La scena jazz londinese è un territorio vasto in cui convivono linguaggi molto diversi tra loro e dove hanno trovato posto anche i paesaggi sonori dei Kinkajous. Nato a Londra una decina d’anni fa da un’idea di Benoît Parmentier alla batteria e alla produzione e di Adrien Cau al sassofono e al clarinetto basso, è un progetto strumentale in forma di collettivo che attraversa jazz contemporaneo, elettronica e minimalismo, con un forte richiamo ad atmosfere orchestrali e cinematografiche. Hanno all’attivo tre album sull’etichetta Running Circle di Nottingham, l’ultimo dei quali è «Nothing Will Disappear» del 2024. Domenica 18 ottobre alle 21.30 suonano all’Arci Biko di Milano per il loro unico concerto italiano di quest’anno. Di seguito un breve estratto dell’intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.
Kinkajous nasce a Londra più di dieci anni fa dal vostro incontro. Come vi siete conosciuti, da dove venite e cosa vi ha portati a Londra? E perché avete scelto di chiamare il vostro progetto con il nome di un piccolo mammifero notturno delle foreste dell’America centrale e meridionale?
B.P. Ci siamo conosciuti parecchi anni fa. All’epoca Adrien portava avanti un altro progetto e cercava un nuovo batterista, perché il suo stava per trasferirsi in Colombia. Era un mio amico, così ci ha messi in contatto, e da allora Adrien e io suoniamo insieme. Siamo entrambi francesi d’origine, e oggi Adrien vive nei Paesi Bassi. Io mi sono trasferito a Londra poco dopo il liceo per studiare batteria. Qualche anno prima avevo visto su una rivista l’annuncio di una scuola di batteria e l’avevo conservato. Mi ero messo in testa di venire a Londra per un anno, quasi senza parlare inglese e con pochissimi soldi. All’inizio è stato piuttosto difficile, anche perché venivo da un piccolo paese e avevo avuto pochissime occasioni di viaggiare, ma Londra offriva così tanto, e così tante opportunità, che alla fine sono rimasto per proseguire gli studi e lì mi sono costruito una vita e una carriera. Quanto al nome, è una di quelle cose che all’epoca avevano senso. Forse oggi non ci rappresenta come allora, ma fa parte del nostro percorso e della nostra crescita. Per la cronaca, non ne abbiamo mai visto uno.
Nei primi due album suonava con voi la pianista italiana Maria Chiara Argirò, poi la formazione è cambiata e vi definite un collettivo. Chi sono oggi i Kinkajous, e quanto conta il contributo dei musicisti che ruotano attorno a voi due?
B.P. Negli anni abbiamo avuto diverse formazioni, provando formati e idee differenti mentre cercavamo di capire cosa dovesse diventare questo progetto. Adrien e io lavoriamo insieme da una decina d’anni, ma il gruppo come lo conoscete oggi ha preso forma intorno al 2021, con il nostro secondo album, «Being Waves». Andando avanti, e mettendo sempre più a fuoco il nostro suono, ci siamo stabilizzati nell’attuale formazione in quartetto: Adrien Cau al sassofono, Jack Doherty ai synth e alle tastiere, Andres Castellanos al basso e io, Benoît Parmentier, alla batteria, ai synth e a varie macchine. Anche se la scrittura avviene in gran parte tra noi due, i musicisti che ci affiancano hanno un ruolo fondamentale nel dare vita alla nostra visione e nel far prendere corpo a questi brani e a queste idee. Siamo molto pignoli sui dettagli, e il nostro setup dal vivo è piuttosto complesso ed esigente. Jack e Andres sono musicisti straordinari, che hanno saputo adattarsi al progetto e alle sue stranezze e gli hanno dato moltissimo. Senza di loro non potremmo suonare dal vivo come facciamo.

In studio il vostro suono è molto prodotto. Come lo portate sul palcoscenico, cosa suonate dal vivo e cosa affidate a sequenze o campioni? Con quale formazione arrivate al Biko, e cosa ascolterà il pubblico milanese?
B.P. A.C. I nostri concerti sono suonati davvero dal vivo, senza basi registrate e senza trucchi. Usiamo qualche elemento campionato, ma solo quando è assolutamente indispensabile per un brano. Per riuscirci, i nostri setup dal vivo sono piuttosto complessi. È un’intera rete di synth, synth modulari, effetti, drum machine e altre apparecchiature, tutti collegati e che si alimentano a vicenda. Abbiamo una sessione di Ableton che automatizza alcuni elementi, insieme a un buon numero di plugin personalizzati ed effetti di processamento su misura che ho creato per rendere possibile tutto questo. È un lavoro in corso che non finisce mai, molto impegnativo ma anche molto gratificante. Dà moltissima energia e libertà ai nostri concerti. Suoneremo brani da «Nothing Will Disappear» e da «Being Waves», oltre a materiale nuovo che stiamo testando.
Rosarita Crisafi
