Come è nato il progetto «A due voci»? Qual è stata l’idea iniziale?
Il progetto nasce da un percorso precedente e da un desiderio di evoluzione. Io, Lucia, avevo già iniziato a scrivere alcuni brani lavorando sulla volontà di utilizzare testi in italiano applicati a diversi stili del jazz. Nel mio lavoro precedente, A tu per tu, la composizione era legata ad un linguaggio più tradizionale; sentivo però il bisogno di spingermi oltre, di sperimentare stili moderni e nuove sonorità. Questo desiderio di ricerca si è incontrato naturalmente con quello di Vittorio, che condivideva la stessa esigenza di esplorazione e rinnovamento. Ma soprattutto, entrambi avevamo una forte voglia di lavorare insieme e di costruire un dialogo autentico e paritario tra voce e sassofono. A due voci è quindi diventato uno spazio di incontro tra due strumenti solisti, un dialogo musicale che rispecchia anche la vita: ascolto, scambio, condivisione. Due voci diverse che scelgono di camminare insieme, alternandosi, sostenendosi e raccontandosi attraverso la musica.
Il titolo suggerisce un dialogo tra voce e sassofono. Come avete lavorato sull’interazione tra i due strumenti?
Siamo partiti da qualcosa di fondamentale per entrambi: l’ascolto reciproco. Lavorare su A due voci ha significato imparare a lasciare spazio e a prenderselo, a proporre e a rispondere, come in una conversazione reale. Voce e sassofono sono due strumenti molto diversi, ma proprio per questo ricchi di possibilità. Abbiamo cercato di creare insieme, rispettando i tempi, i colori e le disponibilità espressive di ciascuno, senza che uno prevalesse sull’altro. Il dialogo nasce così: dall’attenzione, dalla fiducia e dalla volontà di costruire un equilibrio vivo, in continuo movimento.
Vorreste parlarci degli altri musicisti che sono al vostro fianco?
Il progetto si è sviluppato insieme a Giuseppe Sacchi al pianoforte e alle tastiere, Giordano Panizza al basso e contrabbasso e Gian Marco De Nisi alla batteria. Il loro contributo è stato determinante nel dare forma alle idee musicali che avevamo in mente. L’interazione con loro ha avuto un ruolo centrale nel processo creativo: attraverso l’ascolto, il confronto e la condivisione, i brani hanno trovato una loro identità sonora. Non si è trattato solo di eseguire delle parti, ma di partecipare attivamente alla costruzione del disco, arricchendo il materiale iniziale e rendendo possibile un lavoro realmente collettivo.

Come avete scelto i brani e gli arrangiamenti presenti nell’album?
La scelta dei brani e degli arrangiamenti è avvenuta lavorando su ogni pezzo uno alla volta, con attenzione ai suoni e alle formazioni strumentali. Nel corso del disco il set cambia, passando dal set acustico a quello elettronico. Ogni brano è stato pensato in relazione a questo percorso. Abbiamo curato le sfumature di ciascun pezzo, inserendolo in modo coerente all’interno di un discorso più ampio, che per noi è il dialogo: tra due strumenti, tra le persone coinvolte e, più in generale, con la musica stessa.
Come vedete l’evoluzione della vostra collaborazione in futuro?
Il legame che si è creato tra di noi, così come quello con i musicisti, è un elemento importante e stimolante dal punto di vista creativo. È un rapporto che sentiamo coerente con il nostro percorso artistico e che ha ancora molte possibilità di sviluppo. Ci auguriamo di poter continuare a lavorare insieme anche in futuro, lasciando aperta la strada a nuove idee e a eventuali progetti che potranno nascere naturalmente da questa esperienza.
Avete progetti live o tour per promuovere l’album?
Grazie alla vittoria del concorso Lazio Sound Jazz 2025, abbiamo avuto la possibilità di registrare un singolo e di avviare un percorso di promozione del gruppo e del brano durante la settimana del Festival di Sanremo 2026. Suoneremo all’interno di Casa Sanremo e al Casinò di Sanremo; due occasioni speciali per presentare il progetto ad una platea di addetti ai lavori che pensiamo possa aprirci anche a nuove possibilità, con l’auspicio di un’estate ricca di concerti, festival e rassegne.

Parla Lucia Filaci:
Come hai adattato la tua tecnica vocale al dialogo con il sassofono?
Nella mia pratica quotidiana di studio sono abituata a cantare su assoli strumentali come il sassofono e la tromba, quindi il concetto di usare la voce come uno strumento è per me centrale. La voce improvvisata deve muoversi come uno strumento a fiato. Amo molto lo scat e l’improvvisazione, e la mia ricerca vocale è spesso orientata a un’articolazione vicina al bebop e all’hard bop. In questo senso, con Vittorio c’è stata fin da subito una grande sintonia: condividiamo questi linguaggi e un’attenzione particolare al virtuosismo. Su queste basi abbiamo costruito l’album, scrivendo e lavorando insieme in modo naturale, trovando un equilibrio tra le nostre due voci e trasformando il dialogo in un elemento strutturale della musica.
Ci sono stati momenti particolarmente difficili o stimolanti durante le registrazioni?
Non ci sono stati momenti difficili. Si entra in studio quando il lavoro è pronto: la musica è già scritta, arrangiata, studiata e interiorizzata, e in quel momento resta solo da suonare e lasciarsi andare. E così è stato. La registrazione di questo disco è stata un’esperienza bellissima. Per questo ci teniamo a ringraziare di cuore ogni reparto del team che ha reso possibile tutto questo: Alfa Music, nelle persone di Alessandro Guardia e Fabrizio Salvatore, il nostro ufficio stampa Big Time, Riccardo Romagnoli, lo Studio Forward.
Qual è stato il brano più emozionante da cantare nell’album?
Amo cantare le ballad: mi rappresentano profondamente, e spesso le scrivo proprio per sentirmi dentro la musica in modo totale. Notte è un brano speciale, perché l’ho dedicato a Vittorio: oltre a essere il mio collega, è anche il mio compagno nella vita. La canzone nasce da questo legame, dalla condivisione e dall’intimità che ci unisce, e riflette un momento di ascolto e presenza reciproca tra di noi.
Puoi raccontarci brevemente il tuo percorso musicale e come sei arrivata alla musica jazz e vocale?
Il mio percorso nasce dalla formazione lirica, che mi ha dato solide basi tecniche e un rapporto profondo con la voce come strumento espressivo. Col tempo ho sentito il bisogno di esplorare nuovi linguaggi e la libertà dell’improvvisazione, avvicinandomi al jazz vocale, dove poter unire tecnica, creatività e virtuosismo. Parallelamente ho sviluppato anche il lato compositivo: sentivo il desiderio di scrivere brani con testi in italiano, che potessero unire il mio bagaglio lirico alla scrittura musicale, dando grande importanza al rapporto tra parola, espressività e musicalità. Questa ricerca mi permette di far emergere la mia identità artistica in modo personale e coerente, intrecciando improvvisazione, emozione e struttura compositiva.

Parla Vittorio Cuculo:
C’è un momento in cui ti sei sentito particolarmente «in dialogo» con la voce di Lucia?
Posso sicuramente affermare che uno dei momenti più significativi, in termini di comunicazione e sintonia con la voce di Lucia, è stato il processo di scrittura del brano A due voci. In questa fase abbiamo dovuto ricercare e costruire un equilibrio musicale capace di far convivere armoniosamente le nostre due voci, valorizzandone le caratteristiche senza che una prevalesse sull’altra
Vittorio, ci parli della tua carriera e delle esperienze che ti hanno formato come sassofonista jazz e sperimentale?
Un momento particolarmente importante e significativo del mio percorso è stato senza dubbio la selezione e la conseguente vincita di una borsa di studio per frequentare il campus estivo del Berklee College of Music di Boston. È stata un’esperienza preziosa, che mi ha permesso di crescere artisticamente e di confrontarmi concretamente con ciò che fino a quel momento avevo esplorato soprattutto sul piano teorico.
Un ulteriore passaggio fondamentale del mio percorso sono stati gli anni di studio e formazione presso la Siena Jazz University, durante i quali ho potuto approfondire in modo consapevole non solo l’aspetto tecnico, ma soprattutto quello armonico del linguaggio jazzistico. È proprio attraverso questo percorso che sono riuscito a trovare il mio linguaggio musicale, il mio stile e la mia direzione artistica.
Quali musicisti o correnti hanno influenzato maggiormente il tuo modo di suonare?
Hanno avuto un’influenza determinante sul mio percorso le grandi figure iconiche delle correnti bebop e hard bop, tra cui Charlie Parker, Sonny Stitt, Sonny Rollins, John Coltrane, Erroll Garner, Oscar Peterson, Duke Ellington e molti altri. Tra i musicisti contemporanei, sento di citare in particolare Massimo Urbani e Joshua Redman, che hanno rappresentato importanti punti di riferimento per la mia formazione e ispirazione musicale.
Alceste Ayroldi