Ibrahim Maalouf è stato il protagonista della storia di copertina di Musica Jazz di ottobre 2023, intervistato a Parigi da Luca Civelli alla vigilia di due concerti in Italia, all’Auditorium Parco della Musica di Roma e al festival JazzMi di Milano. Da allora sono successe molte cose. Il trombettista franco-libanese, vera star in Francia, nipote del grande scrittore Amin Maalouf, è stato per due volte candidato ai Grammy, la prima nel 2023 per l’album «Queen of Sheba», suite scritta con Angélique Kidjo, la seconda l’anno seguente per Todo Colores, con Cimafunk e Tank and the Bangas. Dal 2024 il centro del lavoro di Maalouf si chiama T.O.M.A, Trumpets of Michel-Ange, un progetto musicale che a oggi conta due album, e anche il nome di uno strumento musicale di famiglia, un particolare tipo di tromba a quarti di tono che il padre Nassim Maalouf cominciò a progettare negli anni Sessanta e che oggi esce dalle officine di costruttori francesi perché passi di mano in mano. Chi non ha mai comprato un suo disco o cercato la sua musica quest’estate lo ha sentito comunque: Echo, uno dei singoli dell’album ufficiale dei Mondiali FIFA 2026, poggia su un campionamento della sua composizione Red & Black Light, con Maalouf tra i produttori e le voci di Daddy Yankee e Shenseea.
L’avevamo lasciata sulle pagine di Musica Jazz nell’ottobre 2023, allora ci aveva detto di avere nove dischi in lavorazione contemporaneamente. Nel frattempo sono arrivati i due volumi di «Trumpets of Michel-Ange», due candidature ai Grammy, il ritorno in tournée per i dieci anni di «Kalthoum» e un brano per i Mondiali di calcio FIFA 2026. Che cosa è cambiato in questi tre anni?
Quando rileggo che avevo nove dischi in lavorazione, mi riconosco! Faccio ancora fatica a chiedere a un’idea di aspettare mentre devo ancora finirne un’altra. Credo però che adesso la trasmissione sia diventata più centrale nella mia vita. Con «Trumpets of Michel-Ange», l’invenzione di mio padre è diventata qualcosa che altri musicisti possono imparare, suonare e fare propria. Per me significa moltissimo. Tornare a «Kalthoum» mi ha anche ricordato che la musica cambia mentre invecchiamo, anche quando le note restano le stesse. Ci sono poi stati momenti di riconoscimento meravigliosi, comprese quelle due serate ai Grammy, e incontri che da bambino non avrei mai potuto immaginare. Sono grato per tutto questo. Ma ciò che mi resta di più rimane spesso sottotraccia: una conversazione dopo un concerto, un giovane musicista che scopre qualcosa, qualcuno che mi racconta che una mia melodia lo ha aiutato a superare un momento difficile. Mi accorgo di prestare sempre più attenzione a questi momenti.
Il 4 novembre torna al festival JazzMi, al TAM Teatro Arcimboldi, con T.O.M.A (Trumpets of Michel-Ange), che porterà poi il 5 novembre a Firenze. Che rapporto ha con l’Italia?
L’Italia mi è vicina per il suo rapporto con la melodia, con la voce, con l’emozione. Venendo dal Libano, riconosco qualcosa di familiare nel modo in cui la musica può far parte della vita di tutti i giorni, a una riunione di famiglia, a una festa. Milano ha accolto la mia musica, e JazzMi ci dà l’occasione di proseguire questo rapporto. Tornare in una città conta: torni da persone con cui hai già condiviso qualcosa. Sarò a Milano e a Firenze, sono molto felice di portare questo ensemble in entrambe le città. T.O.M.A. prende davvero vita sul palco, quando il pubblico diventa parte della musica.
Lei è famosissimo in Francia e in Europa ma, tre anni fa, ci diceva che qui in Italia il pubblico la conosceva poco. Ha la sensazione che qualcosa sia cambiato?
Lo spero, ma non vorrei parlare a nome del pubblico. Essere conosciuto in un paese non significa che altrove la gente abbia ascoltato la tua musica, e mi piace arrivare in un posto con questa apertura. Qualcuno potrebbe scoprirmi attraverso una collaborazione, una colonna sonora o una melodia, senza conoscere il mio nome. Qualcun altro magari segue i miei dischi da anni. Possono sedersi uno accanto all’altro e condividere lo stesso concerto. Con il tempo spero che questa familiarità cresca. Ma ogni sera devo ancora guadagnarmi l’attenzione delle persone. È questo che mi tiene così attento e presente.
Al concerto di JazzMi saliranno sul palco con lei gli studenti di tromba del Conservatorio di Milano, dopo una masterclass che ha in programma presso l’istituto. Può dirci qualcosa di più di questo progetto?
L’idea è collegare lo studio con l’esperienza del palco. In una masterclass possiamo parlare di tecnica, fraseggio, quarti di tono e improvvisazione. Poi, nel concerto, queste questioni diventano reali: devi ascoltare, rispondere, trovare il tuo posto all’interno di un gruppo. È una parte essenziale di «Trumpets of Michel-Ange». Volevo che lo strumento di mio padre circolasse, e che i musicisti avessero occasioni per suonarlo insieme. Non vedo l’ora di incontrare gli studenti a Milano. Anche una masterclass dovrebbe essere una conversazione. Voglio ascoltare le loro domande, scoprire come suonano e aiutarli a sentire che hanno qualcosa di prezioso da portare al concerto.
Suoneranno parti scritte o lascerà loro spazio per improvvisare?
Voglio che ci sia spazio per entrambe le cose. La musica scritta ci dà una struttura comune: melodie, parti d’insieme, un modo di muoverci insieme. Dentro questa struttura voglio che gli studenti ascoltino e abbiano spazio per rispondere. L’equilibrio preciso dipenderà dal lavoro che faremo insieme. I musicisti arrivano con esperienze diverse, e non vorrei mai che l’improvvisazione diventasse un esame imposto a sorpresa davanti al pubblico. A volte il primo passo è piccolissimo: cambiare il ritmo di una frase, rispondere a una melodia, scegliere quando lasciare un silenzio. Quello che conta è che la scelta sia loro. È da lì che possiamo cominciare.

Come ha ricordato prima, T.O.M.A, oltre al progetto musicale, è il nome di una tromba che ha sviluppato con alcuni costruttori francesi a partire dalla tromba a quarti di tono inventata da suo padre, Nassim. Può dirci qualcosa di più di questo strumento?
Mio padre, Nassim, ha sviluppato una tromba con un quarto pistone che permette di suonare i quarti di tono. Era un musicista classico, ma voleva anche esprimere sul suo strumento la musica della propria cultura. Sono cresciuto con quel suono. Per me era semplicemente IL suono della tromba. Con Adrien Jaminet e Antoine Courtois abbiamo lavorato per rendere questa possibilità accessibile a più strumentisti, compresi gli studenti. Si può suonare il repertorio tradizionale della tromba ed esplorare anche altezze che uno strumento standard non offre facilmente. Ma il quarto pistone è solo l’inizio. Bisogna ascoltare la musica, capirne il fraseggio e le sfumature. Uno strumento apre delle possibilità; è poi il musicista a dare loro un senso. C’è qualcosa di molto commovente nel sentire un’altra persona usare questa tromba in un modo a cui io non avrei mai pensato. Significa che la storia continua.
Lei insegna nei conservatori dal 1999. Ha fondato a Parigi la prima classe di improvvisazione per la musica classica e nel 2022 il Free Spirit Ensemble, ed è padrino di Orchestre à l’École. Da dove nasce questo impegno per i giovani musicisti?
So quanto può contare l’attenzione di un insegnante. A volte qualcuno ti dà fiducia a un’età in cui non sei ancora capace di dartela da solo. E te la porti dietro per anni. Ricordo anche quanto possa essere esigente la formazione musicale. Ci dà strumenti straordinari, ma un giovane musicista può preoccuparsi così tanto di fare tutto correttamente da smettere di fidarsi delle proprie idee. Io voglio aiutarli a sviluppare questa fiducia insieme alla tecnica. L’insegnamento fa parte della mia vita dal 1999. Con il Free Spirit Ensemble, Orchestre à l’École e T.O.M.A. torno sempre allo stesso desiderio: che sempre più giovani possano vivere l’esperienza di fare musica insieme. E anche loro insegnano a me. Le loro domande mi spingono a riconsiderare cose che credevo di aver capito.
E perché, secondo lei, l’improvvisazione è sparita dalla formazione classica?
Non è sparita ovunque, ma in molte istituzioni è diventata molto meno centrale. È sorprendente, se si pensa a quanto l’improvvisazione fosse importante per musicisti come Bach, Mozart o Beethoven. Col tempo la formazione musicale ha messo sempre più l’accento sull’interpretazione fedele di un’opera scritta. Questo ci ha dato livelli esecutivi notevoli, ma ha anche lasciato ai musicisti meno spazio per esercitarsi a inventare. L’improvvisazione richiede tempo, e richiede di accettare che alcuni tentativi saranno goffi. È difficile sviluppare questa libertà se ogni nota sembra sotto esame. Vorrei che gli studenti praticassero entrambe le cose: comprendere a fondo il pensiero di un altro compositore e imparare a esprimere un pensiero proprio. Sono capacità che possono nutrirsi a vicenda.
Lei ha imparato da suo padre, che a sua volta aveva studiato con Maurice André, e lei, nel 2022, ha riportato in vita il concorso internazionale dedicato ad André. Che cosa ha ricevuto dai suoi maestri che oggi sente il dovere di restituire?
Da mio padre ho ricevuto la disciplina, un rapporto con il suono e l’esempio di qualcuno che ha lavorato per far dire a uno strumento ciò che sentiva dentro di sé. Questo ha plasmato tutta la mia vita. Attraverso Maurice André e la tradizione trombettistica francese ho ereditato anche un’attenzione straordinaria al respiro, al fraseggio e alla cantabilità dello strumento. Puoi passare una vita a lavorare su una sola frase e scoprirci ancora qualcosa. Più tardi, essere stato vicino a Quincy Jones per quei sette anni mi ha aperto un altro tipo di formazione. Ho visto una persona con un’immensa vita musicale restare interessata agli altri e a ciò che potevano portare. Mi manca. Quello che spero di trasmettere è questa combinazione: prendere il lavoro sul serio, ascoltare con attenzione e restare curiosi. La tecnica dovrebbe aiutarti a diventare più espressivo e più disponibile verso gli altri.
Il suo nuovo album è «Trumpets of Michel-Ange II». Nel 2023 ci aveva detto che per lei la strada giusta è non rifare mai la stessa cosa, eppure questa volta ha scelto un secondo volume. Che cosa ha lasciato in sospeso il primo capitolo?
Il progetto stava ancora crescendo. Dire che non voglio ripetermi non significa dover abbandonare qualcosa proprio quando comincia a rivelare le sue possibilità. Il primo album ha definito un mondo musicale e ha introdotto l’idea della trasmissione attorno a questo strumento. Da allora l’ensemble è cresciuto suonando insieme. I musicisti hanno acquistato sicurezza, ed è emersa un’identità collettiva. Questo mi ha dato un motivo per scrivere un secondo volume. Volevo sentire che cosa poteva diventare questa avventura man mano che altre persone se ne appropriavano. C’è un piacere particolare nel creare qualcosa e poi vederlo crescere al di là di ciò che tu suoni.
Nel disco suonano Jon Batiste, Trombone Shorty, Gonzalo Rubalcaba, Richard Galliano e la cantante palestinese Nai Barghouti. È un album dichiaratamente festoso. Come ha scelto gli ospiti?
Ho pensato a che cosa ciascuno potesse portare alla musica: un suono, un modo di fraseggiare, una sensibilità ritmica, una voce capace di aprire un brano in una direzione nuova. Jon Batiste, Trombone Shorty, Gonzalo Rubalcaba, Richard Galliano, Nai Barghouti e gli altri ospiti hanno identità musicali molto distinte. È proprio questo che mi interessa. Voglio sentire l’incontro tra queste identità e il mondo di T.O.M.A. Il disco è festoso perché suonare insieme può regalarci un’enorme quantità di gioia. Venendo dal Libano, so anche che la festa può convivere con il lutto e con l’incertezza. Non devi aspettare che la vita diventi facile per concederti di cantare o di ballare. Volevo che questo calore si sentisse.
Nello stesso periodo ha firmato ECHO, brano ufficiale dei Mondiali con Daddy Yankee e Shenseea, e un remix con Jason Derulo. Come riesce a far convivere nella stessa agenda una masterclass in conservatorio e un inno da stadio?
In pratica, con una buona squadra, un’organizzazione attenta e a volte troppo poche ore di sonno! C’è anche la vita familiare, e sto ancora imparando a fare abbastanza spazio a tutto. Musicalmente il collegamento mi sembra piuttosto naturale. Sono cresciuto ascoltando stili diversi, e quella curiosità mi è rimasta. Lavorare con uno studente di conservatorio, con Angélique Kidjo o su un brano con Daddy Yankee e Shenseea richiede approcci diversi, ma ogni situazione comincia dall’ascolto. Con ECHO è stato affascinante sentire Red & Black Light approdare in un contesto nuovo, attraverso il campionamento e la produzione aggiuntiva. Una melodia che hai scritto prende un’altra vita e raggiunge persone che forse non hanno mai incontrato i tuoi dischi. Mi piace il fatto che la musica sia in movimento e abbia un’evoluzione. La masterclass per me funziona allo stesso modo, perché in quel contesto posso vedere il rapporto di qualcuno con la musica cambiare davanti ai miei occhi.
Il 10 aprile 2027 festeggerà vent’anni di concerti alla Paris La Défense Arena. Che cosa porterà sicuramente su quel palco, e che cosa farà nei prossimi vent’anni?
Stiamo preparando un concerto che riunisce i diversi volti di questi vent’anni: la band, la dimensione sinfonica, le voci e il posto che i giovani musicisti hanno in questa storia. Voglio che la serata rifletta le persone e gli incontri che hanno reso possibile tutta questa musica. Alcuni aspetti sono ancora in via di organizzazione, quindi preferisco rimandare gli annunci dei singoli ospiti a quando saranno certi. Quello che posso dire è che condividere la musica su questa dimensione è per me una prospettiva molto emozionante. Penso al bambino che ero, quando imparavo la tromba con mio padre, e faccio fatica a rendermene conto. Per i prossimi vent’anni spero di continuare a comporre, di avere più tempo per ascoltare e di aiutare altri musicisti a sviluppare le proprie idee. Voglio anche essere presente per la mia famiglia. L’ambizione occupa molto spazio ma sto imparando a fare attenzione a ciò che le accade intorno.
Rosarita Crisafi
