Come è nata l’idea di realizzare Sinestesie insieme e quali sono stati i momenti iniziali più significativi del progetto?
E.S. Potremmo dire che questo progetto porta a compimento alcune idee che ricerco fin dall’inizio della mia carriera compositiva e discografica: si tratta di un’unione concreta e significativa che possa dimenarsi tra l’abbattere l’inviolabilità della musica classica e la libertà espressiva derivante dall’improvvisazione. In questo caso, nelle Sinestesie, sono arrivato a questo sistema senza appoggiarmi a forme già note o composizioni di grandi Autori, ma scrivendo e creando in prima persona qualcosa che prima non esisteva. Quella della “Sinestesia” potrebbe benissimo essere una nuova forma musicale come la Sonata, la Fantasia o il Notturno. Ho fin da subito immaginato, e forse compreso, che per creare qualcosa di nuovo avrebbe dovuto avere una sua dimensione e connotazione riconoscibile, e così è stato. I momenti più significativi sono legati all’emozione di poter lavorare scriabinianamente ad una profonda connessione tra arti. Grazie ai concerti che teniamo nel nostro F. Chopin Jazz Club( io e Federica non siamo solo compagni di viaggio nel suono, ma anche nella vita) abbiamo potuto abbinare la nostra musica a forme d’arte completamente diverse come la cucina e la pittura, solo per citarne alcuni, e questo si è trasformato in un importante laboratorio in cui poter sperimentare con il pubblico ciò che oggi si può ascoltare su disco. È stato ed è tutt’ora un grande privilegio!
F.B. Suonare insieme è il seme che ha permesso a me ed Emanuele di conoscerci e diventare compagni nell’arte e nella vita. Il nostro legame nasce da una profonda stima reciproca e dal desiderio di lasciarci influenzare dalle rispettive storie musicali. Dopo il primo incontro, suonare a quattro mani è divenuto percorso di scambio continuo e profondo. L’idea di realizzare un album discografico insieme ci accompagna da tempo, ed è in «Sinestesie» che abbiamo trovato l’essenza della nostra ricerca. Il cuore dell’opera risiede nel superamento dei confini, sia stilistici sia d’ascolto. Ci collochiamo in uno spazio nuovo: oltre il jazz, oltre la musica classica, oltre la pura improvvisazione. È una “nuova musica” che scaturisce dall’unione di due mondi — il mio, radicato nella musica classica, e quello di Emanuele, intriso di jazz-. In questo disco, le due anime non si limitano a convivere, ma si muovono, si intrecciano e si trasformano l’una nell’altra. Il progetto non si limita all’udito, ma punta a trasformare l’ascolto in un’esperienza totale dove suono e olfatto danzano insieme. Le radici di questo viaggio affondano nella visione di Scriabin e traggono linfa vitale dalla stagione concertistica Sinestesie, nata lo scorso anno presso il F. Chopin Jazz Club della nostra Associazione Musicale Mario Bertot a Forno Canavese: un ciclo di appuntamenti in cui la nostra musica dialoga con diverse forme d’arte, offrendo al pubblico un’esperienza immersiva nata dalla fusione dei sensi.
Proprio durante l’evento Musica e Profumo, abbiamo sperimentato come l’accostamento tra note e fragranze – diverse da quelle contenute nel disco – potesse dar vita ad un’esperienza unica nel suo genere. Quell’alchimia di sensazioni unita ad una connessione profonda con il pubblico, sono state così potenti da spingerci a intraprendere un percorso più ambizioso: dare vita a un album creato interamente da zero e dedicato all’accostamento tra note e profumi. Abbiamo voluto che questo disco fosse il cuore di una nuova e definitiva direzione artistica, capace di trasformare quella scintilla iniziale in un’opera organica e strutturata.
Il disco unisce musica e profumo: come avete scelto le essenze olfattive da associare a ciascun brano?
E.S. Nella vita alle volte si è particolarmente fortunati rispetto agli incontri che appaiono sul proprio cammino. Io sono un grande appassionato di rasatura tradizionale utilizzando strumenti come rasoi a mano libera pennelli e coramelle: cercando nuovi prodotti da utilizzare mi sono imbattuto nei saponi artigianali dell’oramai caro amico Donato Ciniello, detentore ed ideatore del marchio Extrò. Possiamo serenamente parlare di un colpo di fulmine. Dopo che io e Federica abbiamo trascorso più di due ore nella sua bottega in Settimo Torinese a farci raccontare e assaporare le piramidi olfattive delle oltre novanta fragranze da lui prodotte è stato spontaneo chiedergli immediatamente di collaborare. Il Don (così lo chiamano affettuosamente i clienti) è una persona incredibilmente curiosa che ha sempre mirato a far sì che il suo lavoro andasse oltre alle semplici vendite. Per lasciare un segno diverso e riconoscibile Ciniello si é sempre spinto oltre, per questo ci siamo immediatamente lanciati insieme nell’organizzazione del concerto per il nostro F. Chopin Jazz club. Inutile dire che è stato un successo e da qui si è deciso di non fermarsi. Le fragranze sono state scelte da Donato Ciniello selezionando tra i suoi eau de parfum: Salina, Cashmere, Extrò e Danza, ognuno ha una storia, complesse piramidi olfattive e personalità ecco perché non è stato difficile descriverne l’essenza attraverso il suono.
F.B. La scelta delle fragranze abbinate ai brani è stata frutto di un processo esperienziale ed intuitivo. In questo percorso, la fortuna di aver incontrato e poter collaborare con Donato Ciniello è stata determinante: la sua sensibilità ci ha permesso di dare vita a un lavoro a sei mani di profonda sintonia, selezionando all’interno della sua collezione Extrò i profumi che sentivamo più intimi e capaci di essere raccontati e tradotti in musica. L’esperienza e la maestria artigiana di Donato ci hanno guidato nella selezione di essenze di altissimo livello, caratterizzate da note olfattive e personalità uniche. Queste fragranze non sono state semplici accessori, ma vere e proprie guide sensoriali: le abbiamo ascoltate, “respirate” e infine tradotte in suoni, lasciando che le loro caratteristiche — dalle sfumature più agrumate e ozoniche a quelle più talcate — dettassero il ritmo e il colore delle nostre composizioni. Questa sinergia ha trasformato la scelta dei profumi in un atto creativo profondo: abbiamo cercato di restituire in musica l’evocazione di ogni singola nota olfattiva, dando vita a un percorso dove l’orecchio percepisce ciò che il naso ha appena scoperto. Il risultato è un’opera organica dove l’eccellenza dell’arte profumiera di Donato e la nostra ricerca pianistica si fondono in un unico, inseparabile racconto sensoriale.
Qual è stata la prima intuizione che vi ha fatto capire che unire musica e olfatto poteva funzionare come esperienza artistica completa?
E.S. Il pensiero da cui tutto è partito viene ancora una volta da lontano, dalle ricerche iniziate dal sommo Alexander Scriabin. Scriabin non ha mai portato a compimento il Mysterium così come lo aveva immaginato ma la sua idea, che nel Prometeo ha avuto successo, di unire i sensi è sicuramente stata una grande intuizione al servizio del completamento e dell’affinamento dell’umanità. Ci è sembrato importante proseguire in quel solco ancora oggi così vivido ed attuale. Come ti abbiamo anticipato per noi è stato tutto sperimentale, volevamo che il pubblico potesse percepire una nuova esperienza emozionandosi con noi nel vedere dove avrebbe portato questo nuovo incontro di sensazioni. Lo stupore sincero di qualcosa che anche per noi era una novità ci ha convinti a non fermarci e proseguire su questa strada. Il concerto diventa un momento quasi rituale in cui tutti insieme avvicinano le molette al naso per godere della fragranza cogliendo e fondendosi a loro volta con l’abbinamento sonoro.

In che modo la dimensione sensoriale aggiuntiva (olfatto) influenza il modo in cui componete e suonate?
E.S. Come sai per me la musica deve contenere necessariamente degli elementi descrittivi. Di questo lavoro per la prima volta pubblichiamo anche le parti attraverso la Da Vinci Publishing e andando a leggere la guida all’interpretazione, le stesse partiture o la guida all’improvvisazione, si può osservare come ogni brano contenga in maniera esplicita elementi di racconto precisi. In Salina è facile immaginare l’irregolarità delle onde ed il clima notturno marino mentre in Danza la varietà ritmica ci spinge dalla meditazione delle danze dervisce fino alla frenesia del jazz waltz. Per chi volesse approfondire c’è un mondo dichiarato nella pubblicazione delle parti, proprio perché crediamo anche nella natura propedeutica e di unione di questo nostro progetto. Quello narrativo è un piano di lettura che si fonde con le sensazioni che abbiamo provato e che ho voluto raccontare armonicamente attraverso il presentarsi delle piramidi olfattive indagando a fondo le fragranze di Don Donato. Ogni composizione è legata a doppio filo a questa visione lasciando tuttavia al pubblico e l’ascoltatore la libertà di poter interpretare e cogliere l’infinito delle sfaccettature plausibili e soggettive che vogliono e devono manifestarsi. Gran parte del lavoro è legata all’improvvisazione che, così come le fragranze assumono volti differenti in base a pelle tessuti ed ambienti, cambia in base a ciò che desidero esprimere.
F.B. Suonare un’essenza e tradurre una fragranza in materia sonora è un processo di trasposizione profondo e ancestrale. L’olfatto, tra tutti i sensi, è quello più direttamente collegato alla memoria e alle emozioni; per noi, inserirlo nella creazione musicale significa aggiungere una quarta dimensione alla composizione. In questo progetto, la sfera olfattiva non è relegata a semplice contorno o suggestione esterna, bensì diventa il generatore assoluto della composizione e dei parametri musicali. La presenza della fragranza influenza direttamente il nostro modo di approcciare la tastiera: quando ci inebriamo di una nota molecolare come Cashmere, il nostro tocco si fa vellutato. Di fronte a note saline e marine sentiamo il bisogno di suonare “a vele spiegate”, cercando di evocare sul pianoforte il senso di libertà e l’orizzonte del mare aperto. Vivere questa esperienza in due, unendo i nostri rispettivi background, rende il processo unico e totalizzante.
Avete concepito i brani pensando prima alla musica o al legame con la fragranza?
F.B. I quattro brani del disco – Extrò, Cashmere, Danza e Salina – non sono semplici composizioni “accompagnate” da un profumo: nascono con l’obiettivo ambizioso di mettere in musica l’anima delle fragranze omonime. L’idea guida, una volta selezionate le essenze insieme a Donato Ciniello, è stata quella di lasciarci abitare da esse per poi raccontarle attraverso il pianoforte. Abbiamo voluto che lo strumento diventasse lo specchio musicale dell’essenza, traducendo in musica ciò che il naso percepiva come emozione. Sebbene la genesi tecnica veda il profumo come punto di partenza, la nostra ricerca punta a superare il concetto di “prima” e “dopo”. Il nostro viaggio si presenta come un autentico atto di osmosi sensoriale in cui musica e profumo si fondono fino a diventare inseparabili: sebbene la fragranza sia stata la scintilla creativa iniziale, l’obiettivo finale è l’annullamento di ogni distanza tra i sensi. Non si tratta più di capire quale dei due linguaggi sia il principale, ma di perdersi in una terza dimensione artistica. Vogliamo offrire all’ascoltatore un ‘qui ed ora’ assoluto, un’esperienza immersiva dove le note musicali e quelle olfattive smettono di essere entità distinte per alimentarsi a vicenda in un ciclo continuo. In questo spazio, il suono conduce all’essenza e il profumo richiama la melodia, trasformando l’ascolto in un viaggio totale che coinvolge il corpo e la memoria.
Il titolo Sinestesie evoca l’unione di sensazioni: come descrivereste l’esperienza emotiva che volete trasmettere all’ascoltatore?
E.S. Vorremmo che l’ascoltatore fosse non sotto al palco, ma con noi sul palco, che possa cogliere l’irripetibilità di quel momento unico riflettendo oltre a ciò che il mondo ci mette costantemente sotto agli occhi. In effetti gli occhi sarebbe meglio non usarli: Sinestesie va colto con udito ed olfatto e lo si può fare sia durante i concerti che con il cofanetto che contiene il Kit completo di disco e fragranze.
F.B. Come dici tu, Alceste, il titolo «Sinestesie» non è solo un nome, ma una dichiarazione d’intenti. Il termine affonda le sue radici nel greco syn (insieme) e aisthesis (sensazione), richiamando letteralmente l’atto di “percepire insieme”. È quel fenomeno meraviglioso in cui i confini tra i sensi sfumano, permettendo di “vedere” un suono o di “ascoltare” un profumo. L’esperienza emotiva che desideriamo trasmettere è un invito a rallentare per riconnettersi con la propria parte più autentica. In un mondo spesso dominato dalla frenesia e dal rumore visivo, Sinestesie vuole offrire al pubblico una dimensione di sospensione innovativa e inclusiva, capace di rimettere al centro l’attenzione ai sensi come chiave per riscoprire la propria essenza. Non si tratta solo di ascoltare musica, ma di immergersi in un momento di profonda consapevolezza dove profumo e musica agiscono come detonatori di memorie ed emozioni sommerse. In questo spazio condiviso, le due arti si intrecciano per risvegliare ricordi personali e suggestioni viscerali, trasformando il concerto in un viaggio emotivo interiore che riconnette l’ascoltatore con ciò che percepisce nel profondo, nel qui ed ora di un respiro comune. Il nostro obiettivo è una condivisione totale: non siamo solo noi a suonare per il pubblico, ma è un percorso che compiamo insieme.
Quanto il background di Federica Bertot nella musica classica e la tua esperienza, Emanuele Sartoris, nel jazz e nel blues, hanno influenzato il linguaggio musicale di «Sinestesie»?
E.S. Senza le nostre rispettive abilità questo lavoro non sarebbe stato possibile. Io ho scritto in maniera specifica per la mano ed il suono di Federica, spesso si sono sistemati dei movimenti e delle parti di agogica proprio grazie alla sua esperienza interpretativa. Per contro, sono stato a mia volta prezioso nell’aiutarla negli aspetti improvvisativi: Sinestesie è e vuole essere una palestra per tutte quelle persone che desiderano guardare oltre la siepe che hanno di fronte. Se il tuo mondo è lo studio accademico ed interpretativo puoi improvvisare attraverso le semplici scale messe a disposizione per permetterti un qualcosa di diverso, mentre l’improvvisatore ha modo nel quattro mani di affinare le sue abilità nel trasmettere emozioni su un binario prestabilito. Riteniamo che al giorno d’oggi queste siano prerogative importanti per qualsiasi pianista moderno.
F.B. Il vero motore di questo lavoro è stato l’incontro tra le nostre personalità musicali. Sinestesie trae la sua forza proprio da questo equilibrio: il mio linguaggio musicale e quello di Emanuele non si sono semplicemente affiancati, ma si sono alimentati a vicenda in un dialogo costante, dove la struttura e la libertà si sono fuse per dare vita a una materia sonora del tutto nuova. Il cuore del lavoro compositivo appartiene a Emanuele, che ha cucito su di me parti dedicate e pensate; il mio intervento è stato esecutivo e di meticolosa “curatrice del suono”. Da musicista e interprete, ho affrontato ogni sezione dei brani con approccio analitico e minuzioso, tipico della tradizione colta. Ho lavorato sulla sonorità e sulla dinamica per trovare il colore esatto che rispondesse all’essenza olfattiva, curando l’agogica, la dinamica e la gestione del tempo con estrema precisione. Questo rigore ha permesso di dare una struttura solida e rifinita in ogni dettaglio, pronta ad essere messa in partitura. Il nostro dialogo ci ha permesso anche di invertire i ruoli e le parti: il mio rigore classico si è aperto, sotto la sua guida, alla libertà improvvisativa e viceversa. Questo “sconfinamento” reciproco ha fatto sì che la mia formazione non rimanesse un limite accademico, ma diventasse uno strumento per elevare la composizione, garantendo quel perfetto equilibrio tra la spontaneità dell’istinto e la nobiltà della forma classica.

C’è stato un momento durante la registrazione in cui avete percepito di aver trovato la vera identità sonora del disco?
E.S. La registrazione è avvenuta nel leggendario studio Artesuono di Stefano Amerio. Grazie alla maestria, disponibilità e professionalità di Stefano, unite a strumenti d’eccezione come il Fazioli gran coda di cui dispone, dobbiamo ammettere che fin da subito ci siamo trovati a nostro agio. Sia io sia Federica siamo fortunati possessori di una collezione di sei pianoforti a coda di ottimo livello messa insieme nel corso degli anni ed è sempre difficile trovare (specialmente per noi pianisti) fuori dalla propria casa una situazione adeguata. Artesuono è forse l’unico posto per noi in cui fin da quando inizi a suonare ti senti come a casa, é stato facile in questo contesto ritrovare il nostro suono e sapere che eravamo sulla strada giusta. Anche in questo caso ed anche per Federica, quello che può ascoltare il pubblico è frutto di pochissime take, spesso o la prima o la seconda. La leggenda vuole che i pianisti classici necessitino di molte registrazioni ed editing per trovare un corrispettivo sonoro che li soddisfi, con Federica abbiamo puntato alla verità sonora e a fare sì che ciò che si ascolti non abbia nulla di artefatto ma che possa cogliere la spontaneità cosi come quando si improvvisa.
F.B. La registrazione del disco è stata un’esperienza profondamente vera: un momento sospeso, vissuto con una leggerezza quasi magica pur restando immersi in una concentrazione estrema. Abbiamo lavorato l’uno accanto all’altra, appoggiandoci e vivendo ogni nota in un ascolto e scambio totale. Registrare con a fianco una persona che conosci profondamente è una grande possibilità. Sebbene ogni brano abbia trovato la sua compiutezza, ci sono alcuni momenti per me particolarmente significativi: il tema della sinestesia numero 4, Salina, -suonato da Emanuele- e la coda della sinestesia numero 2, Cashmere. Nel primo, se chiudo gli occhi, il suono mi trasporta davvero tra le onde, il vento, inebriata dal profumo del mare. Nel secondo, Emanuele al basso, a tessere un sostegno armonico solido e rassicurante, e io nel registro acuto del pianoforte, libera di esplorare improvvisando, abbiamo superato la scrittura, l’interpretazione e persino l’improvvisazione stessa: siamo arrivati all’essenza. È proprio in quell’equilibrio tra la terra e l’aria che risiede l’anima di Sinestesie. È la sintesi perfetta del nostro incontro: un momento di pura connessione dove il suono si spoglia di tutto il superfluo per diventare, finalmente, emozione pura e condivisa.
La musica e le fragranze si «rispondono» reciprocamente: come avviene questa interazione durante l’esecuzione dal vivo?
E.S. Donato Ciniello nel live è con noi ad inebriare il pubblico di fragranze raccontandole. Avere un Naso come lui abile a descrivere il suo lavoro coinvolgendo il pubblico semplifica la parte tecnica di racconto per quanto riguarda le profumazioni. Ogni volta che il brano inizia invitiamo il pubblico ad avvicinare la molette facendo sì che possa cogliere i profumi esattamente quando inizia il brano. Ciniello spesso sfrutta stratagemmi diversi per variare l’esperienza durante l’esecuzione, il profumo può essere ascoltato sulla molette, sulla pelle, sulla pelle del vicino ed ogni volta cambia. C’è da rimanere stupiti vedendo quante sono le possibilità disponibili.
F.B. Il concerto è il momento in cui il nostro progetto diventa rito collettivo: per me ed Emanuele è fondamentale poter vivere con il pubblico l’esperienza sensoriale completa. É proprio la condivisione in tempo reale che rende questo lavoro vivo e pulsante. Il rituale che abbiamo immaginato è semplice ma potente: prima di ogni brano, ogni spettatore riceve una mollette imbevuta dell’essenza corrispondente. Dopo un primo racconto e l’invito da parte di Donato ad annusare la fragranza per centrare la percezione, io ed Emanuele diamo inizio al brano. In quel momento, chiediamo al pubblico di ri-assaporare l’essenza durante l’esecuzione, lasciando che le note olfattive si intreccino con quelle del pianoforte. È qui che avviene la vera interazione: lo spettatore si ritrova immerso in un ecosistema percettivo dove la musica risponde alla fragranza e viceversa. Non c’è più una distinzione netta: si finisce per “ascoltare” il profumo e “sentire” la melodia sulla pelle.
Federica, i tuoi studi in musicoterapia e psicologia hanno avuto un ruolo nella scelta di proporre un’esperienza multisensoriale?
Certamente. Il mio percorso in musicoterapia e psicologia ha cambiato ed arricchito il mio modo di intendere l’arte, aprendo visioni e prospettive che superano la pura esecuzione: vivo la musica come uno strumento capace di dialogare profondamente con l’essere umano. La necessità di formarmi in Musicoterapia non nasce solo da una sensibilità personale, ma dalla ferma volontà di diffondere e promuovere una verità imprescindibile: il ruolo della musica sull’essere umano supera di gran lunga la sola e pura estetica. Da un punto di vista scientifico, parametri musicali come ritmo, melodia, timbro e armonia agiscono direttamente sulla nostra sfera psicofisica, influenzando stati d’animo, battito cardiaco e respiro e modulando la produzione di ormoni. La musica, dunque, non è un semplice “ornamento”, ma uno strumento capace di favorire un miglioramento misurabile della qualità della vita. Parliamo di una visione di benessere integrato, che supera il dualismo cartesiano di mente e corpo, a favore di un equilibrio che coinvolge la dimensione psicologica, fisica, spirituale e sociale dell’individuo. Modelli teorici autorevoli – dal biopsicosociale di Szadejko, al ITMT (integral thinking in music therapy) di Bruscia e Lee- , ci aprono a un approccio integrale, ad una visione che non frammenta l’individuo ma lo accoglie nella sua interezza e integrità. Seguire questa prospettiva significa compiere un salto profondo: passare da una musica che si “osserva” dall’esterno a una musica che si “abita” da dentro e che trasforma. L’obiettivo non è l’intrattenimento né l’apprendimento, ma la creazione di un ambiente protetto in cui l’individuo, attraverso la relazione e il musicale, può ritrovare la propria unità. Questa consapevolezza non rende «Sinestesie» un percorso né una seduta di musicoterapia, ma mi permette di vedere l’opera come una piccola perla nella frenesia della quotidianità. Pur non essendo un setting clinico, il progetto nasce con una profonda attenzione e cura dell’altro: l’obiettivo è utilizzare queste dinamiche per offrire al pubblico un’esperienza dove il suono e la fragranza permettono un ritorno all’essenza. Quest’opera non va ascoltata, va vissuta. In definitiva, se la formazione classica mi ha dato il linguaggio, la psicologia e la musicoterapia stanno dando forma alla mia profondità umana, spalancando sopra di me un cielo infinitamente azzurro. La possibilità di utilizzare la musica al servizio dell’altro, come supporto, sostegno e cura completano la mia identità artistica.

Emanuele, come influisce la tua esperienza di collaborazioni con grandi artisti e progetti interdisciplinari sulla costruzione di un lavoro come «Sinestesie»?
In realtà anche in questo caso abbiamo con noi un altro grandissimo artista: il pianista Umberto Petrin. Umberto è forse il pianista che per creatività e carriera più rispetto e stimo nel panorama italiano. Umberto è stato un precursore delle Sinestesie, basti pensare alla sua passione per la letteratura e la pittura, il suo lavoro con Benni che ho avuto il piacere di vedere dal vivo, ecco, Umberto era perfetto per introdurre questo lavoro ed è il motivo per cui non ci ha donato delle semplici note di copertina, ma lasciami dire, una sinestesia nella sinestesia, infatti l’opera si apre con la sua poesia L’essenza. Sia per me sia per Federica non è solo un grande orgoglio, ma anche un grande onore poter apporre la firma di Umberto in esordio al nostro duo. Oltre alla traccia definita da Umberto, al quale sarò e saremo sempre grati, la fortuna di collaborare con grandi compositori come Daniele di Bonaventura mi ha aiutato davvero molto. La potenza della melodia è vivida e cristallina nella scrittura di Daniele in costante equilibrio con la raffinatezza con cui tratta il materiale armonico, è sicuramente stato per me di grande esempio da cui attingere. Non posso dimenticare la prima sinestesia a cui abbiamo dato vita insieme al grande maestro della fotografia Roberto Cifarelli in «Inquadratura di Composizioni», quel lavoro mi ha sicuramente insegnato a gestire il pubblico durante un’esperienza di questo genere. Per fortuna si trovano tanti giganti sul proprio cammino, da questo punto di vista sono stato molto fortunato e sono infinitamente grato di questi incontri così come sono grato dell’incontro con Federica.
Durante la creazione, c’è stato un brano particolarmente sfidante nel far dialogare musica e olfatto?
E.S. In realtà ogni brano si è generato quasi da solo. Unicamente Salina, che è stato composto fuori dalla stagione di concerti, ha avuto una gestazione più lunga ma non più complessa. Sapendo che Salina era l’ultimo a mancare all’appello, volevo qualcosa di diverso rispetto al resto ma che rientrasse con le sue caratteristiche nell’opera. Sono solito concludere i lavori in breve tempo proprio perché nella mia testa risultino compatti, sapevo che Salina era lì e così come gli altri si è scritto senza farsi pregare. Talvolta è più l’idea di dover fare a creare problemi rispetto al fare stesso.
Quanto il dialogo a quattro mani ha influenzato la forma e la struttura dei pezzi?
F.B. Come diceva prima Emanuele, le quattro Sinestesie seguono una forma comune. L’alternanza tra i momenti solistici e il dialogo a quattro mani non è solo una scelta estetica, ma il vero motore strutturale dell’opera. La struttura dei brani non è un’esecuzione a quattro mani costante, ma un organismo vivo che evolve da momenti di solitudine sonora in cui io o Emanuele abitiamo lo strumento singolarmente: queste zone definiscono le nostre nature differenti e preparano il terreno all’incontro, che appare come una piccola perla a quattro mani incastonata nel cuore del brano. Qui le identità si fondono: non è più una somma di due pianisti, ma la nascita di un terzo suono integrato e irripetibile. Il finale libera la forma attraverso il dialogo improvvisato. È il punto di massima elevazione dove, superata la struttura, i nostri suoni si uniscono finalmente in un atto di creazione istantanea. Il dialogo a quattro mani non è quindi solo un elemento tecnico, ma la bussola formale dell’opera. Abbiamo scelto di preservarlo come un cameo prezioso, in centro e in chiusura all’opera, incastonato tra momenti di narrazione solitaria. Questa struttura ci permette di onorare le nostre differenze prima di fonderle: solo dopo aver esplorato i nostri spazi individuali, i nostri suoni si uniscono nel finale improvvisato che è la vera essenza di «Sinestesie».

Dopo Sinestesie, quali nuove direzioni o esperimenti sensoriali vi piacerebbe esplorare in futuro?
E.S. Ad oggi le «sinestesie» proseguono nei concerti che la nostra associazione tiene nel nostro piccolo F. Chopin Jazz Club, abbiamo abbinato così tante forme d’arte che ci piacerebbe creare un qualcosa in grado di unire le più significative sotto la forma di un unico concerto andando così a riprendere, anche se lontanamente, il concetto scriabiniano del Mysterium. Sono al lavoro con l’attore Eugenio Gradabosco per unire il teatro alla musica in una forma diversa. Ciò che realmente però mi preme realizzare è una messa insieme a Daniele di Bonaventura, spero che questo lavoro possa prendere vita quanto prima.
F.B. Il mio (e penso di poter affermare anche nostro) desiderio più grande è quello di portare il pubblico in un’esperienza sensoriale assoluta, che possa coinvolgere tutti e cinque i sensi contemporaneamente, superando il concetto di concerto per approdare a un rituale collettivo di sensazioni. In questa direzione, il futuro di «Sinestesie» vedrà me ed Emanuele impegnati ad ampliare l’idea sinestetica attraverso il dialogo con altre arti, affinché il suono diventi uno spazio plastico da abitare con l’intero corpo. Vogliamo che ogni performance sia un‘esperienza immersiva, dove il confine tra spettatore e opera svanisca. Intanto, tra le altre occasioni, avremo modo di presentare il lavoro nella cornice del Torino Jazz Festival il 26 aprile e questo ci fa molto piacere. Parallelamente, coltivo l’esigenza di dedicare due capitoli fondamentali alla mia ricerca solistica. Il primo è un progetto intimo dedicato al mio compositore d’elezione, Frédéric Chopin: un lavoro discografico che ne svelerà l’anima più profonda e psicologica. Insieme a questo, desidero approfondire ulteriormente il mio lavoro sulla musica concentrazionaria, già avviato con il progetto musik macht frei: è un tema che mi sta profondamente a cuore e che indaga il ruolo duplice della musica nei campi di sterminio.
Alceste Ayroldi
* Le foto sono di Roberto Cifarelli