Dave Douglas e Franco D’Andrea Special Quartet

D'Andrea e Douglas con Federica Michisanti e Dan Weiss alla Casa del Jazz di Roma, 18 luglio 2021.

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C’era molta curiosità per questo nuovo gruppo, che avrebbe dovuto iniziare la propria attività concertistica già durante la stagione estiva dello scorso anno, ma era stato bloccato dalle restrizioni di movimento determinate dalla pandemia. Un quartetto davvero speciale, invero, con due leader storici come Douglas e D’Andrea, peraltro legati da una profonda relazione di amicizia, e due compagni di viaggio più giovani, ma già fortemente strutturati entro percorsi artistici riconosciuti e apprezzati: Federica Michisanti, ricca degli allori guadagnati con il proprio Horn Trio, votato come migliore formazione italiana nel Top Jazz 2020 e Dan Weiss, batterista versatile e compositore molto apprezzato, titolare di progetti propri e sideman di gran lusso. La cornice entro la quale il gruppo si è costituito è rappresentata dalla «teoria intervallare», che da molti anni ormai costituisce il campo di azione privilegiato di D’Andrea. Il metodo è incentrato sull’utilizzo di uno o più intervalli tra due note, per dare luogo a diverse soluzioni espressive, scambi e improvvisazioni collettive ed è stato portato verso il suo più alto grado di sviluppo dall’ottetto che ha dato alle stampe i due volumi di «Intervals», pubblicati nel 2018 dalla Parco della Musica Records. Questo sistema è stato assorbito anche da Douglas, dopo i suoi incontri con il pianista, che risalgono ormai a oltre dieci anni fa e hanno poi visto nascere le collaborazioni con il quartetto dell’epoca di D’Andrea e il trio del tutto nuovo con Han Bennink (frutto della carte blanche che l’Auditorium di Roma offrì all’artista meranese nel 2014, in occasione dell’anniversario dei cinquanta anni di carriera). Le narrazioni del pianista circa l’utilizzo della tromba nei propri gruppi sono davvero illuminanti (e anche spassose), rivelando la preoccupazione di mantenere sempre un pieno assetto di bilanciamento nella formazione, pure in presenza di uno strumento (definito da D’Andrea «il Re della foresta») che tale equilibrio può sempre infrangere. Questo ragionamento è anche alla base della viva predilezione che il pianista nutre per il trombettista americano, grazie alla relazione di reciproca e profonda fiducia costituitasi nel tempo. Sulla base di queste premesse, può comprendersi l’attesa che circondava l’esibizione del quartetto, nel quale l’asse consolidato dei due leader si incrociava con quello, del tutto nuovo, Michisanti-Weiss.
L’esperimento, alla luce di quanto si è potuto ascoltare, deve considerarsi del tutto riuscito, poiché la contrabbassista romana e il batterista di Chicago mostrano un’affinità profonda, che si integra alla perfezione nella costruzione di una dorsale ritmica pulsante e molto solida, nella quale una certa tendenza a «spostarsi» del batterista (un vero motore inesauribile) è compensata con naturalezza dalla tendenza a verticalizzare della contrabbassista, sempre pronta ad offrire un robusto ancoraggio centrale. I due leader sembrano giovarsi non poco di questa solidità ritmica, pressoché autosufficiente e anzi propulsiva, guadagnando la possibilità di assumere scorci nuovi, visuali «di quinta», per così dire, o laterali, che aggiungono spunti inaspettati alla narrazione, squarciando lo spazio per aprirsi verso soluzioni inattese. Il concerto non si è basato su una vera e propria scaletta predefinita, che il gruppo non è abituato a stilare, ma su una sorta di ordine metodologico generale, stabilito in maniera niente affatto rigida e fondato su tre elementi: improvvisazioni basate sul metodo intervallare sopra descritto, «strutture» composte da Douglas (in tutto quattro canovacci, con delle cellule motiviche ricorrenti),  infine materiali monkiani o del duo Ellington-Strayhorn (durante la serata, in particolare The Star-Crossed Lovers, Oclupaca e Monk’s Mood). La successione viene decisa sul momento, in base a «segnali» offerti dai due leader e secondo gli sviluppi che ne possono conseguire, nel contesto di una libertà ben organizzata, che consente agli ascoltatori di godere di una costruzione continua di forme, via via delineate plasticamente nel loro farsi, nello sfoggio di un invidiabile interplay. Nel compiuto flusso narrativo che ne è conseguito, indubbiamente frutto di un eccellente lavoro collettivo, D’Andrea ha assunto prevalentemente il ruolo di creatore dell’inatteso, portatore di fasci di luce e di spigolosità spiazzanti, mentre Douglas si è riservato spazi declamatori talora gravidi di palpabile ironia, talaltra di un senso drammaturgico abilmente calcolato. Davvero un bel concerto, da un gruppo che tornerà in tour già a settembre (a Bergamo, al Teatro Donizetti, il 18 settembre) e che si spera possa presto essere ascoltato anche su disco.
Sandro Cerini