I poeti del piano solo: narrazioni diverse

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Tigran Hamasyan - Foto di Eleonora Birardi

29 settembre, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo: Tania Giannouli

30 settembre, Firenze, Teatro Puccini: Tigran Hamasyan

Frutto della collaborazione del Musicus Concentus con l’associazione Something Like This, la terza edizione della rassegna I poeti del piano solo – sotto la direzione artistica del pianista Stefano Maurizi e di Fernando Fanutti, presidente del Musicus – ha giustamente posto l’accento su modalità e concezioni diverse della performance solistica. Introdotta il 28 settembre alla Sala Vanni dall’esibizione di un fuoriclasse come Enrico Pieranunzi (che purtroppo non possiamo documentare), la rassegna ha richiamato l’attenzione su due musicisti che applicano al linguaggio dell’improvvisazione i tratti distintivi del loro patrimonio culturale: Tania Giannouli e Tigran Hamasyan.

Tania Giannouli – Foto di Eleonora Birardi

Nell’atmosfera suggestiva di una sala situata al piano superiore del Museo dell’Opera del Duomo la pianista greca ha costruito un racconto coerente pur nella diversità degli eventi sonori cui ha dato vita. Dal flusso prodotto senza soluzione di continuità affiorano melodie riconducibili alla tradizione popolare greca e balcanica in senso lato. Tale flusso è spesso animato da cascate di arpeggi scorrevoli che creano un alveo capiente, ma talvolta ridondante. L’approccio di Giannouli risulta particolarmente incisivo laddove esalta il proprio sferzante piglio ritmico su metriche dispari del tutto connaturate al retaggio balcanico. In altri frangenti compie interventi sulla cordiera dello strumento, adottando preparazioni per stoppare e alterare il suono – eredità delle avanguardie europee – o per dar luogo a rarefatte esplorazioni delle dinamiche. La cordiera viene addirittura (mal)trattata come una sorta di cetra suonata in stato di trance. I limiti di una pur pregevole esibizione vanno individuati in qualche autocompiacimento e, nei passaggi più informali, nel rischio del già sentito. Tuttavia, questo non inficia lo sforzo intellettualmente onesto di trasporre nel piano solo il proprio bagaglio culturale.

Tigran Hamasyan – Foto di Eleonora Birardi

Virtuoso del piano ed ex ragazzo prodigio, musicalmente onnivoro, Tigran Hamasyan è ormai divenuto un musicista trasversale, come testimonia anche la numerosa presenza di un pubblico eterogeneo ed entusiasta in un Teatro Puccini finalmente dotato di efficaci pannelli fonoassorbenti. Sempre attento alle sfumature nella sua meticolosa ricerca su timbri e dinamiche, il pianista armeno ama attingere alla memoria della sua terra per creare melodie eteree, a volte sottolineate con il fischio o con vocalizzi. In alcuni punti i trilli del piano sembrano evocare il suono ancestrale del duduk, l’oboe armeno a doppia ancia ricavato dal legno d’albicocco reso celebre da Djivan Gasparyan nelle sue collaborazioni con Peter Gabriel. Per contro, Hamasyan manifesta un rapporto molto fisico con lo strumento in virtù di un tocco ritmico potente, delle costruzioni basate su metriche vertiginose e delle improvvisazioni sviluppate con fraseggi frenetici e straripanti ma nitidi nel disegno, spesso accompagnati sottovoce, che qualche volta si avvolgono su se stessi come dervisci rotanti. Il pianista appare posseduto da un’urgenza espressiva che in molti casi è animata da autentico fuoco creativo, in alcuni altri sfocia invece nella smania impetuosa di sciorinare il proprio virtuosismo. Dunque, il rischio di specchiarsi nella propria stupefacente bravura è sempre dietro l’angolo. Occasionalmente Hamasyan allude alla tradizione afroamericana con citazioni (ad esempio, Someday My Prince Will Come). Indubbiamente nel suo pianismo si colgono poi anche riferimenti indiretti a modelli storici: da Art Tatum a Oscar Peterson, da Bud Powell fino a Chick Corea. Ciononostante, non si può negare che Hamasyan possieda una poetica personale, forte e definita, basata su elementi distintivi della propria identità. A ulteriore dimostrazione di come il jazz – musica sincretica per eccellenza – sia ormai diventato un linguaggio universale.

 

Enzo Boddi