Bergamo Jazz 2021, prima parte

Ritorno alla vita per lo storico festival in vari spazi della città

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Maria Pia De Vito, direttrice artistica del festival - foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

16 settembre, Teatro Sociale: Giovanni Guidi e Luca Aquino; Marcin Wasilewski Trio

17 settembre, Auditorium della Libertà: Roberto Ottaviano Eternal Love

17 settembre, Teatro Donizetti: Lydian Sound Orchestra con David Murray e Hamid Drake

18 settembre, GAMeC: Paolo Angeli “22.22 Free Radiohead”

Bergamo Jazz ha ripreso il cammino. Dopo la cancellazione dell’anno scorso dovuta al tremendo impatto della pandemia sulla città e il territorio circostante, si era in un primo momento considerata la possibilità di far slittare il festival da marzo a giugno. Date le circostanze, si è finalmente approdati a una quarantaduesima edizione settembrina, la prima sotto la direzione artistica di Maria Pia De Vito. Il programma comprendeva in buona parte artisti già contattati per l’edizione annullata e numerosi eventi come al solito distribuiti in vari spazi della città, sia alta che bassa, allo scopo di documentare le multiformi tendenze del jazz contemporaneo. Anche in conseguenza dell’inevitabile sparuta presenza di musicisti americani, ampio spazio è stato giustamente concesso a progetti consolidati di artisti italiani ed europei, nonché – grazie alla rassegna Scintille di Jazz, come sempre curata da Tino Tracanna – a molti giovani emergenti.
La tradizione della canzone italiana, dalle origini ai giorni nostri, ha offerto molti (forse fin troppi) spunti di rielaborazione in chiave jazzistica. Se da un lato è più che legittimo riappropriarsi del patrimonio nostrano, analizzarlo in un’ottica inedita e ampliare così il repertorio degli standards, dall’altro si corre il rischio di compiere operazioni poi frettolosamente classificabili nella categoria «canzone italiana in jazz». Giovanni Guidi e Luca Aquino hanno deciso salomonicamente di esplorare la melodia della forma canzone nei suoi intimi risvolti, indipendentemente dal fatto che si tratti di prendere in esame Over the Rainbow o brani di Claudio Baglioni e Gianna Nannini. Accostamenti azzardati? Probabilmente. Tuttavia, Guidi si prodiga nell’indagine delle implicazioni armoniche e nell’individuazione di possibili sviluppi. Sia al flicorno che alla tromba Aquino esibisce un suono ricco di soffiato e un fraseggio privo di fronzoli. Ne risulta una proposta complessivamente gradevole che meriterebbe dei necessari approfondimenti.

Giovanni Guidi e Luca Aquino -foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Il consolidato trio del pianista Marcin Wasilewski – con i sodali Sławomir Kurkiewicz (contrabbasso) e Michał Miśkiewicz (batteria) – opera come un organismo unico grazie a una stupefacente simbiosi, il che gli ha permesso di raggiungere notevoli vertici espressivi con il recente «Arctic Riff» (inciso con Joe Lovano) e l’ultimo «En attendant». Le composizioni originali del pianista brillano per varietà di soluzioni e inventiva melodica. Un analogo approccio è applicato a materiali eterogenei. Vashkar di Carla Bley è sottoposta ad un’analisi approfondita. Riders on the Storm dei Doors viene radicalmente trasformata, al punto da lasciar trapelare solo nel finale il liquido arpeggio che apriva l’originale. Al Preludio in Do maggiore e alla Variazione Goldberg n. 25 di Bach viene riservato un trattamento rispettoso che però non preclude spazio a ingegnose intuizioni. Un criterio ben distante dalle pionieristiche operazioni di Jacques Loussier e una sorta di risposta europea alle innovazioni a suo tempo apportate da John Lewis con il Modern Jazz Quartet. Il trio esprime il meglio sia nel fine interplay contraddistinto da delicate sottigliezze timbriche e dinamiche, sia nelle vibranti progressioni sugli up tempo.  Wasilewski possiede un tocco cristallino ed un eloquio scorrevole che gli consentono di cesellare fraseggi, quasi fossero intarsi, con meticolosità certosina. Vero motore del trio, forte di un suono sontuoso e autore di linee ficcanti e incisive, Kurkiewicz intesse dialoghi serrati e riempie gli spazi con frasi preziose. Miśkiewicz risulta un complemento ideale in virtù del suo stile essenziale, preciso, sottile e mai sopra le righe.

Marcin Wasilewski Trio – foro di Luciano Rossetti/Phocus Agency

La riapertura al pubblico di Bergamo Jazz del Teatro Donizetti, sede storica del festival e oggetto di un lungo restauro, ha purtroppo coinciso con un evento non all’altezza delle aspettative. Protagonista suo malgrado la Lydian Sound Orchestra, con ospiti David Murray e Hamid Drake, invitati approfittando della loro presenza in Italia per la tournée del trio Brave New World. Convocata praticamente all’ultimo momento per la rinuncia tardiva (e – se è consentito esprimere un parere personale – scorretta, in quanto giunta solo tre giorni prima) del cantante Kurt Elling, la formazione diretta da Riccardo Brazzale si è presentata a Bergamo priva di alcuni membri storici come il pianista Paolo Birro e il trombonista Roberto Rossi (sostituiti rispettivamente da Matteo Alfonso e Federico Pierantoni) o elementi più recentemente integrati come il chitarrista Michele Calgaro e il tubista Glauco Benedetti, ai quali erano subentrati Marcello Abate e Gigi Grata. Purtuttavia, l’orchestra allineava membri stabili e musicisti di comprovata esperienza come Rossano Emili (sax baritono), Mauro Negri (clarinetto, sax alto), Robert Bonisolo (sax tenore), Gianluca Carollo (tromba) e Marc Abrams (contrabbasso). Per tutti coloro che, come chi scrive, conoscono il valore di questa longeva orchestra è stato sconcertante assistere ad attacchi incerti, insiemi approssimativi, sfasature nell’intonazione, cali di tensione. Il che induce il ragionevole sospetto che si siano verificati anche problemi di fonica. Ben poco hanno potuto gli ospiti. Murray ha condotto da par suo Chelsea Bridge di Strayhorn con un magistrale soffiato, eredità di Ben Webster. Drake è stato protagonista di un’introduzione sciamanica ad African Flower di Ellington. L’ingresso della pur brava cantante Vivian Grillo non ha portato cambiamenti significativi, come dimostrano le scolastiche versioni di Lady Sings the Blues di Herbie Nichols o Lonesome Lover e When Malindy Sings che Grillo, pur nel rispetto delle memorabili interpretazioni di Abbey Lincoln, aveva affrontato con ben altro piglio nel bellissimo «We Resist!». Ciò nonostante, l’esibizione della Lydian Sound Orchestra è stata salutata con calore dal pubblico. Segno che la sete di musica dal vivo aveva prevalso su tutto.

Lydian Sound Orchestra – foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Frutto di un progetto maturo e coeso, il gruppo Eternal Love poggia sulle solide fondamenta poste da Roberto Ottaviano: temi geometrici, angolosi e ben articolati che recano tracce di Ornette Coleman e Steve Lacy; palpitanti digressioni e motivi gioiosi che evocano il contributo indimenticabile fornito al jazz europeo dai musicisti sudafricani espatriati in Inghilterra; fitti contrappunti e densi impasti timbrici tra il sax soprano del leader e i clarinetti (basso e in Si bemolle) di Marco Colonna; collettivi equilibrati ed efficaci. Oltre all’indubbia statura di compositore, Ottaviano è un fuoriclasse del proprio strumento, nel quale ha saputo convogliare l’eredità di Lacy, le folgoranti intuizioni – ripulite da certe asperità – di Evan Parker, le esperienze maturate in campo europeo (memorabile il suo sodalizio con Keith Tippett) e un innato senso melodico connaturato alla nostra cultura. Altro solista di assoluto valore, Colonna funge da complemento e contraltare ideale per maturità di linguaggio, profondità e controllo del fraseggio, indagine sul suono. Al piano Giorgio Pacorig conduce un minuzioso lavoro di scavo negli impianti armonici, dando poi luogo a deviazioni imprevedibili e occasionali rotture degli schemi. Giovanni Maier, contrabbassista poderoso e implacabile, e Zeno De Rossi, batterista versatile e ricettivo, modellano da par loro il tessuto ritmico grazie a un’interazione simbiotica che favorisce scambi continui di spunti, stimoli e idee.

Ronerto Ottavano Eternal Love – foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Ingegnoso, originalissimo e fuori da ogni schema, con 22.22 Free Radiohead Paolo Angeli ha messo a punto un’intelligente operazione volta a liberare dalla gabbia della forma canzone parte del repertorio di un gruppo che negli ultimi cinque lustri ha saputo infondere nuova linfa al rock. La sua chitarra sarda preparata assume i connotati di una piccola orchestra: diciotto corde in tutto, delle quali otto disposte in orizzontale; quattro corde di violoncello in trasversale; corpo sostenuto da un puntale simile a quello di un contrabbasso. Lo strumento è collegato a due pedaliere: la prima permette di azionare dei martelletti che attivano i bassi, la seconda consente di eseguire la parte melodica sdoppiando il suono acustico e quello elettrificato. Niente di più adatto per esplorare la musica dei Radiohead e trasporne essenza e suggestioni nel proprio universo fatto di improvvisazione, influenze del retroterra tradizionale sardo, echi maghrebini. Il tutto come sempre veicolato da un’ampia gamma timbrica: sonorità affini a quelle di un oud o di un contrabbasso; scariche elettriche di pura adrenalina; l’arco che trasforma lo strumento in un violoncello. Da sottolineare che in apertura Angeli ha dedicato un Miserere, interpretato con la tecnica vocale del canto a chitarra gallurese e logudorese, a tutte le vittime del Covid. Un omaggio sentito e tanto più significativo per il pubblico della martoriata Bergamo.

Paolo Angeli – foto di Luciano Rossetti © Phocus Agency

Enzo Boddi