Intervista a Jeff Mills

Jeff Mills con il progetto The Paradox sarà in concerto a Milano per la rassegna JazzMi giovedì 6 ottobre alla Sala Verdi del Conservatorio.

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Jean-Phi Dary & Jeff Mills Shooting / The Paradox

Jeff Mills è un DJ, musicista e produttore discografico, leggenda della techno e del turntablism, artista poliedrico influenzato dalla passione per lo spazio e la fantascienza e figura centrale nell’ambito della musica contemporanea. Dopo gli esordi come disc-jockey a Detroit negli anni Ottanta sotto lo pseudonimo di The Wizard, insieme a “Mad”, Mike Banks, fonda il collettivo techno Underground Resistance, che influenzò generazioni di artisti. In seguito a un periodo di attività a New York e una breve esperienza a Berlino, si stabilì a Chicago, qui nel 1992 fondò con Robert Hood la Axis Records, etichetta discografica la cui sfera di influenza si è ampliata nel corso dei decenni. Innumerevoli le sue collaborazioni tra cui quelle con Emile Parisien, Mikhail Rudy, Mari Samuelsen, Jean-Michel Jarre, Tony Allen, e nei campi più diversi, cine-mix, orchestrali, concerti, progetti DVD e performance in prestigiose istituzioni artistiche. Le esplorazioni musicali degli ultimi anni di Jeff Mills nella direzione del jazz, in particolare con il quartetto Spiral Deluxe e con il duo The Paradox, rappresentano la sintesi delle esperienze della sua trentennale carriera.
“The Paradox” è il progetto electro-jazz che Jeff Mills  ha creato con il tastierista francese nato in Guyana Jean-Phi Dary.  Il duo è nato durante il tour «Tomorrow Comes The Harvest» con il leggendario batterista Tony Allen, scomparso nell’aprile 2020. Il duo ha pubblicato un primo album all’inizio del 2021 «Counter Active» e, nell’estate 2022, il doppio vinile di «The Paradox: Live at Montreux Jazz Festival», entrambi per Axis Records.
«Il Paradosso: un’affermazione o una proposizione dubbia che, se indagata o spiegata, può rivelarsi essere fondata, o vera”. Credevano che questa libertà senza compromessi e la manifestazione di nuove idee permettesse loro di raggiungere un livello più alto di coscienza spirituale nell’ambito del loro lavoro. Registrato in tempo reale; queste composizioni rispecchiano azioni spontanee catturate che concedono onestà e verità».

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Come è nata l’idea del progetto The Paradox e qual è la vostra visione?
L’idea del progetto è nata gradualmente. Jean-Phi Dary è un tastierista che ha suonato per decenni con Tony Allen, ci siamo incontrati durante il tour «Tomorrow Comes The Harvest» e, nell’arco di due anni, abbiamo stabilito una relazione musicale del tutto speciale. Ci trovavamo a suonare assieme in brevi jam session, durante il sound check, ma non abbiamo mai fatto alcuna prova e non abbiamo mai programmato nulla, non abbiamo mai condiviso niente di quello che sarebbe accaduto durante ogni sessione. A un certo punto abbiamo sentito il desiderio di andare in studio a registrare e quello è stato l’inizio del progetto “The Paradox”. Anche adesso continuiamo a fare sessioni totalmente improvvisate, non facciamo mai prove e non programmiamo nulla, cerchiamo di esprimere in musica le sensazioni del momento. La performance è il risultato di quello che siamo in quel momento.

Anche il concerto che farete a JazzMi sarà totalmente improvvisato?
Sì, c’è solo una discussione rispetto agli strumenti che dobbiamo portare in concerto. La discussione nasce perché ognuno di noi sa individualmente quali sono le cose che vorrebbe sperimentare ma come verrà fatto insieme e se funzionerà per il pubblico è ancora tutto da vedere. È una situazione piuttosto divertente!

Com’è nata la tua collaborazione con Tony Allen?
Sono sempre stato un suo fan e ho sempre desiderato conoscerlo. Ci sono delle comunità di DJ che sono ossessionate dal ritmo, che cercano di capire il ritmo, lo approfondiscono, cercano di studiarlo e di analizzarlo, ed è stato in uno quei contesti che sono diventato consapevole di chi fosse davvero Tony Allen e delle cose straordinarie che riusciva a creare con il ritmo. Per questo ero molto “dentro” la sua musica prima di incontrarlo. Ci siamo incontrati poi a Parigi, lui era in studio e invitava alcuni musicisti per fare delle jam session e per vedere cosa sarebbe successo. Anch’io ho ricevuto l’invito, tuttavia la notte prima di incontrarlo, visto che lui ha un modo di suonare così libero, mi sono sentito di dover preparare anch’io qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso. Così mi sono messo a sperimentare con la mia drum machine ed è venuto fuori qualcosa di davvero suonato, nulla di programmato ma suonato davvero dal vivo, come uno strumento musicale. Così il giorno dopo, quando sono arrivato in studio, ho mostrato a Tony Allen questo mio modo di suonare la drum machine e ci siamo capiti all’istante su quali fossero le possibilità: io potevo suonare la drum machine quasi nello stesso modo in cui lui, da batterista, poteva suonare il suo drum kit.

Com’è stato essere in tour con Allen, che rapporto c’era?
Era una persona estremamente interessante. Abbiamo avuto alcune delle conversazioni più profonde che mi siano capitate nella vita, non solo riguardo alla musica. Noi parlavamo, e poi suonavamo, parlavamo e poi suonavamo, e la musica era la conseguenza di ciò di cui avevamo parlato.

The Paradox_by Jacob Khrist

Hai iniziato suonando la batteria. Com’è nato il tuo interesse per il Djing, la musica elettronica, la musica creata da macchine?
Ho iniziato a suonare la batteria da ragazzino, un po’ prima di andare al liceo, poi credo di essere stato abbastanza fortunato da riuscire a trovarmi tra le mani lo strumento giusto al momento giusto. La mia prima batteria era della fidanzata di mio fratello più grande che la diede a mio fratello e io mi sono trovato ad avere una batteria in casa, qui ho imparato il ritmo, gli elementi fondamentali. Quando poi sono andato al liceo, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, tutti ascoltavano hip-hop, io suonavo già la batteria e le percussioni e per me fu molto facile passare dalla batteria ai giradischi. Anche in veste di DJ mi relaziono alla musica come un musicista.

Che approccio artistico hai con Spiral Deluxe, formazione che rispecchia il classico quartetto jazz, e, più in generale, che definizione daresti, oggi, di jazz?
Quello che facciamo riflette i tempi in cui viviamo, ed è il risultato di quanto è iniziato ad accadere sin dagli anni Ottanta, quando il confine tra generi musicali ha iniziato a diventare sempre più sottile e sfumato. In quel periodo la musica iniziò a diventare sempre più facile da manipolare, così ad esempio negli anni Ottanta gli artisti hip-hop iniziavano a prendere dei dischi di jazz e li utilizzavano come basi per il rap. Proprio in quel periodo la distinzione tra i generi musicali iniziò a scomparire. L’industria musicale iniziò in quel periodo a definire la musica non sulla base dei generi ma sullla base di chi la faceva. Ad esempio, Public Enemy, un ragazzo nero che fa rap, diventa street hip hop black music, non jazz. Questo fenomeno diventò progressivamente sempre più presente, sino ad oggi. In progetti come Spiral Deluxe o The Paradox non c’è nulla di deciso su cosa effettivamente siamo, non siamo nulla perchè non abbiamo niente di predefinito, è tutto basato su come ci sentiamo. Posso andare in qualsiasi direzione, new wave, dance, industrial music e, nel giro di pochi secondi, passare a una jazz ballad o alla musica house e poi al samba. Possiamo avvicinarci a tutto questo in un modo nuovo e diverso semplicemente sulla base di come ci sentiamo. E più influenze abbiamo, dal jazz alla fusion, al rock, alla musica classica, queste emergono durante la performance. Il punto è che non sappiamo come definirlo ma è un nuovo modo di suonare, un nuovo modo di creare. E a dire il vero penso che questo sia un anticipo di quello che verrà. (continua…)
Rosarita Crisafi

N.d.R. La presente intervista è un estratto di quella più ampia che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz