«Echoes from Home». Intervista a Clarissa Colucci

Album d’esordio per la cantante e compositrice pugliese. Ne parliamo con lei.

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Come è nato il progetto «Echoes from Home» e in quale momento del tuo percorso artistico si inserisce questo album?
Echoes from Home nasce da una necessità profonda di raccontare un viaggio introspettivo di riflessione e ricerca continua. È stata la musica a “parlare” per prima: non una scelta concettuale a priori, ma un’esigenza emersa in modo naturale durante il processo di scrittura. Ho sentito il bisogno di esprimermi attraverso una scrittura personale, capace di raccontare chi sono oggi come artista e di riflettere il mio percorso, dallo studio della tradizione jazz e della vocalità alla passione per la composizione e l’arrangiamento, anche per grandi ensemble. Il progetto rappresenta così una dichiarazione di intenti: una visione del jazz ad ampio spettro che parte dalla tradizione e si apre con decisione al jazz contemporaneo, guidata dal desiderio di esplorare nuove sonorità e possibilità espressive. In questo contesto, la voce diventa uno strumento a tutti gli effetti, parte integrante di un linguaggio musicale personale in cui tradizione e sperimentazione convivono e dialogano continuamente.

Il titolo suggerisce un forte legame con il concetto di casa: cosa rappresenta per te questa parola oggi, sia umanamente che musicalmente?
Il concetto di casa è qualcosa a cui sono profondamente legata. Per me la musica, e in particolare il jazz, rappresentano una sorta di casa ideale: un luogo di cura, di protezione, ma anche di identità e di ricerca. È uno spazio in cui mi sento libera di essere, di mettermi in discussione e di trasformarmi. Dal punto di vista musicale, “casa” non è un luogo statico, ma un orizzonte in continuo movimento: una ricerca costante verso territori nuovi da esplorare. Il mio viaggio da e verso “casa” è un percorso complesso, iniziato diversi anni fa in cui convivono due parti di me: la bambina sognatrice, desiderosa di esplorare nuove destinazioni, e l’adulta, che sente il bisogno di un luogo di approdo, di pace e di riconciliazione.

Hai descritto il disco come un viaggio fatto di curve, attese e ritorni: quali esperienze personali hanno maggiormente alimentato questo percorso interiore?
Sicuramente il forte desiderio che ho sempre avuto di esplorare nuovi territori, di fare nuove scoperte e di mettermi continuamente in gioco, soprattutto dal punto di vista musicale. Questa spinta mi ha portata ad allontanarmi dalla mia terra d’origine per cercare altrove la mia “casa”, affrontando un percorso di crescita che è stato tanto stimolante quanto complesso, e costruendo passo dopo passo la mia identità artistica e personale.
Nel tempo, però, a questo slancio si sono affiancate anche le difficoltà: i momenti di incertezza, il senso di smarrimento, il confronto costante con le proprie fragilità e con un mondo musicale che spesso mette alla prova la capacità di credere in sé stessi e nel proprio linguaggio. Continuare a credere nella propria visione, nonostante le fatiche, le attese e talvolta anche le rinunce, è stato ed è tuttora una parte fondamentale di questo viaggio.
Accanto al desiderio di andare avanti, si sono quindi fatti spazio la nostalgia e il bisogno di tornare, intesi non solo come ritorno fisico, ma come ricerca di un luogo interiore di equilibrio. È proprio questa alternanza tra slancio e incertezza, tra partenza e ritorno, tra fiducia e dubbio, che ha alimentato il percorso emotivo raccontato nel disco e che ne costituisce, in fondo, il cuore più autentico.

In che modo l’introspezione si traduce concretamente nella scrittura dei testi e nella costruzione delle melodie?
Mi sono lasciata guidare principalmente dall’istinto, cercando di ascoltare ciò che emergeva in modo spontaneo durante il processo creativo. L’introspezione, per me, non è mai stata qualcosa di programmato a tavolino, ma piuttosto un movimento naturale che ha trovato forma nella musica prima ancora che nelle parole. Questo approccio mi ha portata, ad esempio, a raccontare il viaggio interiore attraverso la figura di Ulisse, simbolo per eccellenza di un cammino lungo, tortuoso e profondamente trasformativo.
In Odysseus ho immaginato di tradurre musicalmente le diverse fasi di questo viaggio: una sezione iniziale atonale, più libera e instabile, che rappresenta il naufragio e la perdita di punti di riferimento; a seguire, una melodia sospesa che evoca il fluttuare delle onde, il galleggiamento, una sorta di tempo dilatato in cui ci si lascia trasportare; poi ancora lo smarrimento, il dubbio, fino a un approdo che non è mai definitivo, ma piuttosto una momentanea sensazione di ritrovo. Anche nella scrittura dei testi ho scelto di affidarmi all’istinto. Più che raccontare una storia lineare, ho cercato di lavorare per immagini, trasformando emozioni e stati d’animo in vere e proprie visioni sonore e poetiche. Le parole diventano così frammenti, sospensioni emotive, istantanee interiori che dialogano con la musica, lasciando spazio all’ascoltatore per riconoscersi e completare il racconto con la propria esperienza. In questo senso, introspezione e scrittura si fondono in un linguaggio che non vuole spiegare, ma evocare.

Tutti i brani, tranne Send in the Clowns, sono composizioni originali: come si è sviluppato il tuo processo creativo tra musica e parole?
Spesso è la musica a suggerire un’atmosfera, un’immagine o uno stato emotivo, e solo in un secondo momento arrivano le parole, come se dovessero semplicemente dare forma a qualcosa che era già presente a livello sonoro. Nel caso di Send in the Clowns, invece, mi sono confrontata con un brano che ho sempre amato profondamente, sia a livello melodico sia per il significato intenso e sottile del testo di Stephen Sondheim. Il mio intento non è stato quello di “riscriverlo”, ma di rendergli omaggio, cercando una rilettura personale che potesse dialogare in modo coerente con il resto del disco. Ho scelto di valorizzare il suono vellutato e “legnoso” del clarinetto, affidandogli un ruolo quasi teatrale e facendolo diventare una sorta di coprotagonista in dialogo costante con la voce. Anche qui, come negli altri brani, non mi interessava un’interpretazione vocale tradizionale, ma un lavoro di ensemble in cui la voce e il clarinetto costruiscono insieme un racconto, fatto di ascolto reciproco, di respiri e di micro-dinamiche. Dal punto di vista ritmico ho lavorato sullo sviluppo del tempo originale, inserendo accenni di blues insieme a una breve sezione di improvvisazione vocale, come spazio di libertà espressiva. Per i fiati ho immaginato linee melodiche delicate, mai invadenti, capaci di sostenere e amplificare l’eleganza e la profondità del brano, rispettandone lo spirito ma inserendolo pienamente all’interno del mio universo sonoro.

Perché hai scelto proprio Send in the Clowns di Stephen Sondheim e che relazione senti tra questo brano e il resto del repertorio?
Ho scelto Send in the Clowns perché è un brano che mi accompagna da diversi anni e che ho sempre sentito profondamente vicino al mio modo di intendere il rapporto tra musica, parola ed espressività. Il testo di Stephen Sondheim ha una profondità rara: parla di fragilità, di ironia amara, di quel sottile confine tra il prendersi sul serio e il saper guardare con lucidità e talvolta con autoironia le proprie cadute. È una scrittura che trovo estremamente affine al linguaggio del jazz, proprio perché lascia spazio all’ambiguità emotiva, al non detto, alla sospensione. La scelta di inserire questo brano non nasce dal desiderio di “jazzare” o alleggerire la drammaticità del testo, ma piuttosto dalla volontà di aprire all’interno del disco uno spazio di libertà espressiva. In particolare, la presenza di una sezione improvvisata ha per me un legame diretto anche con il titolo stesso del brano: quel richiamo ai clowns suggerisce l’idea di un gioco sottile, di una maschera che oscilla tra ironia e profondità. È proprio in questo equilibrio instabile che sento una forte continuità con il resto del repertorio. Credo che, all’interno di «Echoes from Home», Send in the Clowns dialoga naturalmente con le composizioni originali perché condivide lo stesso sguardo introspettivo e la stessa tensione narrativa. In questo senso, pur essendo l’unica reinterpretazione nel disco, non rappresenta una parentesi, ma un tassello coerente del percorso: un’altra forma dello stesso viaggio interiore che attraversa tutto l’album, in cui il tema della vulnerabilità e della ricerca di sé rimane costantemente presente.

Nel disco si avverte un forte spirito di ricerca sul piano melodico, armonico e ritmico: quali direzioni ti interessava esplorare maggiormente?
Mi interessava molto esplorare le possibilità sonore che nascono dall’incontro tra due strumenti a fiato come il sax tenore e il clarinetto in relazione alla voce. Ho pensato la voce non come elemento sovrapposto, ma come parte integrante di questo impasto timbrico, capace di fondersi, contrastare o dialogare con i fiati, creando colori e sfumature sempre diverse. Sul piano melodico e armonico, invece, sono andata alla ricerca di sonorità che sento più vicine al mio modo attuale di ascoltare e di scrivere: un’estetica che guarda al jazz contemporaneo e, in alcuni momenti, anche a quello che potremmo definire un jazz “nordico”, più rarefatto, aperto, sospeso. Allo stesso tempo, per me era fondamentale mantenere un legame forte con la tradizione, sia nella scrittura dei temi sia nel modo di pensare l’improvvisazione, perché è proprio da lì che nasce il mio linguaggio. L’obiettivo era far convivere questi due aspetti senza che uno prevalesse sull’altro, lasciando che si alimentassero a vicenda. Anche dal punto di vista ritmico ho sentito il bisogno di sperimentare. Mi piace giocare con il ritmo, con le aspettative dell’ascoltatore, con le sensazioni di stabilità e instabilità. E mi piaceva l’idea di coinvolgere in questo gioco anche la voce, che non si limita a “stare sopra” l’accompagnamento, ma entra nel tessuto ritmico dell’ensemble, contribuendo a creare tensione, movimento e sospensione. In fondo, questa instabilità ritmica è anche una metafora dello stato d’animo che attraversa tutto il disco: un equilibrio in continuo divenire, mai del tutto risolto.

Foto di Valerio Daniele

Come hai selezionato i musicisti che ti accompagnano e che tipo di dialogo si è instaurato con loro in studio?
La scelta dei musicisti è stata molto naturale. Si tratta di compagni di viaggio con cui sono cresciuta artisticamente nel corso degli anni, incontrati in momenti diversi del mio percorso, molti dei quali durante la formazione accademica. Condividiamo un background simile, ma soprattutto una visione musicale comune, fatta di ascolto, curiosità e apertura alla ricerca. Proprio per questo, in studio si è creata fin da subito un’energia incredibile e un dialogo molto profondo e spontaneo. C’era una grande fiducia reciproca e la sensazione di parlare la stessa lingua musicale, pur mantenendo ciascuno una forte identità personale. Le mie composizioni sono state il punto di partenza ma ogni musicista ha saputo dare respiro, colore e valore ai brani in modo naturale, senza forzature. E’ stato fondamentale per me condividere questo viaggio con loro, mi hanno dato il giusto sostegno sia musicalmente che umanamente.

In che modo ciascun componente del gruppo ha contribuito a modellare il suono finale dell’album?
Ogni musicista ha dato un contributo essenziale e molto personale al suono finale dell’album. Matteo Serra al clarinetto ha portato un timbro caldo e legnoso, creando un dialogo costante con la voce. Canio Coscia al sax tenore ha aggiunto profondità e colore arricchendo l’album con il suo approccio improvvisativo e dando al disco momenti di intensità emotiva. Lorenzo Mazzocchetti al pianoforte ha saputo sostenere la linea vocale con grande sensibilità, offrendo un supporto armonico e dinamico che valorizza il discorso musicale complessivo senza mai sovrastarlo. Si è inserito perfettamente con il suo tocco, aggiungendo colori e frasi melodiche in perfetta sintonia con quelle da me scritte per i fiati.
Sergio Mariotti al contrabbasso ha dato solidità e respiro all’insieme, modulando dinamica e profondità. Infine, Federico Negri alla batteria ha portato precisione e un tocco raffinato, capace di sostenere l’interplay e le improvvisazioni con eleganza e controllo, dando al gruppo ritmo e fluidità senza mai interrompere il flusso emotivo.
Insieme, ognuno di loro ha contribuito a creare un suono coerente ma ricco di sfumature.

Quali ascolti o artisti senti più vicini alla tua sensibilità in questo momento?
In questo momento apprezzo particolarmente la sensibilità di Maria Schneider, compositrice e direttrice d’orchestra. I suoi brani sono caratterizzati da armonie raffinate, orchestrazioni dettagliate e una forte componente narrativa, I miei ascolti spaziano anche a Carla Bley,  per il suo approccio originale all’orchestrazione, la capacità di mescolare ironia, sperimentazione e per aver rivoluzionato il concetto di big band in chiave contemporanea. Sul fronte vocale, apprezzo molto Samara Joy con la sua straordinaria carriera che unisce tecnica impeccabile a un fraseggio elegante e un’intensità emotiva naturale, capace di raccontare storie attraverso la voce con grande immediatezza e autenticità.

Le collaborazioni con musicisti di rilievo cosa ti hanno insegnato sul tuo modo di essere cantante e compositrice?
Mi hanno insegnato innanzitutto ad avere maggiore consapevolezza del mio ruolo sia come cantante sia come compositrice: ascoltare attentamente chi suona con te, comprendere come le idee degli altri possano integrarsi e arricchire la tua musica, e allo stesso tempo imparare a comunicare in modo chiaro le tue intenzioni.
Ho imparato quanto sia importante uscire dagli schemi, come Jamaaladeen Tacuma mi ha insegnato, e come la sensibilità musicale si possa trasformare un’idea in qualcosa di molto più profondo. In generale tutte le collaborazioni hanno contribuito a rafforzare l’idea di considerare la voce come uno strumento a tutti gli effetti, capace di dialogare con gli altri, partecipare alla costruzione dell’armonia e del colore, e non solo raccontare una melodia.

Clarissa Colucci
Foto di Angelo Bardini

Come immagini la resa live di questi brani e che tipo di esperienza vorresti offrire al pubblico?
Immagino la resa live dei brani di «Echoes from Home» come un’esperienza intima ma al contempo coinvolgente, in cui la musica possa avvolgere l’ascoltatore e trasportarlo nel viaggio emotivo che raccontano i brani. Vorrei offrire al pubblico un’esperienza che sia più di un concerto: un percorso sensoriale e narrativo, fatto di momenti di sospensione, di introspezione, ma anche di energia e dialogo collettivo. È importante per me che chi ascolta percepisca la ricchezza timbrica, le micro-dinamiche e le emozioni che guidano ogni frase musicale, così da sentirsi parte del viaggio da e verso “casa”. Allo stesso tempo, la resa live permette una maggiore libertà di improvvisazione, sia per me come voce sia per gli altri musicisti, e questo rende ogni concerto un momento unico, diverso dall’ascolto in studio, dove le emozioni e le interazioni del momento diventano parte integrante della musica.

Guardando al futuro, in quale direzione senti di voler portare la tua ricerca musicale?
Sento di voler continuare a portare avanti una ricerca musicale che unisca composizione e improvvisazione, tradizione e sperimentazione. Mi piacerebbe esplorare ulteriormente il mondo del jazz contemporaneo, lavorando su sonorità orchestrali più ampie, arricchendo le tessiture e ampliando le possibilità timbriche della voce e degli strumenti. Ogni progetto futuro sarà probabilmente una combinazione di paesaggi sonori narrativi, spazi di improvvisazione e momenti di introspezione, mantenendo sempre un legame con l’emotività e l’autenticità dell’esecuzione dal vivo.

Cosa è scritto nell’agenda di Clarissa Colucci?
Spero di portare presto questo progetto dal vivo, ed è in questa direzione che mi sto muovendo attivamente. Allo stesso tempo continuo a dedicarmi alla scrittura di nuova musica, che resta una parte centrale del mio percorso anche in vista dei prossimi progetti.
Alceste Ayroldi

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