Intervista a Jeremy Pelt

Il trombettista californiano suonerà il 4 ottobre al Blue Note di Milano per la rassegna JAZZMI.

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Jeremy Pelt Foto di: Ingrid Hertfelder

Trombettista, quasi 46 anni. Nasce in California e modella il suo stile sugli insegnamenti di grandi come Lee Morgan e Freddie Hubbard. Hard bop, insomma, per proseguire verso la ricerca di una personale cifra stilistica. Incide e suona con tutti i nomi più importanti del jazz di oggi. Inutile elencarli. Ha pubblicato ventidue dischi. Il suo ultimo, «Soundtrack», uscito per la HighNote qualche mese fa è una tavolozza di colori che ricrea un’atmosfera difficile da etichettare. Pelt suonerà al Blue Note di Milano, martedì 4 ottobre, nell’ambito di JazzMi 2022. Con lui, in quintetto, i musicisti che hanno collaborato alla realizzazione di «Soundtrack» (la taiwanese Chien Chien Lu al vibrafono, Victor Gould al piano e al fender rhodes, Allan Mednard alla batteria) a eccezione del bassista Jasen Weaver che sostituisce Vicente Archer.

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Nel tuo ultimo album si respira un’atmosfera difficile da inquadrare in un ambito consueto. Sembra come se il periodo della pandemia abbia lasciato dentro di te qualcosa di inespresso ma che doveva venir fuori, come il tappo di una bottiglia di champagne. Raccontaci di questo progetto e di quali difficoltà hai avuto (se le hai avute) nel realizzarlo.
Credo che la pandemia abbia lasciato qualcosa di inespresso in ognuno di noi, ritengo sia naturale che quelli che sono riusciti a sopravviverle abbiano una storia da raccontare. Questo disco è stato registrato l’anno scorso, a settembre, in un periodo in cui la maggior parte delle restrizioni era stata revocata non solo in tutta New York ma anche nel resto del mondo, quindi non ho incontrato nessuna difficoltà nel realizzarlo. Ti faccio notare che alcuni dei brani contenuti nell’album si riferiscono proprio a questo, nella mia idea (e in quella dei musicisti che vi hanno collaborato) c’era il senso della rinascita, si è voluto porre l’accento sull’importanza di riprendere a vivere con entusiasmo (anche se con cautela) possibilmente in una versione rinnovata e migliore di sé stessi.

Ti seguiamo da parecchio tempo e apprezziamo molto il tuo lavoro. In particolare siamo colpiti dal tuo modo di muoverti in bilico tra ricerca e rispetto per la tradizione. Quali sono le tue principali influenze musicali?
Ti ringrazio e ringrazio tutti quelli che mi seguono in Italia. Le mie influenze sono le più vaste e ovviamente si rifanno a tutti quelli che mi hanno preceduto. Gli stessi che verrebbero in mente a te.

Non è la prima volta che suoni in Italia, ma credo sia la prima a Milano. Hai mai suonato con musicisti italiani e qual è il tuo punto di vista sull’ambiente jazzistico del nostro paese?
Suono a Milano almeno dal 2005, forse anche da prima. Quando sono venuto in Italia da solo, ho suonato con Luca Mannutza, Nicola Muresu e Nicola Angelucci, tutti musicisti meravigliosi con i quali mi sono divertito moltissimo. L’ambiente del jazz in Italia è fantastico. Il tuo paese ha un grande rispetto per tutta la grande tradizione musicale del passato ed ha avuto un ruolo importante nel difenderla, per secoli. Ha senso trattare il jazz con lo stesso livello di rispetto, cosa che da voi accade puntualmente.

Parlaci del tuo libro Griot e dicci anche come possiamo procurarcelo…
Negli anni Settanta, il leggendario batterista Arthur Taylor ha pubblicato un libro di interviste intitolato Notes And Tones. Erano delle chiacchierate fatte con i suoi colleghi jazzisti. In quel libro Arthur ha intervistato i suoi coetanei (Miles Davis, Dexter Gordon, Sonny Rollins, ecc.) facendoli parlare delle loro filosofie di vita, della loro musica e anche delle questioni legate alla società nera di quel periodo. L’ho letto quando avevo diciotto o diciannove anni e ha avuto un impatto indelebile su di me. Nel corso degli anni, mi sono chiesto come mai non fossero stati pubblicati altri libri con la stessa impostazione. Ho pensato di farlo io e nel 2018, imitando Art Taylor, ho iniziato ad intervistare generazioni diverse di musicisti jazz afro-americani. Spero non ci siano fraintendimenti, il mio lavoro non vuole essere separatista, ma parte innanzitutto dall’idea di riconoscere che questa particolare forma d’arte è stata creata dai neri in America, e poi dal fatto che non esistevano molte pubblicazioni incentrate sui musicisti afro-americani raccontati dal punto di vista del musicista afro-americano. Ho pensato che fosse molto importante documentare le loro storie ed esperienze che, a loro volta, danno al lettore non solo una visione dettagliata di quello che pensano i musicisti che ammirano ma anche di fornire delle risposte a delle domande che quel lettore magari si è fatto nel tempo. La gente solitamente è abituata ad ascoltare la musica, ma raramente ha la possibilità di leggere quello che pensa colui il quale (uomo o donna che sia) quella musica la crea. Attualmente sono disponibili due volumi e sto lavorando attorno al terzo, la cui uscita è prevista per il prossimo febbraio. Sono esclusivamente disponibili attraverso il mio sito web: www.jeremypelt.net

Foto di Kasia Idzkowska

BAM! Il tuo collega Nicholas Payton suggerisce di utilizzare questo acronimo per indicare la musica afro-americana di oggi. Non più jazz. Tu che ne pensi?
Penso che sia un’idea difficile da imporre, ma nello stesso non significa che non sia degna dello sforzo impiegato. Il fatto di non voler chiamare questa forma d’arte jazz è in circolazione almeno dagli anni Venti. Alcuni dei più grandi artisti del nostro tempo hanno ritenuto problematico quel termine. Tuttavia, parole e simboli si evolvono nel tempo. La storia, soprattutto negli States, è insegnata da una prospettiva anglosassone, una prospettiva bianca che è sempre stata francamente insidiosa, in particolare quando si trattava di affrontare questioni legate all’etnia. Per noi la storia è sempre stata in salita ed è da tempo che combattiamo per controllare la nostra narrazione, e questa è un’altra delle ragioni per cui ho scritto “Griot”. Quindi capisco davvero il punto di vista emotivo dei nostri predecessori che volevano chiamare la loro musica con una parola diversa dal termine jazz (bada bene ci sono state molte proposte di nomi da utilizzare) e nello stesso tempo penso che si debba tener conto dell’esigenza da parte delle giovani generazioni e degli ascoltatori di QUALSIASI etnia, di comprendere la storia e le sue origini senza alcuna forma di “inganno” e di riconoscere i creatori di qualcosa senza per questo utilizzare un acronimo, qualunque esso sia.
Nicola Gaeta