Il lavoro della musica. Gli «stati generali» di I-Jazz

Firenze, 6 e 7 Novembre 2021

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Se il mondo del jazz italiano viveva già una singolare divaricazione fra le discrete percentuali di «frequentazione» (per numero di concerti e di spettatori, tra le musiche ritenute meritevoli di sostegno pubblico) e quella di avaro finanziamento da parte della mano pubblica (ridotta ad un 3% del totale) è piuttosto facile intendere quanto esso possa essere stato impattato dalla crisi pandemica, ormai in atto da oltre venti mesi, che ne ha impietosamente disvelato le fragilità, la totale carenza di stabilità e di tutele (per tutti gli artisti e i lavoratori del settore), la precarizzazione, infine, come unica regola certa.
Insieme a questo, va maturando la disperata consapevolezza che, come risposta al nuovo «mondo pandemico», il sistema produttivo globale saprà comunque trovare un equilibrio, a discapito degli attori più deboli, spostando risorse in direzione di un modello di fruizione degli eventi artistici tale da rendere ancora più incerto il contesto pubblico e «sociale», indirizzandosi verso una fruizione smaterializzata e domestica, determinando un’ulteriore rarefazione delle possibilità, in attesa del probabile trionfo finale del «modello Amazon».
Dunque, in un contesto in cui il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sembra rappresentare (forse) l’ultima speranza reale per un Paese in attesa da troppo tempo di riforme «strutturali» (che qui rivelano la loro indispensabilità, ma che altrove farebbero sorridere, essendo sintomo di «normalità»), gli operatori della produzione culturale musicale jazzistica fanno i conti con il trascurabile impatto del Piano stesso sulle loro faccende e si preparano invece, variamente agguerriti, ad accogliere la stesura finale dei decreti ministeriali per la distribuzione del Fondo Unico per lo Spettacolo.
L’orizzonte di attesa che si va formando su essi, incassata la relativa novità dei Centri di Produzione Nazionale, confida che possano fungere da panacea per tutti i mali, come l’olio di serpente degli imbonitori del Far West. Perciò stesso rilanciare definitivamente il settore, apportando innovazioni attese da tempo (almeno a parole), rispetto ad un sistema complessivo sospettato di nepotismo, tacciato molte volte di determinare come effetto indiretto (o fors’anche di ricercare immediatamente) un risultato generale di appiattimento in basso della qualità dei progetti, ma che da anni sopravvive immutato a se stesso.
Pur entro questo quadro generale sconsolante, si è tenuta in un clima di assoluta positività – ed entro una cornice organizzativa semplicemente perfetta – la «due giorni» Il lavoro della musica, organizzata da I-Jazz a Firenze nel weekend del 6 e 7 novembre con il contributo del Ministero Italiano della Cultura, nell’ambito del Bando «Attività di Musica Jazz», con la collaborazione del Comune di Firenze e il supporto operativo di Associazione Music Pool. Il progetto era inserito in una più ampia attività formativa in streaming, destinata a cinquanta giovani operatori del settore musicale (non ancora ultimata e destinata a protrarsi ancora per un mese).
Due interviste (a Paolo Fresu – a cura di Luciano Linzi – e ad Enrico Rava – a cura di Franco Caroni-), vari incontri, attività seminariale e quattro concerti (Gabrio Baldacci, Sophia Tomelleri 4tet, Orchestra Jazz Nuovi Talenti di Paolo Damiani e infine Tosca) nella fitta agenda del weekend.

Ada Montellanico – Corrado Beldì – Riccardo Nencini

Spiccavano soprattutto gli incontri del 6 e del 7 novembre. Il primo, condotto da Corrado Beldì e Ada Montellanico, su Le opportunità della nuova delega per i decreti attuativi dei «codici per lo spettacolo dal vivo», per un nuovo sistema per la musica e per lo spettacolo, che ha visto la partecipazione di parlamentari e rappresentanti delle istituzioni; il secondo su I centri di produzione artistica: un confronto di idee, presentato da Angelo Valori e curato da Enrico Bettinello. Ma non sono mancate utili attività seminariali su argomenti come la riforma del terzo settore (dott. Carlo Mazzini), gli strumenti fiscali di sostegno alla musica (dott. Irene Sanesi), l’impatto dei festival sul territorio (prof. Severino Salvemini), l’esame della riforma in atto (prof. Lucio Argano). Tra gli intervenuti vanno almeno menzionati: Antonio Parente, Direttore generale della Direzione generale Spettacolo del Ministero della Cultura; Sergio Meggiolan, per il Centro Produzione Teatrale La Piccionaia; Matteo Negrin, per la Fondazione Piemonte dal Vivo; Roberto Catucci, per la Fondazione Musica per Roma, Maarten Van Rousselt, per il Centro Culturale Flagey di Bruxelles.
In chiusura dei lavori, l’associazione I-Jazz ha presentato i propri progetti e riunito la propria Assemblea dei soci.

Corrado Beldì

Il Presidente di I-Jazz, Corrado Beldì, ha manifestato grande apprezzamento per la riuscita del ciclo di eventi, sottolineando la nutrita partecipazione di promoters storici e di giovani aspiranti tali in formazione e la compatta richiesta di una serie di interventi rivolta alle istituzioni e al mondo della politica, mai presente e attento come in questa occasione. La risposta dei rappresentanti politici nazionali e territoriali è stata positivamente sottolineata anche da Gianni Pini, ora Presidente dell’Associazione Music Pool, ma former president di I-Jazz.
Molto ricca, senza ombra di dubbio, la partecipazione, riflesso di un parterre di operatori di settore che di certo non volge verso la desertificazione, quanto piuttosto in direzione opposta: un centinaio di seniores, per un totale di ottanta festival rappresentati, oltre ai cinquanta giovani in formazione di cui si è già detto.

Ada Montellanico – Corrado Beldì – Dario Nardella

Davvero difficile valutare se la già segnalata positività del clima, al di là degli importanti aspetti umani e relazionali, possa essere considerata come allegria di naufragi o poggi su prospettive reali.
La «nuova» (almeno per questo settore) realtà dei centri di produzione, che pure rappresenterebbe un’innovazione certamente positiva ed auspicabile, è tutta da costruire nel concreto e non è semplice valutarne l’impatto su un sistema che ha comunque trovato i propri equilibri, seppure all’insegna di una spiccata precarizzazione (di cui poi ci si scopre a dolersi, ma che di certo pare ampiamente spiegata dai numeri).
Ad esempio, la presenza così massiccia di nuove uscite discografiche in formato fisico, realizzate in larga parte a spese degli artisti, proprio nel momento in cui un mercato discografico già a suo tempo saturo è definitivamente morto (se non nelle nicchie vinilistiche o audiophile, la cui vitalità vuota di numeri è però simile a quella di una farfalla, rivelandosi un mero inganno percentuale se paragonata ai numeri del passato) si dimostra comunque nei fatti un meccanismo adattivo, ma pur sempre solido, finalizzato al drenaggio privato del sistema di finanziamenti pubblici.
Questo meccanismo è superabile? È possibile ipotizzare un «prodotto musicale» sganciato dal supporto fisico e pensare a un suo diverso sistema di fruizione?
L’attuale sistema potrebbe accettare (tra l’altro in un momento in cui la presenza del terzo settore nella vita pubblica si fa via via crescente) una rinnovata organizzazione che punti dal centro per redistribuire verso la periferia le scarse risorse pubbliche disponibili, mimando ad esempio il sistema francese delle direzioni artistiche (ove però i direttori artistici sono funzionari di Stato) e innalzando la qualità produttiva?
Queste sono le vere domande che attendono una risposta.

Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti

Lo stesso tema della valutazione della «qualità artistica», sul quale pure in astratto ci diremmo tutti d’accordo, rischia di rivelarsi in concreto un terreno franoso.
Da parte di qualche spirito particolarmente critico si pone provocatoriamente l’accento sulla scarsa incidenza percentuale degli incassi di botteghino (che si sosterrebbe siano talora inferiori all’1%) rispetto a questo sistema produttivo, circostanza che parrebbe riferire di un larvato assistenzialismo di Stato, peraltro non privo di posizioni dominanti che si ergono sulla precarietà.
Ma se da un lato potremmo ricordare la perspicua osservazione di Gregg Easterbrook, secondo cui: «Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa», dall’altro non possiamo non considerare che proprio il nudo parametro del botteghino può porsi in posizione antipodica rispetto al concetto di «qualità artistica» (l’esperienza lo insegna e, del resto, ciò che fa cassetta non ha bisogno di essere sostenuto) e che, in un mondo campanilistico come quello del jazz italiano, gli steccati protezionistici sono consustanziali al Sistema, che forse andrebbe addirittura ripensato a monte, a partire dalle filiere dei Conservatori, che certo sembrano interessate da un cospicuo affollamento.

Grande è la confusione sotto il cielo, soprattutto nella promiscuità assoluta dei ruoli attivi del copione: musica, produzione artistica, organizzazione, critica formano troppo spesso un unico fascio – se non un unico luogo puntiforme, santificato dai social -.
Un po’ come avviene per il PNRR, il treno è in corsa e non possiamo fermarci per aggiustarlo. Purtroppo non possiamo neppure sostare per domandarci se quel treno fosse davvero il miglior mezzo di trasporto disponibile e se la direzione verso cui marcia quella giusta.
Ma il mondo dell’associazionismo è ben vivo, viepiù ove si consideri che quello riunitosi a Firenze ne è soltanto una parte. Insomma: se ne vedranno delle belle, ma non necessariamente con il lieto fine.
Sandro Cerini