Genius Loci

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La cappella dei Pazzi, foto Eleonora Birardi

Firenze, Santa Croce

20-22 settembre

 Al secondo anno di vita Genius Loci ha confermato la sua natura di manifestazione poliedrica e multidisciplinare, volta alla riscoperta e alla valorizzazione di luoghi unici della Basilica di Santa Croce quali la Cappella dei Pazzi, il Cenacolo e il Chiostro del Brunelleschi in un rapporto dialettico con la contemporaneità. Una certa, inevitabile dispersività dovuta alla parziale sovrapposizione di alcuni eventi e all’andirivieni di una parte del numeroso pubblico non ha pregiudicato la fruizione dei contenuti, di livello complessivamente molto elevato. Nel ricco programma spiccavano alcune performance (quasi tutte ospitate nella Cappella dei Pazzi) che avevano lo scopo di documentare la relazione tra musicista, suono e spazio. Il concerto finale tenuto poco dopo l’alba di sabato da Terry e Gyan Riley nel Chiostro del Brunelleschi ha dimostrato che anche in questa epoca contraddittoria il termine «partecipazione» conserva ancora un significato.

La rigorosa, matematica architettura brunelleschiana della Cappella dei Pazzi presenta certamente alcuni problemi acustici in virtù dei riverberi che vi si generano. Per i musicisti che vi si sono succeduti ha rappresentato una sfida, affrontata senza timori e superata con successo. Impegnato esclusivamente al sax soprano, Roberto Ottaviano ha dato vita a costruzioni meticolose ora per graduale accumulo di cellule e frammenti melodici, ora attraverso frasi ampie e sinuose. Ai richiami alle tradizioni popolari nelle strutture melodiche Ottaviano ha contrapposto – peraltro senza mai perdere di vista il senso del blues – un’esplorazione timbrica con ricchi armonici, sovracuti, soffiato (talvolta anche nel corpo dello strumento privo di bocchino), suoni stoppati nell’ancia e canto armonico. Disponendosi in punti differenti e roteando lo strumento ha cercato una costante interazione con lo spazio.

Roberto Ottaviano, foto Eleonora Birardi

Marco Colonna e Silvia Bolognesi hanno offerto esempi di una proficua dialettica, accompagnata da uno spiccato senso della struttura: prima tra le curve disegnate dal clarinetto in Si bemolle e le arcate tracciate dal contrabbasso; poi tra le spirali e le progressioni ritmiche del clarinetto basso da una parte e le corpose linee modellate dal pizzicato, dall’altra. Un terreno fertile per impasti timbrici efficaci, a maggior ragione quando Colonna imbraccia entrambi gli strumenti, fondendone le caratteristiche apparentemente contrapposte. Infatti, il clarinetto in Si bemolle è un modello metallico dotato di un suono meno scuro rispetto allo strumento in ebano. Tant’è vero che, smontandone il bocchino, Colonna può ricavarne un timbro affine a quello di un flauto etnico.

Silvia Bolognesi e Marco Colonna, foto Eleonora Birardi

Dan Kinzelman ha costruito meticolosamente il proprio solo al tenore. Prima con l’uso del soffiato, frammenti melodici e nuclei di frasi progressivamente espansi dal punto di vista dinamico. Quindi, mediante lo sviluppo graduale – sempre in lento, metodico movimento nel perimetro della cappella – di fasce sonore attraverso la respirazione circolare. Cortine di suono? Sheets of sound? Flusso di coscienza o stream of consciousness che dir si voglia? Sta di fatto che Kinzelman ha avviato e portato a compimento un processo che per circa venticinque minuti ha finito per generare – attraverso lente, graduali progressioni – una massa sonora di tale entità da riempire i volumi architettonici della cappella. Una dimostrazione esemplare di come si possa letteralmente «suonare lo spazio». Un processo di trance che libera e a un tempo prosciuga le energie. Non sorprende che al termine il pubblico abbia accolto con una lunga ovazione il musicista, letteralmente stremato.

Dan Kinzelman, foto Eleonora Birardi

Il solo del vibrafonista Pasquale Mirra si è svolto all’insegna di un equilibrio tra improvvisazione strutturale e libera. Così facendo, Mirra si allontana gradualmente dai nuclei melodici e armonici su cui opera, per poi ritornarvi in punta di piedi. Dal punto di vista stilistico, dimostra di aver riprocessato e digerito ogni riferimento ai grandi specialisti afroamericani dello strumento. Semmai, evidenzia alcune affinità con i tedeschi Karl Berger e Gunter Hampel. Mirra ama modificare il suono del vibrafono ed esplorarne le potenzialità intervenendo sulle lamine con bacchette (che lo fanno assomigliare ai metallofoni usati nel gamelan di Bali), mazze felpate, le mani nude e coperture che ne trasformano il suono in quello di una marimba. Inoltre, al vibrafono affianca sonagli vari e ciotole armoniche tibetane. Il legame con le frange più avanzate della tradizione del jazz emerge dalla linea tematica di Goodbye Pork Pie Hat di Mingus e dalle suggestioni etniche tanto care a Don Cherry.

Pasquale MIrra, foto Eleonora Birardi

All’interno dello spettacolare Cenacolo Paolo Angeli ha riproposto l’ampio ventaglio di fonti che alimentano la sua peculiare cifra espressiva: fraseggi di grande pulizia, non distanti dalla poetica di Ralph Towner; molteplici riferimenti alle tradizioni popolari, in particolare della natia Sardegna, con interventi vocali legati al cantu a chiterra tipico del Logudoro e della Gallura; innesti di matrice contemporanea spesso effettuati con l’ausilio di arco e distorsioni.  Val la pena di sottolineare l’assoluta originalità della sua chitarra sarda preparata, che consta di un’ampia cassa armonica e di ben diciotto corde, otto delle quali applicate tramite una cordiera trasversale. Altre quattro sono corde di violoncello fissate mediante un ponte posto nella parte terminale dello strumento, a sua volta sostenuto da un puntale simile a quello di un contrabbasso. L’equipaggiamento include due pedaliere: la prima, sistemata sulla destra, permette di azionare dei martelletti che attivano i bassi, mentre sulla sinistra una seconda consente di eseguire la parte melodica sdoppiando il suono acustico e quello elettrificato. Inoltre, delle eliche inserite in prossimità del bordo della cassa producono un suono ronzante, efficace anche per la creazione di bordoni.

Paolo Angeli nel Cenacolo, foto Eleonora Birardi

Per concludere il discorso sul rapporto tra suono e spazi architettonici, l’affollato concerto mattutino di Terry Riley col figlio Gyan alla chitarra non poteva trovare miglior cornice del Chiostro del Brunelleschi illuminato dalle prime luci dell’alba. Tale suggestione non è stata però accompagnata da altrettanta poesia nei contenuti musicali. L’inizio aveva lasciato ben sperare, con un lungo raga eseguito – su un bordone di tambura riprodotto dal laptop – nello stile vocale Kirana gayaki appreso da Pandit Prân Nath. Un flusso denso di spiritualità, accompagnato efficacemente dalle puntualizzazioni della chitarra e integrato da scale modali suonate alla melodica. Invece il concerto ha assunto un andamento ondivago, oscillando tra cellule minimaliste sviluppate da piano e chitarra, un collage elettronico e spunti melodici non distanti dall’estetica New Age. Solo il finale ne ha risollevato le sorti grazie a un estratto dal celebre A Rainbow In Curved Air, con la tastiera Roland a riprodurre i registri dell’organo. All’artista e all’uomo va il massimo rispetto per il ruolo decisivo svolto negli ultimi cinquant’anni e le influenze esercitate su tutta la musica moderna (si pensi anche ai Soft Machine e Pete Townshend dei Who). Tuttavia, la spinta innovativa si è ormai esaurita.

Enzo Boddi

Terry Riley, foto Eleonora Birardi