Negli ultimi anni il tuo nome ha iniziato a circolare con sempre maggiore attenzione nella scena jazz italiana. Come descriveresti oggi il tuo percorso musicale e quali sono stati i passaggi decisivi della tua formazione?
Il mio percorso musicale è stato in qualche modo frammentario, almeno all’inizio, perché per molti anni ho affiancato alla musica un’altra professione, quella dell’avvocato. Solo circa dieci anni fa ho deciso di dedicarmi interamente alla musica, ed è stata una scelta fondamentale, quasi inevitabile a un certo punto del mio percorso personale e artistico.
Da lì in poi sono stati decisivi alcuni momenti di formazione molto importanti. Innanzitutto gli anni al Conservatorio Jazz di Bologna, dove ho avuto la fortuna di studiare con Gregory Burk, che per me è stato un riferimento fondamentale sia come pianista sia come insegnante. Successivamente è arrivata l’esperienza del Barcelona Jazz Master presso l’ESMUC, a Barcellona, che mi ha aperto ulteriormente lo sguardo e mi ha messo in contatto con una scena musicale molto viva e internazionale.
Più che cercare semplicemente di “costruire” uno stile, in questi anni ho sentito soprattutto il bisogno di ascoltare, vedere e suonare tanti tipi di musica diversi, insieme a musicisti molto differenti tra loro. Credo che il passaggio più importante sia stato proprio questo: attraversare esperienze musicali diverse fino a trovare, poco alla volta, una mia voce, una dimensione artistica autentica — qualcosa che sento davvero vicino e che ancora oggi continua a emozionarmi quando suono.
Parli della scena spagnola, in particolare quella di Barcellona. Da quanto la frequenti e quali credi siano le principali differenze con la scena che avevi trovato in Italia?
La scena spagnola, e in particolare quella di Barcellona, è una realtà estremamente variegata e vitale. È una città che frequento ormai da alcuni anni e che continuo a trovare molto stimolante proprio per la quantità di musicisti e di linguaggi diversi che convivono al suo interno.
Ci sono tantissimi giovani musicisti con una visione molto contemporanea, legata al new soul, al jazz hip hop e ad altri linguaggi ibridi che stanno emergendo negli ultimi anni. Allo stesso tempo esiste anche una scena molto forte legata al bebop e al jazz più tradizionale, con musicisti di altissimo livello. Questa convivenza tra tradizione e ricerca rende l’ambiente molto dinamico.
La differenza principale rispetto a molte realtà italiane è forse il carattere profondamente internazionale della città. Barcellona è un luogo di grande passaggio: ogni giorno arrivano musicisti da tutto il mondo, e questo crea quello che io chiamo una sorta di “effetto sorpresa” continuo, soprattutto nelle jam session e nei club. Ti capita spesso di ascoltare musicisti nuovi, con percorsi, culture e influenze completamente differenti, e questo mantiene la scena molto viva.
Un’altra componente fondamentale è sicuramente la forte presenza della cultura sudamericana, che a Barcellona è molto radicata. Tutto questo patrimonio ritmico e culturale sta influenzando profondamente una certa corrente del jazz contemporaneo spagnolo, creando una miscela molto interessante non solo dal punto di vista ritmico, ma anche nel modo di concepire l’interazione e il suono collettivo.

Nei tuoi progetti si percepisce una forte attenzione al suono e alla costruzione narrativa della musica. Quanto conta per te l’idea di “raccontare” qualcosa attraverso il jazz?
Per me la dimensione narrativa della musica è probabilmente l’aspetto più importante e più emozionante. Quando scrivo, cerco sempre di seguire uno sviluppo melodico che sia il più possibile genuino e spontaneo, quasi fisico: qualcosa che il corpo e l’istinto musicale suggeriscono naturalmente prima ancora della razionalità.
Credo che sia anche ciò che ricerco quando ascolto musica dal vivo. Ogni volta che vado in un club o a teatro, mi accorgo che quello che mi colpisce davvero — quello che riesce a smuovermi emotivamente — è quasi sempre il modo in cui la musica si sviluppa ritmicamente e melodicamente. È lì che percepisco una vera narrazione, un percorso, una tensione che evolve.
Per questo la componente narrativa è centrale sia nel mio modo di comporre sia nel mio modo di improvvisare. Anche nell’improvvisazione cerco sempre di evitare un approccio puramente tecnico o astratto: mi interessa che ci sia un’idea che cresce, che si trasforma, che porta chi ascolta dentro un viaggio emotivo e sonoro.
Il quartetto sembra rappresentare una dimensione molto diversa rispetto al piano solo. Come sono nati questi due progetti e a quali esigenze artistiche differenti rispondono?
Nel piano solo ho chiaramente la libertà di gestire da solo tutta l’orchestra. Questo mi permette di prendere decisioni completamente istintive sul momento, senza doverle necessariamente mediare o spiegare a qualcun altro. È una dimensione in cui posso seguire immediatamente qualsiasi intuizione musicale, anche la più improvvisa o fragile, e svilupparla in totale libertà.
Con il quartetto il discorso è diverso. Anche quando esiste un grande livello di interplay — e credo che nei gruppi migliori ci sia davvero una forma di comunicazione molto profonda — non si può sempre contare su una telepatia immediata. Il dialogo richiede ascolto, tempo, equilibrio. Però è proprio questo che rende il quartetto così interessante: le idee possono nascere da un singolo musicista e trasformarsi collettivamente grazie alla risposta degli altri.
Il piano solo, quindi, rappresenta per me uno spazio di libertà assoluta e di esposizione molto personale; il quartetto invece ha una forza sonora, ritmica ed energetica completamente diversa. C’è una potenza del suono collettivo e una dimensione di scambio che possono portare la musica in direzioni imprevedibili e molto stimolanti. Sono due esperienze artistiche differenti, ma entrambe fondamentali nel mio percorso.
Nel tuo lavoro, soprattutto in piano solo, quale rapporto esiste tra scrittura e improvvisazione? Quanto lasci spazio all’istinto del momento?
Cerco sempre di trovare un equilibrio tra struttura e libertà. In genere mi piace definire alcuni “pilastri” dello sviluppo dei brani: una direzione formale, certi punti di riferimento armonici o dinamici che mi permettono di avere una base solida durante l’esecuzione. Questo mi dà una serenità che poi mi consente di lasciarmi andare molto di più nell’improvvisazione.
All’interno di quella struttura c’è infatti uno spazio molto ampio per la spontaneità, sia a livello armonico sia nel fraseggio e nello sviluppo melodico. È proprio lì che nasce la parte più genuina e viva della musica, quella che rende ogni esecuzione diversa dall’altra.
Allo stesso tempo sento il bisogno di mantenere una certa consapevolezza della forma complessiva. Se mi affidassi totalmente al flusso delle idee rischierei, a volte, di perdere una direzione narrativa o di arrivare in territori che sul momento magari risultano interessanti, ma che alla fine non mi soddisfano pienamente dal punto di vista musicale. Per questo cerco sempre un dialogo continuo tra controllo e libertà: è un equilibrio delicato, ma è anche uno degli aspetti che trovo più affascinanti nell’improvvisazione.
Quali musicisti o compositori senti più vicini alla tua sensibilità artistica?
Se dovessi citare alcuni artisti che sono stati particolarmente importanti per la mia formazione e per la mia sensibilità musicale, partirei sicuramente da Michel Petrucciani. Di lui ho sempre amato la forza ritmica, la cura delle melodie e quella capacità straordinaria di coniugare energia ed emotività in modo molto diretto.
Un altro riferimento fondamentale è Keith Jarrett, soprattutto per la sua versatilità armonica e per la libertà con cui riesce ad attraversare linguaggi diversi mantenendo sempre una voce estremamente personale.
Dal punto di vista compositivo, invece, uno degli artisti che mi ha influenzato di più è senza dubbio Avishai Cohen. La fusione che ha creato tra il jazz e la musica della propria tradizione culturale ha dato vita a un universo sonoro unico, molto identitario, che per me è sempre stato fonte di grande ispirazione.
E poi naturalmente Charles Mingus. È un musicista che continua ancora oggi a sorprendermi: ogni suo brano contiene una visione musicale fortissima, imprevedibile, capace di unire complessità, istinto e una profondissima umanità.
Guardando al futuro, quali direzioni immagini per la tua musica? Ci sono progetti o forme espressive che senti il bisogno di esplorare?
Guardando ai prossimi mesi e ai prossimi anni, sento sempre di più il desiderio di portare la mia musica verso una dimensione di large ensemble. Fino a oggi ho lavorato soprattutto nella scrittura e nell’arrangiamento per piccoli gruppi, ma credo che per me sia arrivato il momento di esplorare possibilità espressive più ampie.
Mi interessa molto l’idea di sviluppare la musica che sto componendo ora in una forma più estesa e orchestrale, lavorando con ensemble più grandi che possano includere non soltanto strumenti jazz tradizionali, ma anche coro, percussioni, archi e altre combinazioni timbriche. Mi affascina la possibilità di ampliare il linguaggio sonoro mantenendo però intatta la dimensione narrativa ed emotiva che cerco sempre nella musica.
Vorrei costruire un progetto più ampio e strutturato, quasi “cinematografico” per certi aspetti, in cui arrangiamento, interplay e ricerca timbrica possano convivere in una forma ancora più potente e immersiva.
