Chi lo conosce sa che non si può mai sapere cosa aspettarsi. E già questo basterebbe a mettere a fuoco la natura dell’evento, organizzato e fortemente voluto da Max Marchini per la rassegna che cura da oltre dieci anni nel capoluogo emiliano. L’autocompiacimento non ha mai fatto parte del vocabolario di Frith, e ogni tappa della sua carriera testimonia la volontà di chiudere capitoli (alcuni semplicemente magnifici) per aprirne di nuovi, ricominciando da zero in territori musicali inesplorati: l’indimenticabile sodalizio con gli Henry Cow, la collaborazione con Robert Wyatt, i primi “guitar solos”, l’utopia dell’Orckestra con Mike Westbrook e Frankie Armstrong, fino all’approdo nella Grande Mela, dove nuove frequentazioni e orizzonti sempre più radicali avrebbero ulteriormente ridefinito la sua musica.
Personalmente avevo assistito una sola volta a una sua esibizione in solo, al Torino Jazz Festival del 2019. Al netto delle aspettative, ne ero uscito piuttosto deluso: non ero riuscito a trovare un senso compiuto al concerto, nonostante frequentassi da tempo la scena della musica creativa. In seguito mi capitò tra le mani «Voices of America», con Bob Ostertag e Phil Minton, uscito nel 1982. L’impressione fu quella di trovarsi di fronte a un innovatore insaziabile, talmente ossessionato dall’idea di “nuovo” e di “avanguardia” da essere disposto a far deragliare la musica fuori da qualsiasi seminato pur di restare fedele al proprio credo.

Negli anni le collaborazioni sono state numerose e prestigiose, dai Material di Bill Laswell ai Naked City di John Zorn. Tra le produzioni più recenti, «Laying Demons To Rest» in duo con la trombettista Susana Santos Silva e «Then Again» degli Henry Now restano tappe fondamentali per avvicinarsi a una poetica in costante trasformazione, ancora oggi capace di rimettersi in discussione.
A Piacenza Frith si è presentato con la sua chitarra corredata di pedaliera, un pianoforte (utilizzato con il contagocce) e l’immancabile pletora di oggetti funzionali alle sue extended techniques. Come un pittore impressionista, prende posto al centro della scena e inizia a “pennellare”. L’esibizione si apre (e si chiude) con un filo di spago fatto passare fra le corde della chitarra, gesto rituale dagli infiniti possibili significati metaforici. Ci piace pensare che, al di là delle situazioni musicali (talvolta persino antitetiche) che fioriscono e svaniscono nel corso dei quaranta minuti di concerto, esista un fil rouge capace di unire i puntini dell’esibizione e, più in generale, dell’estetica di Frith.

Come di consueto, Frith dispone la chitarra parallelamente al suolo, a mo’ di padella sulla quale “cucinare” il proprio personalissimo impasto sonoro. Compaiono così bacchette, chicchi di riso e altre diavolerie, a moltiplicare timbri e sfumature. La lezione di Derek Bailey è presente, ma viene filtrata attraverso la vasta esperienza musicale di Frith, che assimila l’esempio del caposcuola per piegarlo alle proprie necessità espressive.
Nel corso del concerto si alternano rarefazioni mistiche ad esplosioni materiche, silenzi carichi di tensione ad accumuli sonori che sfiorano il rumore puro senza mai abbandonare un senso di controllo formale. È proprio in questa dialettica, tra costruzione e sabotaggio, che l’arte di Frith trova la sua coerenza più profonda. Se in passato poteva sembrare un esercizio di radicalità fine a sé stessa, qui l’urgenza sperimentale appare invece sostenuta da una maturità che trasforma ogni deviazione in narrazione.

Il pubblico piacentino, attento e partecipe, ha seguito il percorso con rispetto quasi liturgico, premiando l’artista con una calorosa ovazione finale che porterà a due bis (dove, inaspettatamente, viene proposta una versione di Amazing Grace). Più che un concerto, quello di Fred Frith è stato un laboratorio aperto, un atto di fiducia nella possibilità che la musica continui a reinventarsi davanti ai nostri occhi. E forse è proprio questo, oggi, il suo gesto più sovversivo: ricordarci che l’avanguardia non è una posa, ma un modo di stare nel suono e nel mondo.