modo di suonare nasce proprio da questo: un miscuglio di influenze che si sono stratificate nel tempo. Il mio stile, se devo definirlo, è soprattutto la somma di ascolti e passioni diverse, che vanno dal rock al jazz al pop, e che cerco di far convivere in una voce unica e personale.

In che modo il lavoro come sideman ha contribuito alla tua crescita artistica rispetto ai progetti da leader?
Assolutamente. Il mio lavoro come sideman, soprattutto al fianco di grandi professionisti come Claudio Baglioni, mi ha insegnato prima di tutto il rigore e l’attenzione per i dettagli. Ho imparato che bisogna dare il massimo fino all’ultimo, fino a un minuto prima di salire sul palco, e che non va lasciato nulla di intentato. Quell’atteggiamento così esigente e così attento a ogni aspetto è stato una scuola fondamentale, indispensabile. E cerco di portarlo con me anche quando sono io a guidare un progetto, quando divento io il leader e devo essere responsabile del risultato finale.
Mi ha rafforzato molto il senso del dovere che un leader deve avere nei confronti del pubblico, e l’idea che si debba fare davvero tutto ciò che è nelle proprie possibilità per offrire il meglio. Anche quando è complicato, anche quando sarebbe più facile arrendersi o scendere a compromessi perché manca il tempo o perché si vorrebbe semplificare. Quel lavoro mi ha insegnato proprio questo: rigore, serietà e rispetto per il pubblico.
Quali sono le esperienze professionali che ritieni maggiormente caratterizzanti?
Direi che le esperienze professionali più caratterizzanti, per me, sono diverse e hanno inciso in modi differenti. Sicuramente al primo posto metto il rapporto ormai ventennale con Claudio Baglioni.
Un altro capitolo fondamentale è tutta l’esperienza televisiva. Suonare in orchestra, lavorare con ritmi serrati, settimane e mesi sotto pressione, spesso leggendo partiture in contesti molto strutturati e con una grande orchestra, è stata una palestra incredibile. Ti insegna disciplina, reattività, precisione, e una capacità di tenere alta la concentrazione per lunghi periodi che poi ti porti dietro in qualsiasi situazione. Poi c’è anche la dimensione didattica, che per me è importantissima. Il mio ruolo in Conservatorio e il lavoro con gli studenti, seguire le giovani promesse del mio strumento, è qualcosa che mi stimola e mi dà molta soddisfazione. Insegnare ti obbliga a chiarire, a mettere a fuoco, e in un certo senso ti fa crescere di continuo. Infine, metto tra le esperienze più arricchenti anche le collaborazioni con grandi musicisti internazionali, soprattutto quelle nate attraverso i miei dischi. Ogni incontro di quel tipo ti cambia: ti rafforza come musicista, ti apre prospettive nuove, e aggiunge un livello di esperienza umana e artistica che poi entra inevitabilmente nel tuo suono e nel tuo modo di pensare la musica.
Quanto è importante per te continuare a studiare e metterti in discussione anche dopo tanti anni di carriera?
Assolutamente, lì c’è tutto. È il centro di tutto. La voglia di continuare a studiare, di migliorarmi, il confronto costante con i giganti. Se non avessi questa spinta incredibile ad andare avanti, a diventare ogni giorno un po’ più bravo, ad avvicinarmi sempre di più a quelli che sono i miei idoli da sempre, non sarebbe possibile riuscire a fare tutte queste cose. Soprattutto quando la vita si complica, gli impegni aumentano, il tempo sembra sempre meno. Eppure, nella mia vita c’è sempre stato spazio per lo studio, per l’approfondimento, per il migliorarsi. Per conoscere cose nuove, scoprire musicisti nuovi, confrontarmi con il mio strumento e provare ogni giorno a sistemare un dettaglio, a fare un passo in avanti, anche piccolo.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i tuoi prossimi impegni?
Adesso il mio obiettivo principale è fare un po’ di promozione al libro, che è appena uscito, e a questo nuovo disco, cercando di farli conoscere il più possibile agli appassionati del genere in Italia. Poi a giugno partirò per una tournée molto impegnativa con Claudio Baglioni, che ci occuperà praticamente tutta l’estate. Dall’anno nuovo, invece, vorrei organizzare una situazione bella e curata per portare questa musica dal vivo. Dopo un tour così gigantesco mi piacerebbe tornare anche alla dimensione del locale piccolo, che per me resta un luogo speciale: mi emoziona, ti dà un contatto diverso con le persone, e dal punto di vista dell’esperienza e della crescita è sempre molto, molto nutriente.
Alceste Ayroldi