Intervista a Craig Hartley

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Craig Hartley, giovane pianista statunitense, ha recentemente concluso il suo tour italiano ed è in procinto di pubblicare un nuovo lavoro discografico. Ne parliamo con lui.

Il tuo album «Books On Tape Vol. I» risale al 2011. Che fine ha fatto il secondo volume?

Il secondo volume uscirà quest’anno e sono molto emozionato. Ho deciso di aspettare un po’ di tempo prima di registrare questo secondo disco per poter suonare di più con il trio e trovare il giusto legame  con gli altri musicisti. L’album vede Carlo De Rosa al contrabbasso, che ho incontrato alcuni anni fa: è un artista versatile, con un suono molto personale. Alla batteria c’è Jeremy «Bean» Clemons, che ho incontrato durante una jam session all’East Village di New York. Dopo Bean andò in tour con Roy Hargrove, quindi ho dovuto attendere prima che si potesse suonare insieme.

Ci spiegheresti il significato di questo titolo?

E’ il mio personale libro di musica: questa serie di registrazioni sono un’interpretazione delle mie esperienze di vita tradotte in musica.

Sembra che la tua dimensione musicale sia quella del piano trio.

Mi piace moltissimo suonare in trio. Comunque, devo dire che dipende sempre con chi suoni. Se hai un gruppo di musicisti con i quali ti trovi bene e puoi avere un dialogo proficuo può essere un’esperienza entusiasmante.

Questo inverno hai suonato in Italia. Come giudichi la scena jazzistica italiana?

Ho trovato la scena jazzistica italiana molto in forma! La gente vuole veramente conoscere la storia di questa musica e penso che questo sia molto importante. Il loro genuino amore per il  jazz era evidente. Inoltre, è sempre molto divertente e gratificante suonare con i miei cari amici: il batterista Elio Coppola e il contrabbassista Giuseppe Venezia, che sono dei musicisti eccellenti.

Comunque, nelle tue vene scorre anche sangue italiano. Questo aspetto influenza le tue composizioni?

La famiglia di mia nonna proviene da Napoli e sono certo che questo aspetto ha influenzato le mie composizioni. Questa è stata la sesta volta che ho suonato in Italia. Ho potuto constatare la rassomiglianza tra la famiglia di mia nonna che vive negli Stati Uniti e la gente italiana: ho potuto sentire il legame perfino nelle più piccole sfumature del comportamento umano; anche il modo con cui le persone guardano le altre e le emozioni che esprime il volto. Tutto questo si è definitivamente impresso nel mio subconscio in questi anni e si palesano nelle mie composizioni. Infatti, quando Elio Coppola e Giuseppe Venezia sono venuti negli Stati Uniti, hanno cenato a casa mia, con la mia famiglia, ed è stato incredibile vedere il legame istantaneo e naturale che si è creato tra loro e mia nonna.

Cosa c’è di nuovo nella scena jazzistica newyorkese?

Una delle cose che amo del jazz, è che può prendere da tutti gli stili e generi di musica. Un sacco di miei amici stanno combinando elementi di rock, hip hop, elettronica e folk music con il jazz così come con altri stili musicali. Ma sono sempre ben radicati e consapevoli della storia del jazz: non disconoscono ciò che c’era prima di loro.

Quando hai deciso di fare della musica la tua professione?

Non ha mai deciso realmente di diventare un musicista. Ho iniziato a suonare da giovanissimo e così ho continuato. Amo veramente la musica e tutti i suoi aspetti creativi. Mi sono sentito attratto dal jazz già da piccolo, per la sensazione di libertà che questa musica offre. Il jazz dà la possibilità di esprimersi liberamente senza confini o nozioni preconcette.

Chi è il tuo mentore?

Direi che Gary Dial è stato il mio principale mentore. E’ stato capace di mostrarmi una gran varietà di concetti che hanno formato la mia concezione della musica.

Cosa ne pensi delle teorie di Nicholas Payton sulla Black American Music?

Comprendere la storia e la cultura è importante. Ciò che ho capito in merito alle teorie di Payton è che lui ritiene che BAM è un titolo che caratterizza la comunità e i suoi aspetti originari della musica. Comunque, mi sembra di aver capito che per lui sia importante portare rispetto per la comunità afroamericana che ha creato quella musica.

Tra le tue collaborazioni, quali sono quelle che ti hanno maggiormente influenzato?

E’ difficile rispondere. Più recentemente, direi le mie collaborazioni con la compagnia trans-mediale Visionaire. Ho lavorato in una serie di video artistici con James Kaliardos, uno dei fondatori di Visionaire. Questi video incorporano movimento, moda, trucco, bellezza e molto altro. Mi sono occupato delle sonorizzazioni di questi video. E’ stata un’esperienza straordinaria collaborare con una compagnia capace di abbracciare questi profili artistici e ciò mi ha permesso di affrontare una vasta gamma di progetti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Continuare a comporre e suonare in pubblico e crescere come artista. Mi piace molto far parte di progetti di varia natura, genere e stile. Sto pianificando, come dicevo, l’uscita del mio nuovo album in trio, così come un bel po’ di altri progetti. Vorrei pubblicare anche un disco di elettronica. Inoltre, sto collaborando  con un sorprendente cantautore australiano e incideremo un album alla fine del 2016.

Alceste Ayroldi