«Blues & Bach»: Intervista a Enrico Pieranunzi e Michele Corcella

«Blues & Bach» nasce da un progetto del compositore e arrangiatore Michele Corcella, che mira a esaltare la ricchezza del rapporto tra jazz e musica classica europea coinvolgendo nell'operazione Enrico Pieranunzi, che non è solo uno dei più importanti pianisti in attività ma che, per storia e vocazione, è uno dei pochi in grado di rileggere in modo personale l'eredità di un genio come John Lewis.

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«Blues & Bach» nasce da un progetto del compositore e arrangiatore Michele Corcella, che mira a esaltare la ricchezza del rapporto tra jazz e musica classica europea coinvolgendo nell’operazione Enrico Pieranunzi, che non è solo uno dei più importanti pianisti in attività ma che, per storia e vocazione, è uno dei pochi in grado di rileggere in modo personale l’eredità di un genio come John Lewis.

Del progetto aveva diffusamente parlato con Pieranunzi e Corcella il nostro Nicola Gaeta sul numero di febbraio 2023 di Musica Jazz: una lunga intervista della quale riportiamo di seguito un ampio estratto.

Enrico Pieranunzi, Luca Bulgarelli, Mauro Beggio © Roberto Cifarelli

Parlatemi della genesi di questo lavoro, di come è avvenuto il vostro contatto e del perché avete deciso di cimentarvi in una rivisitazione della musica del Modern Jazz Quartet.

Michele Corcella: Ricordo che un po’ di anni fa il maestro Pieranunzi – Enrico, perché oggi siamo diventati amici – mi contattò telefonicamente. Aveva sentito parlare di me da Simona Severini. Fu una piacevole sorpresa, se non ricordo male era il 2013, e ovviamente sapevo tutto, o quasi, di lui. Fu il nostro primo approccio. In seguito ci siamo risentiti diverse volte, proponendoci vicendevolmente delle idee che puntualmente non realizzavamo fino a quando, su commissione del MetJazz di Prato, il cui direttore artistico è Stefano Zenni, a me venne l’idea di incidere un omaggio alla musica di John Lewis e del Modern Jazz Quartet, perché, conoscendo il curriculum di Enrico e la sua attitudine alle incursioni nella musica classica, mi era sembrato il più adatto a una collaborazione tra noi.

Io, per la verità, ho una storia un po’ diversa da quella di Enrico, da ragazzino ero un appassionato di rock, il jazz è venuto dopo, sono un chitarrista e lo strumento l’ho frequentato fino ad un certo punto passando poi alla composizione e all’arrangiamento. Ma il mio percorso parte in qualche modo a ritroso: alla musica classica ci sono arrivato dopo, direi in ritardo. Tutti i grandi compositori di jazz hanno sempre voluto cimentarsi con la musica classica, ed essendo io un compositore e un arrangiatore ho avuto lo stesso tipo di pulsione. Mi è sempre piaciuto Bach, che poi è quello che ha maggiormente influenzato John Lewis, ma anche Ravel, Debussy e tutta la musica del Novecento.

Enrico, come mai ti venne in testa di telefonare a Michele?

Enrico Pieranunzi: Per invidia. Io amerei arrangiare ma sono un arrangiatore molto lento, ho fatto qualche arrangiamento per orchestra ma sono più veloce a farlo per piccoli gruppi. Mi ha sempre affascinato la figura dell’arrangiatore, e siccome Simona mi aveva parlato molto bene di lui ho pensato di telefonargli. Tra l’altro un passaggio molto importante che tu, Michele, hai omesso di raccontare, è che a un certo punto mi hai mandato una partitura di un brano di Strayhorn, A Flower Is A Lovesome Thing, e lì ho iniziato a capire che eri bravo. Poi ascoltai il tuo lavoro con Glauco Venier che mi confermò questa mia impressione. In Italia non ci sono tantissimi arrangiatori, e quella di Michele si è rivelata una scelta molto opportuna.

Michele Corcella: Devo dire che mi sono impegnato parecchio, non solo nel proporre l’idea. Consideravo quella di lavorare con Pieranunzi una vera e propria occasione e non me la sono lasciata sfuggire. Mi sono messo a lavorare sodo.

Enrico Pieranunzi: Quella di John Lewis è stata un’ottima scelta. È vero, come ha detto Nicola, che è Third Stream Music, ma all’interno di quella corrente John Lewis fu una figura particolare perché quella musica spesso si avventurava su terreni abbastanza sperimentali. Penso a personaggi come Jimmy Giuffre, penso a «Focus» di Stan Getz e Eddie Sauter, a Gunther Schuller che incise «Abstractions» con tutti quelli dell’avanguardia di allora, Ornette, Dolphy, Scott LaFaro. Insomma, roba piuttosto avanzata per quei tempi. Considero invece John Lewis un musicista sui generis all’interno della Third Stream Music per la sua formazione specifica su Bach. Non spaziava in altri ambiti, per esempio Ravel o Debussy che erano musicisti classici considerati più vicini al jazz moderno. È stata sicuramente una scelta interessante, almeno per me.

Era una quindicina d’anni che cercavo di metter pace tra le mie due anime, quella classica e quella jazz, per molto tempo le ho tenute separate, la prima volta che sono riuscito a metterle insieme, anche in maniera abbastanza incruenta, è stata nel 2007 con il disco su Domenico Scarlatti, «Pieranunzi Plays Scarlatti». Ma ho sempre cercato di affrontare questa commistione, quella tra jazz e musica classica, con prudenza perché i Third Streamers – lo dico alla romana – hanno sempre preso schiaffi da destra e da sinistra, erano antipatici a quelli della musica classica che dicevano fosse una musica impura e a quelli del jazz che ne parlavano come di una musica in cui mancava l’improvvisazione.

Personalmente ho sempre cercato cautela nell’avvicinarmi a questo genere di musica per il timore di oltrepassare un limite in cui il tutto diventa kitsch, un rischio che è dietro l’angolo. Ci sono tanti esperimenti riusciti di Third Stream Music ma anche molti fallimenti clamorosi in cui il cattivo gusto e il manierismo regnano sovrani; e devo dire, anzi lo riaffermo, che Michele ha superato egregiamente questo rischio. Esperimento riuscito. Siamo contenti.

 

Anche se a me sembra di comprendere che in realtà il riferimento al Modern Jazz Quartet sia un pretesto per allargare il campo a un messaggio più personale. Per esempio non c’è il vibrafono, che era una delle peculiarità di quel gruppo…

Enrico Pieranunzi: Sì. Michele ha selezionato una serie di pezzi che già di per sé erano abbastanza crossover. Uso questo termine che a mio avviso funziona rispetto a tutta l’operazione. Non abbiamo allestito Bach in maniera jazzistica, abbiamo preso della musica ispirata in parte a Bach ma scritta da un super-musicista di jazz, e credo che siamo riusciti a conciliare la scrittura contrappuntistica, quindi gli echi bachiani, con il jazz nella sua accezione più classica.

In pratica abbiamo cercato di evitare il concetto della cover, e l’utilizzo del vibrafono avrebbe spinto una sorta di deriva in quel senso. Evitando il suo utilizzo abbiamo in effetti personalizzato, facendo venir fuori la figura di Lewis come compositore. È un’operazione particolare, molto influenzata dall’Europa, perché John Lewis era un nero americano che adorava Bach e di conseguenza era innamorato dell’Europa, il che per noi europei è un bel complimento. Di solito i jazzisti americani sono piuttosto severi col jazz europeo.

Enrico, quali sono le qualità che ti hanno colpito di Michele al punto da farti decidere di incidere un disco con lui?

Enrico Pieranunzi: La prima cosa che mi ha colpito e sorpreso positivamente è il suo amore per il mondo di Ellington. Lui ha 49 anni, ci dividono ventitre anni, e scoprire che gli piaceva Billy Strayhorn in particolare A Flower Is A Lovesome Thing, un pezzo che ho amato alla follia, mi ha fatto pensare che c’è ancora speranza in questo mondo. Michele è un super-ellingtoniano, forse il più preparato d’Europa o forse del mondo, non lo so: deve recarsi in America a fare delle conferenze per parlare di Ellington e vi garantisco che non è una cosa semplice. Vedere che un giovane di qualche generazione più di me abbia sviluppato questo amore così forte per la tradizione mi ha non solo colpito, mi ha rassicurato. A me piace anche sperimentare, però credo che la tradizione vada rispettata e anche conosciuta. Con umiltà.

Passariano di Codroipo – Villa Manin – 20/07/2017 – Musica in Villa 2017 – PIC Progetto Integrato Cultura – UNLIMITED – Enrico Pieranunzi, pianoforte – Foto Elia Falaschi/Phocus Agency © 2017

Michele, quali sono i tuoi riferimenti stilistici nell’ambito della direzione d’orchestra, dell’arrangiamento, della composizione?

Michele Corcella: Duke Ellington, innanzitutto. Lo diceva prima Enrico. Kenny Wheeler, col quale ho fatto dei concerti: su una matrice jazz ha creato un mondo sonoro e armonico interessante, a suo modo anche lui appartiene alla third stream music. Maria Schneider, un punto di riferimento per tutti quelli che oggi si cimentano con la composizione e l’arrangiamento nel jazz. Bob Brookmeyer che, in qualche modo, è stato il suo maestro. Gil Evans, al quale mi sento vicino per il fatto che ha molto rinnovato sé stesso e per il fatto che gli piaceva arrangiare per altri musicisti. È una cosa che piace molto anche a me, amo lavorare con i solisti e cerco di rendere la loro vita più semplice possibile immedesimandomi nel loro stile.

Un’ultima domanda per Michele. Lavorare con Enrico è uno dei punti fermi che hanno arricchito il tuo curriculum professionale. Cosa ti sta lasciando questa esperienza e quali sono i tuoi programmi futuri?

Michele Corcella: Questa esperienza mi ha arricchito sotto diversi aspetti. Innanzitutto è stata un insegnamento, un work in progress continuo, c’è una frase che Enrico ripeteva in continuazione e che non dimentico ed è quella per cui bisogna abituarsi a raccontare una storia, ci deve essere un percorso narrativo in quello che facciamo…

Enrico Pieranunzi: Sì, è una delle mie fissazioni, sia quando suono sia quando scrivo. Ed è uno degli stratagemmi che utilizzo per aggirare il problema del manierismo. Se c’è una storia, un racconto, il pubblico ti segue e si lascia coinvolgere in quello che fai. Scusa se prendo la parola, ma è solo che mi sento lusingato da quello che ha detto Michele e ricambio il complimento dicendo che amo molto chi ha il senso della forma.

Da questo punto di vista. Michele, questo progetto da te arrangiato mi ha molto soddisfatto. Intanto sei riuscito a valorizzare dei pezzi già evocativi di per sé, e poi la dialettica che si è venuta a creare tra il trio e l’orchestra è stata speciale. Infine hai una qualità che mi piace ed è la passione per quello che fai, si vede che per te l’orchestra è un essere vivente, un’entità da alimentare e far vivere. E questa è un bel elemento di affinità che ci accomuna.

Michele Corcella: Ribadisco il concetto dell’insegnamento. Ogni volta che Enrico suona, io imparo qualcosa e traggo vantaggio in termini di fantasia e di apertura di idee per quello che scriverò in futuro.