«Do ut Des». Intervista ad Antonio Bonazzo – Ab Quartet

di Lorenza Maria Cattadori

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Esce proprio oggi il video di Do Ut Des, brano che costituisce anche il titolo di uno dei lavori più compositi e straordinari (letto in senso letterale, qualcosa di assolutamente fuori da un ordine schematico) degli ultimi mesi, composto dal pianista Antonio Bonazzo e dal contrabbassista Cristiano Dal Ros, che insieme al clarinettista Francesco Chiapperini e al batterista e percussionista Fabrizio Carriero formano gli AB Quartet.E l’album Do Ut Des, uscito nello scorso ottobre, rappresenta l’idea di una musica colta e  concretamente ispirata dai canoni della musica antica, che senza prevedibili forzature risulta invece essere soave anche nei passaggi più scoscesi, e molto improvvisata senza perdersi il tema per strada. Ho così incontrato il fondatore del gruppo Antonio Bonazzo, con il quale anche la comunicazione si è svolta alta ma leggiadra, ed è stato bello approfondire.

In primis vorrei  alcune affermazioni all’interno del comunicato stampa, in particolare quando afferma che questo gruppo ha avuto “formazioni ogni volta differenti”.
In realtà questo gruppo è nato come progetto di sperimentazione quando ancora stavo frequentando il master a Lugano e infatti portavo avanti questo desiderio di tentare percorsi nuovi proprio con persone del mio corso: quindi ho cominciato a sviluppare determinate idee che in quel momento mi attraversavano, soprattutto musica in dimensione acustica. Dunque, ho iniziato a sperimentare con alcune persone con cui lavoravo all’epoca, che però si avvicendavano: nel 2009 per esempio ho iniziato a suonare con persone completamente diverse, le idee poi sono diventate cosa ‘altra’ nel corso del tempo e nella storia del quartetto…

Bene!!! Vuol dire che si evolveva il pensiero…
Sì, più che altro perché mi si sono chiarite le cose in corso d’opera. Non dico che ora dovremmo sentirci “arrivati”, ma quantomeno abbiamo le idee più chiare su dove vogliamo andare; so cosa aspettarmi e in quale direzione dirigermi, mentre all’epoca facevo sana e propria sperimentazione… Talvolta abbiamo addirittura provato a suonare con due contrabbassi, qualcosa già di per sé già piuttosto curioso e dunque piano piano ha preso forma ciò che siamo oggi. Prima ho iniziato a lavorare con Francesco Chiapperini, il clarinettista del gruppo e poi si sono aggiunti gli altri. Abbiamo cristallizzato una musica che ci rappresentasse: suonava bene, mi piaceva il tipo di risultato e a poco a poco ci siamo resi conto che piacesse anche agli altri.

Un’altra frase che mi incuriosisce all’interno del comunicato stampa: “Musicisti che provengono da esperienze musicali differenti”. Quali sono?
Francesco proveniva da studi classici come me, ha anche alle spalle un percorso in orchestra, poi ha iniziato a gravitare in quel mondo free della Milano degli anni Novanta – in realtà anch’io c’ero dentro quando frequentavo la Civica – : quelle specie di happening dove i pezzi scaturivano da abbozzi di idee senza un preciso obiettivo, ma con grande creatività, con magari una ventina di strumentisti insieme senza alcun’idea di formazione, strumenti il più possibile e a volte persino quattro contrabbassi a suonare insieme! Fabrizio e Cristiano vengono invece da studi jazzistici ‘canonici’, Cristiano addirittura ha frequentato i corsi alla Berkeley.

Tra l’altro compone benissimo! Lente Sed Sine Misericordia e Ut Queant Laxis sono sue, vero?
Sì, certo, ma anche negli album precedenti, Outsiding e I Bemolli sono Blu, ci sono alcune sue composizioni molto interessanti. Per tornare a Fabrizio, lui ha un approccio molto libero e costruttivo rispetto al jazz, idee molto aperte, passione per la musica elettronica e quindi in questo modo abbiamo formato un quartetto di elementi che sanno creare l’interplay. Mi trovo benissimo con loro.

Bellissimo questo. E invece la scelta del clarinetto ha una propria funzione specifica all’interno di questa musica?
Certo che ha una propria funzione. I lavori che avevo fatto prima contenevano parti per il sax soprano, che è uno strumento che amo molto e al cui suono sono molto affezionato: però lavorando con Francesco ho scoperto che questa musica assume ancor più fascino con il clarinetto, perché ha una maggiore estensione, è più versatile, è uno strumento che si fonde molto di più con il pianoforte. Nei momenti di dialogo tra pianoforte e clarinetto si avverte una pienezza: il tecnico del suono che ci aveva registrato sentiva addirittura un particolare effetto delay anche se non c’era nulla del genere…Ero io con il pianoforte a creare questa sonorità insieme al clarinetto.

Effettivamente per questo tipo di musica trovo sia indicatissimo, un suono arcano e antico. Nel brano Do Ut Des, in particolare, trovo sia perfetta quella sonorità…Ritornando “all’esegesi” del comunicato stampa, che accompagna il vostro lavoro e lascia nascere spunti: al di là della magia e dello stupore creati dal vostro ispirarvi al canto gregoriano, che trovo davvero sensazionale, vuoi provare a spiegare quasi for dummies l’approccio tecnico a questi stilemi, e quel riferimento alla formula DO-UT-DES tradotta, come nella scala temperata, DO-DO-REb?
Inizio dicendo che questo lavoro non solo “si ispira”, ma davvero viene dalla musica antica, che ha una serie di caratteristiche: anche modi di procedere tipici dei fiamminghi – soprattutto nel trattamento dei temi – ; abbiamo deciso di usare molti di questi espedienti nei vari pezzi, dunque ogni pezzo si richiama a qualcosa che ha a che fare con la musica antica; Ut Queant Laxis viene dall’Inno di San Giovanni, ma Cristiano l’ha presa molto alla larga, diciamo, e ha creato una sorta di effetto specchio per cui la prima parte è tutta giocata sui tasti bianchi, mentre la seconda sui tasti neri e tutto con il tema rovesciato, per cui se ci fai caso da metà in poi senti un tema che somiglia molto a quello della prima parte, ma in realtà risulta tutto girato. Io invece in Do Ut Des ho preso proprio il tema Do-Do-Reb e l’ho utilizzato in tutto il pezzo infilandolo ovunque e oltretutto in senso madrigalistico; ha la doppia funzione di ‘dire’ qualcosa e nello stesso tempo di ‘rappresentare’: ho cercato quindi di realizzare tutto il possibile utilizzando queste tre note, che si risentono in tutto il pezzo come costante negli alti, nei bassi, nelle contro-voci, nei vari giri armonici.

In effetti il brano mi appare di leggerezza ‘calviniana’, nonostante si avverta la complessità di quella musica, e nonostante quell’incipit così incisivo e teso; anche il video di Anita Santimone è assolutamente ben giocato su quella struttura. E la vostra in effetti è una musica che oscilla tra flusso avvolgente e una rarefazione che non risulta mai affaticante.
Difficile, ma allo stesso tempo abbordabile! Se vai un po’ a scavare in effetti trovi una serie di cose che vanno al di là dell’ascolto puro, che però di per sé non risulta così pesante; ha diversi livelli di intellegibilità.

L’uso del latino era necessario, vero?
Certo, ispirandoci a veri canti gregoriani in certi casi abbiamo riportato gli esatti titoli, come nel caso di Ut Queant Laxis o di Lux Originis che viene dalla Missa Lux Et Origo scritta per il periodo pasquale, di cui amavo il tema proprio di Lux Et Origo (uno dei kyrie, ossia un canto che viene dopo l’atto di penitenza, attraverso il quale i fedeli rendono lode a Dio e invocano la sua misericordia, n.d.r.), che però in realtà si è un po’ perso nello sviluppo del brano… Certo è stato un momento di ispirazione molto profondo. Dies Irae viene invece dal canto famosissimo di Tommaso da Celano, assai sfruttato per qualunque colonna sonora in modo compulsivo, e in effetti molti compositori in vari ambiti sono rimasti ammaliati da questo tema.

Però rimandi classici ne ho trovati anche in Outsiding… Titoli come Petra, Ares, Pluto o Gea…
Era un lavoro maggiormente legato alla musica classica, un disco più complicato forse, anche faticoso…

Ascoltandolo mi è parso invece molto fluido, composito ma scorrevolissimo. Dev’essere proprio una vostra caratteristica peculiare. Fatica sì, ma geniale.
Sì, ma i momenti di fatica ce li ricordiamo! Cristiano pensa ancora alle sue tredici pagine di partitura su Pluto e il momento finale della registrazione…

Non vorrei scriverlo, perché non si dovrebbe scrivere: però non posso fare a meno di dirti che la vostra musica è molto bella. Fatta di intervalli, di temi ripidissimi, di rimandi antichi, ma anche di silenzi. Ogni volta che li sento penso a una frase tipicamente jazz, ossia “Suona quello che non c’è”. Vuoi provare a spiegarmi cosa sia per voi suonare quello che non c’è?
(Sorride e forse vorrebbe mandarmi a quel tal paese…) Difficilissima questa cosa! Per noi è tutto insito, anche perché la maggior parte della nostra musica non è scritta, ma improvvisata; per cui possiamo dire che ‘non c’è’, ecco.

Antonio Bonazzo

Interessante accezione! Ma le pause lunghe cosa rappresentano all’interno della vostra musica? Vogliono significare senso dell’attesa, sospensione, ma quale scopo hanno oltre naturalmente a quello prettamente armonico?
Lo scopo è naturalmente formale: diciamo che serve che ci sia un tempo per preparare a sufficienza quello che verrà dopo; dal punto di vista costruttivo io vengo dallo strutturalismo, quello che più mi rappresentava quando studiavo al conservatorio. Mi ha forgiato, a volte cerco di liberarmene eppure è difficile perché in qualche modo ti condiziona.

Ho fatto un piccolo excursus tra i brani di Do Ut Des e mi premeva chiederti qualcosa a proposito di Lente Sed Sine Misericordia: mi sembra che in questo brano tutti gli strumenti cerchino di volare, di cercare nuove strade. Ho inteso correttamente o è solo una mia sensazione?
È vero, e in effetti è uno dei brani meno scritti all’interno del disco, perché ci sono le tre note fondanti del contrabbasso che sono la base di tutto, e poi tutto il resto è quasi costruito in modo estemporaneo; il pezzo è di Cristiano e le indicazioni che lui ci ha fornito sono abbastanza vaghe. Tutto è aperto e si va verso l’improvvisazione totale. A ogni concerto diventa un brano diverso, anche la durata è varia e dipende tutto da che strade vogliamo prendere, da cosa viene fuori suonando in quel preciso istante.

E invece Aetio Dicatum, a chi è dedicato? In un altro mondo sonoro rappresenterebbe quasi la “ballad” dell’album….
Potrebbe essere, infatti! Questo è un pezzo che stavo finendo di comporre e anche questo scaturiva da qualche tema gregoriano inserito nel Liber Usualis: in quei giorni di cesello del pezzo è venuta a mancare una persona che conoscevo e ho deciso di dedicarglielo, essendo particolarmente struggente, come fosse un tombeau. Naturalmente il nome di questa persona era Ezio e ho deciso di scriverlo alla latina.

L’ultima domanda verte ancora sul significato primario che avete voluto dare a Do Ut Des: è davvero solo la formula Do-Do-REb – così ineffabile e intellettuale – oppure ha anche l’accezione classica di “do qualcosa per ottenerne in cambio qualcosa”?
Indubbiamente anche la seconda! L’idea è un po’ quella di appropriarsi di cose che sono già state fatte da altri: ossia, ci siamo impossessati dei temi di altri autori e li abbiamo fatti nostri. Quindi loro mi hanno dato affinché dessi qualcosa ‘altro’… Mi piace pensare che gli autori della musica a cui ci siamo ispirati possano essere contenti del nostro trattamento, quella trasposizione in un modo tanto diverso ma rispettoso.
E poi potrebbe anche voler dire “dare” qualcosa a chi ci ascolta, nella speranza che ci restituiscano un riconoscimento, un apprezzamento. Si suona per noi, si suona per loro. È così che funziona.
Lorenza Maria Cattadori