Intervista a Claudio Farinone

Chitarrista, compositore, figura poliedrica della scena musicale italiana, capace di coniugare rigore classico e improvvisazione. Accanto all’attività musicale, è anche una voce riconoscibile di Rete 2- Radio Svizzera italiana, dove dal 2005 conduce programmi dedicati alla cultura e alla musica. L'artista sarà prossimamente in Puglia per alcuni appuntamenti, tra workshop e concerti: (9 aprile, Bari - Mast studio, masterclass e concerto; 11 aprile ad Altamura per Suoni della Murgia).

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Ciao Claudio, il tuo background culturale è sicuramente orientato verso la musica classica ma, da qualche tempo, mi sembra che frequenti anche gli ambiti jazzistici come da ultimo la tua collaborazione con Rosario Bonaccorso. Cosa ti ha condotto verso il jazz?
Grazie a voi per l’ospitalità! In realtà, fin dai tempi del Conservatorio, ho sempre frequentato ambiti musicali diversi e non sono mai stato un esecutore puro. Amo pensare sempre alla musica in termini creativi, al di là delle etichette, e l’abito del puro interprete mi è sempre stato stretto.

Le differenze sostanziali tra il jazz e la classica sono ben note. Pensi che siano due linguaggi molto distanti?
No, affatto. L’attitudine all’estemporaneità, all’invenzione e all’improvvisazione è sempre esistita anche nella musica detta colta, anche se non amo molto questo termine. Bach, Handel, Scarlatti, Mozart, Beethoven, per esempio, erano tutti grandi improvvisatori. Poi, ad un certo punto, la partitura è diventata una cosa sacra ed inviolabile. Questo è un retaggio che sopravvive ancor’oggi in alcuni ambiti accademici. Ma credo che le definizioni in musica siano sempre gabbie molto strette; preferisco pensare alla mia esperienza di musicista al di là di questi steccati.

Quali sono le differenze che riscontri tu personalmente quando affronti i due repertori?
In realtà nessuna. Cerco di trovare anche nella pura esecuzione di una composizione altrui, uno spirito di libertà di suono e di fraseggio che esulano un po’ da un approccio puramente «classico».

Nel 2013 viene pubblicato il tuo disco «Claudio Farinone plays Ralph Towner». Cosa ti ha colpito del linguaggio musicale del chitarrista statunitense?
Towner è stato un faro per generazioni di chitarristi. Ha unito una tecnica strumentale che attinge alla musica classica che, attraverso l’impiego delle dita della mano destra e non di un plettro, consente una polifonia aperta ed estesa, con una ricerca timbrica raffinatissima, ad un approccio all’armonia e all’improvvisazione tipicamente jazzistico. Riconosci il suo stile dopo poche note: è unico. Aveva in sé tutto ciò che mi piace di un musicista: rigore, libertà e grande personalità stilistica.

Claudio Farinone

Poi, sei riuscito anche a calcare la scena al suo fianco.
E’ stata un’esperienza fantastica! Ma soprattutto lo è stato lavorare al suo fianco prima della registrazione del disco. Ralph era severissimo, estremamente attento e non gli sfuggiva nulla. Aveva una conoscenza immensa e la sua ricerca sui cosiddetti voicing è inarrivabile. Un grande insegnamento che porterò sempre con me.

«Aktè» è il tuo disco del 2017, ma è anche un quartetto. Quali erano (o sono) gli obiettivi di questo combo?
L’idea di fondo era quella di guardare alla musica presente nel bacino del Mediterraneo, unica al mondo per varietà, attraverso strumenti di provenienze e di timbriche diverse. Senza limitazioni di stile, ma con la massima libertà creativa.

Mentre nel 2024 esce il tuo tributo a Ennio Morricone, che è anche uno spettacolo.
Si tratta di uno spettacolo di narrazione, musica e immagini del 2021. È nato dalla collaborazione con Alessandro De Rosa, biografo di Morricone e autore di un volume dal titolo Inseguendo quel suono, ritenuto dal maestro romano il più bel libro scritto su di lui; con Fausto Beccalossi, superbo fisarmonicista con cui suono da oltre dieci anni. Ci lega una passione comune per la musica del Maestro Morricone e soprattutto, un’amicizia inossidabile. È sempre una grande gioia per me dividere il palco con entrambi.

Quando arrangi un brano per chitarra classica o baritona, quali criteri segui?
Per prima cosa, mi guida l’istinto. Poi mi sforzo sempre di evitare cliché e di cercare il valore timbrico in ciò che faccio. Mi piace questo aspetto del mio strumento. La chitarra classica è unica per quanto riguarda la varietà di colori che è in grado di generare.

Claudio Farinone

Tra i tuoi progetti troviamo anche il duo con Raffaele Casarano.
Raffaele è un altro straordinario musicista con cui ho il privilegio di suonare. La nostra collaborazione è nata dalla passione comune per la musica di Mercedes Sosa («TodoMercedes», Visage Music, 2020), cui abbiamo dedicato un disco e tanti concerti. Abbiamo lavorato in duo, senza la voce, cercando una sorta di evocazione, rileggendo in modo del tutto personale alcune delle canzoni che Mercedes Sosa ha portato al successo. Successivamente abbiamo creato un nuovo progetto di narrazione e musica assieme al giornalista e scrittore Massimo Cotto, che ci ha lasciato prematuramente un anno fa; una persona e un professionista fantastico. Ci manca molto.

C’è un tuo progetto che mi affascina particolarmente, Preludi del mare. Cosa racconta?
È il nome del mio progetto in solitaria dove suono musiche mie e di altri autori che amo e che per me sono stati influenti, di cui ho arrangiato alcuni brani: naturalmente Ralph Towner ma anche Egberto Gismonti e Pat Metheny, tra gli altri. È la sintesi di anni di musica suonata assieme ad altri, che cerco di condensare in un unico strumento, attraverso pura esecuzione, arrangiamento e improvvisazione.

Quando hai capito che la chitarra sarebbe stata una parte fondamentale della tua vita?
Ho iniziato a suonare quando ero molto piccolo, avevo cinque o sei anni. Credo di averlo capito subito, seppur inconsciamente. Non so vivere senza la musica attorno a me.

Preferisci suonare in solitudine o in piccoli combo?
Amo entrambe le esperienze. In solo, posso prendere direzioni non programmate anche all’ultimo momento; in ensemble è fondamentale l’interplay, l’interazione reciproca. Ma lo scopo è lo stesso, trasmettere la mia essenza a chi mi sta ascoltando, per creare assieme un momento di gioia, intimità e pace.

Claudio Farinone

Il fatto di mescolare generi e stili musicali condiziona anche il tuo modo di comporre musica?
Penso che la fortuna del periodo storico che stiamo attraversando stia nella grande facilità di reperire materiale sonoro proveniente da ogni dove. E così mi piace farmi influenzare da qualsiasi cosa, anche extramusicale, che possa arricchire il mio percorso.

Hai collaborato con artisti di vari ambiti. C’è una collaborazione che ricordi con particolare emozione?
Oltre a quella che ti ho raccontato con Ralph Towner, devo dirti che ogni musicista con cui ho avuto il privilegio di suonare mi ha insegnato e trasmesso qualcosa. Prima di tutto, la musica è un rapporto umano e cerco di suonare con artisti dei quali ho stima prima come persone, poi come artisti. In caso contrario, non credo possa nascere niente di autentico…

Invece come è nata la tua carriera radiofonica?
Per puro colpo di fortuna! Stavo presentando un concerto che avevo organizzato e l’allora responsabile dei conduttori della Rete Due, canale culturale della Radio Svizzera Italiana per cui lavoro da vent’anni, mi sentì e mi propose di fare un provino, poiché stavano cercando voci nuove. Fui scelto e iniziai un’esperienza nuova che mi ha arricchito tantissimo e che mi ha permesso di conoscere tantissime persone e artisti straordinari. Un autentico privilegio.

Cosa cambia nel comunicare la musica da un palco rispetto a farlo in radio?
Ci sono delle cose in comune; in entrambi i casi, focalizzo l’attenzione sul ponte di comunicazione che si crea tra me e chi mi sta ascoltando. Non è importante solo ciò che dici, ma come lo dici. L’ascoltatore deve sentirsi parte di ciò che sta avvenendo. Quando sono davanti al microfono, immagino che il vetro che mi sta dinnanzi, sia un gruppo di persone, come a un concerto.

Quale sarebbe il tuo programma radiofonico ideale, come lo concepiresti?
Un programma dove al centro ci siano i musicisti e la loro essenza; credo che il compito di un conduttore sia quello di «sparire», di non mettersi in mostra,  evitare domande che siano più lunghe delle risposte (ride, N.d.R.). Occorre creare confidenza e mettere in luce la parte migliore dei propri interlocutori.

Progetti futuri? Nuovi concerti, registrazioni, o magari un libro?
Per fortuna ho tanti concerti, il mio nuovo duo con lo straordinario Rosario Bonaccorso e un altro con la bravissima cantante Susanna Stivali; poi, la registrazione del mio  album in solo e… un libro, dici? Perché no!
Alceste Ayroldi

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