Giovanni Guidi Ojos de Gato all’Estate Fiesolana

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Giovanni Guidi & Ojos de Gato - foto di Maria Grazia Campus

Fiesole, Teatro Romano

16 giugno

Appena pubblicato da Cam Jazz, «Ojos de Gato» è il nuovo progetto ideato da Giovanni Guidi per rendere omaggio a Gato Barbieri. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il Cd non include nessuna rielaborazione di brani del sassofonista argentino, ma solo composizioni originali ispirate al suo composito mondo espressivo e al suo percorso artistico: dai contatti con il free alla frequentazione della scena italiana, dal respiro terzomondista con l’originale recupero delle radici popolari al successo scaturito dalla colonna sonora di Ultimo tango a Parigi.

Dal concerto di Fiesole – promosso dal Music Pool e inserito nella programmazione dell’Estate Fiesolana – emergono però indicazioni contraddittorie. Prima di tutto, sembra mancare un disegno stilisticamente omogeneo, che in qualche modo si riflette anche nell’assetto dell’organico. Accanto a Guidi (pianoforte e Fender Rhodes), Gianluca Petrella (trombone), James Brandon Lewis (sax tenore) e Brandon Lopez (contrabbasso) figuravano Lorenzo Tucci alla batteria e Simone Padovani alle conga e percussioni varie, subentrati agli annunciati Chad Taylor e Francisco Mela, presenti anche sul disco. Tucci è un batterista solido e preciso, aduso alla frequentazione di altri contesti (si vedano ad esempio le sue collaborazioni con Fabrizio Bosso), ma non possiede l’approccio poliritmico, africaneggiante, di Taylor. Il pur bravo Padovani non ha nel DNA quella varietà di colori e accenti latini padroneggiati dal cubano Mela.

Giovanni Gudi & Ojos de Gato – foto di Maria Grazia Campus

I lunghi e ribollenti passaggi informali sono caratterizzati da un turbinio di idee (o meglio, abbozzi di idee) sostanzialmente inespresse. Il tutto è spesso appiattito da un magma sonoro in cui le varie voci strumentali tendono a confondersi. Al di sopra di questo flusso si staglia a tratti il solo Brandon Lewis con progressioni brucianti – occasionalmente contrappuntate da Petrella – e un impatto impressionante, in certi momenti straripante. Vi si colgono in nuce le cortine sonore del John Coltrane del triennio 1965-1967 (e di riflesso, ma in minor misura, di Pharaoh Sanders); il fervore e l’enfasi di Albert Ayler; le spigolosità dense di un sanguigno senso del blues del primo Archie Shepp.
Le rare distensioni in atmosfere più rarefatte e i brani di impronta latina privilegiano il recupero di valori melodici essenziali e mettono finalmente in luce il fraseggio avanzato, brillantemente articolato, e i timbri densi di richiami alla tradizione (da New Orleans a Ellington) di Petrella, sostenuto da un apporto più corposo e incisivo della ritmica.
In questo contesto Guidi si limita ad un ruolo di coordinamento e di raccordo, senza però le brillanti intuizioni che già una dozzina d’anni fa caratterizzavano la sua Unknown Rebel Band o la Cosmic Band di Petrella. Evidentemente questa operazione, pur lodevole negli intendimenti, necessita di ulteriori messe a punto per poter sviluppare ed esprimere appieno il proprio potenziale.
Enzo Boddi