Mahalle, in turco, significa quartiere, e un quartiere si riconosce dai suoni, dalle voci, dagli odori, dal ritmo dei passi, dall’atmosfera che si respira. Ilhan Ersahin lo sa bene, lui che di quartieri ne abita almeno tre in contemporanea, l’East Village di New York dove ha piantato radici, Cihangir a Istanbul dove ritrova le sue origini paterne e le vie di Stoccolma dove è cresciuto. «Mahalle», il sesto album degli Istanbul Sessions uscito il 16 gennaio 2026 per Nublu Records, è una mappa sonora della metropoli turca, ma è anche, inevitabilmente, una mappa interiore, un percorso cinematografico che attraversa i diversi quartieri di Istanbul e, allo stesso tempo, una colonna sonora costruita su un global groove in cui le sonorità della tradizione convivono con ritmi contemporanei.
Ersahin è una leggenda dell’underground newyorkese, il suo influente club al centro del Lower East Side, e la sua etichetta discografica Nublu sono da più di vent’anni un riferimento per chi guarda alla musica senza confini. Celebri le jam session in cui si incontrano musicisti di provenienza molto diversa: qui sono ritrovati Herbie Hancock, David Byrne, Sun Ra, Beck, John Zorn, Tom Waits, Norah Jones prima della fama internazionale, ma anche i nostri Calibro 35 e tanti altri artisti provenienti da tutto il mondo. Quelle sessioni notturne, improvvisate e cosmopolite, hanno dato vita a un suono inconfondibile, il cosiddetto «Nublu Sound», e hanno generato una serie di progetti di successo come Wax Poetic, Love Trio, Nublu Orchestra, I Led Three Lives, sempre animati dall’energia creativa di Ersahin.
Gli Istanbul Sessions, con Ersahin al sax ed elettronica, Alp Ersonmez al basso, Izzet Kizil alle percussioni e Turgut Alp Bekoglu alla batteria, nati come progetto occasionale nel 2009, sono diventati una formazione stabile capace di intercettare il gusto del pubblico cosmopolita di tutto il mondo. Si sono esibiti da New York a Istanbul, da Parigi a San Paolo, da Londra a Skopje. Milano, in particolare, è diventata una tappa ricorrente del loro itinerario europeo, e anche questa volta hanno scelto Milano, dove si sono esibiti domenica 19 aprile alla Santeria Toscana 31, come unica data italiana per la presentazione di «Mahalle».
Abbiamo chiesto a Ersahin di raccontarci il come e il perché del suo nuovo album.

«Mahalle» mappa Istanbul attraverso i suoi quartieri: Galata, Karaköy, Yeditepe, Asmalı, Tünel, Tersane e così via. Come è nata l’idea di costruire un disco attorno alla topografia della città? È stato un progetto premeditato o è emerso durante il processo compositivo?
Sono i quartieri in cui giro e, che frequenta in qualche modo anche la band. Mentre stavamo costruendo i grooves e le melodie, pensavamo ai luoghi e alle atmosfere di quei quartieri.
Ogni brano porta il nome di un quartiere vero e proprio, con una storia e un carattere precisi. Come avete tradotto queste differenze in scelte musicali concrete?
Semplicemente seguendo la sensazione e visualizzando l’energia e le atmosfere di quei luoghi.
C’è un momento dell’album in cui senti che la corrispondenza tra luogo e suono ha davvero funzionato?
Ahahah, penso che abbia funzionato sempre. Sono molto felice di questo album.
Nella vita reale, qual è il tuo quartiere preferito di Istanbul? Coincide con una delle tracce del disco, o è rimasto fuori?
Cihangir è in qualche modo il centro di questi quartieri, che sono tutti collegati. È il mio posto preferito perché molto simile al quartiere in cui vivo a New York, nell’East Village. Cihangir ha la stessa energia. C’è tanta gente autentica e interessante e si respira un’atmosfera creativa.
E se tu dovessi indicare il brano di «Mahalle» di cui sei più soddisfatto?
Penso che Yeditepe sia molto forte dal punto di vista melodico ed emotivo.
«Mahalle» è in gran parte frutto del lavoro collettivo del quartetto, con Alp Ersonmez che porta la sua voce compositiva individuale in alcuni brani. Come è cambiato il tuo modo di comporre rispetto agli album precedenti?
Gli ultimi due album sono stati realizzati insieme in studio senza nessun piano preventivo. Siamo entrati e abbiamo costruito i brani.
Questo disco è prodotto da te e Alp Ersonmez e registrato ai Babajim Studios di Istanbul. Quanto è importante per te registrare nella città che dà il nome al progetto? Il luogo entra nel suono, o trovi che sia una questione di atmosfera e concentrazione?
Amo registrare nelle città che mi piacciono. Ultimamente registro molto a San Paolo e a New York, quindi registrare a Istanbul ha sempre avuto molto senso per me. Soprattutto perché c’è quella sensazione tutta istanbuliota.
Il precedente album di Istanbul Session «Bir Zamanlar Şimdi» è stato prodotto da Tommaso Colliva. Come è nata quella collaborazione, e cosa ha lasciato nel tuo modo di lavorare in studio? Si sentono tracce di quell’esperienza in «Mahalle»?
Ho pubblicato i Calibro 35 quindici anni fa sulla mia etichetta Nublu Records, quindi conosco Tommaso da molto tempo. Amo Milano e sembrava naturalissimo registrare lì e con lui alla produzione.
Da sempre le recensioni degli Istanbul Sessions citano sempre la stessa domanda: è davvero jazz? Dopo sei album questa domanda ti dà fastidio, ti diverte, o hai semplicemente smesso di pensarci?
La mia musica in generale è così. E credo che sia così perché non voglio essere un jazzista, mi sembra semplicemente troppo noioso. Mi piace fare musica nuova e fresca, che rifletta il momento e le persone con cui lavori. Ascolto la musica come un mix di generi, non un genere solo. Quella roba è vecchia per me. Non mi piacciono le cose noiose: le persone, i musicisti, la musica. Le cose devono essere sexy, emotive, spirituali e groovy, fondamentalmente.
I tuoi concerti sono più vicini a un DJ set che a una performance jazz tradizionale, i brani si mixano l’uno nell’altro e il ritmo non si ferma mai. «Mahalle» ha una logica narrativa molto precisa, quasi cartografica: come traduci questo album sul palco? Segui la scaletta del disco o la riscrivi ogni sera?
Sì, i set sono sempre diversi, ma l’idea è davvero quella di far entrare le persone in trance. Far cadere la gente nel groove. Cadere nell’abisso dell’amore.

«Mahalle» è il sesto album degli Istanbul Sessions e il tuo club, Nublu, compirà venticinque anni nel 2027. Hai già qualcosa in mente per il futuro? Un nuovo progetto, una direzione diversa, qualcosa che non esiste ancora?
Ne ho tantissimi. Sto pubblicando una serie di sei album con diversi trio qui a New York, in cui suono sintetizzatori e sassofono. Ho anche in via di pubblicazione due album con musicisti e amici del Brasile. Una band si chiama Jogo Duro, l’altra Praia Futura. Poi c’è la Nublu Orchestra, e stanno arrivando anche due album che ho realizzato con due diversi DJ di Istanbul. Insomma, un momento davvero entusiasmante!
