Ho iniziato ad amare Michel Portal prima ancora di ascoltare la sua musica. È un paradosso, certo, ma le cose stanno esattamente così. Ero ancora sui banchi del liceo e già mi affascinava questo musicista di cui leggevo su Musica Jazz (ricordo un reportage da Châteauvallon), descritto come uno che non aveva certo paura di rischiare, uno che stava dando all’estetica free un’impronta marcatamente europea, fatta di rimandi popolari come di estetica classica, da cui proveniva. E poi le foto, che ritraevano questo giovane uomo (in realtà viaggiava ormai verso i quaranta, ma si sa, Guccini ce lo insegna, «gli eroi son tutti giovani e belli»), con quella capigliatura vagamente da paggetto, mentre suonava un clarinetto spezzato in due, o privo del barilotto, o ancora con un bocchino da sassofono, o viceversa un sax col bocchino del clarinetto.
Per un ragazzo che stava a sua volta misurandosi da qualche tempo con le ance erano immagini forti, molto iconiche, di grande suggestione. Arrivare alla sua musica direttamente era però un po’ più arduo. Internet era di là da venire, ovviamente, per cui per ascoltarlo bisognava trovare i suoi dischi, che in realtà in Italia non arrivavano. Si doveva andare in Francia, come capitato appunto a me qualche anno più tardi, per mettere le mani su quello che rimane tuttora il capolavoro di Portal, o almeno l’album più emblematico della sua non sterminata discografia. Parliamo di «Dejarme Solo!», anno di grazia 1979, come da titolo in completa solitudine, mezzoretta di musica densa, con uso copioso, quasi bulimico, della sovraincisione (il Nostro vi transita su una decina abbondante di strumenti), a tracciare le coordinate di una creatività vorace, brada ma lucidissima, capace di andare dritta al segno, spesa tra sequenze caracollanti, un senso ritmico spiccato che però non dimentica mai la forza della melodia, il canto, pur spesso trasfigurato. Un disco-manifesto cui Portal consegnava una volta per tutte la totalità dei suoi aneliti e dei suoi appetiti, tutt’altro che modesti. La voracità creativa è sempre stata una delle componenti-cardine della poetica portaliana, come abbiamo già detto. Bisognava rimanere sulle sue tracce per capirne di più. E così nel mio secondo viaggio a Parigi, nel 1982, ho cercato di andarlo a trovare, incontrarlo, ma era agosto e se componevi il suo numero di telefono (reperito non so come) c’era la fatidica segreteria che ti diceva che l’uomo non era in casa, anzi era decisamente fuori sede. Riprovare a fine mese, quando però il sottoscritto era già rientrato in patria. La cosa migliore da fare era quindi procurarsi un altro paio di suoi album, nello specifico proprio quello live a Châteauvallon (1972, ma l’edizione del reportage di cui sopra doveva essere la successiva), «No, No but It May Be», targato Michel Portal Unit, con Bernard Vitet, Léon Francioli, Pierre Favre e Tamia alla voce, album di creatività (e genialità) febbrile, a tratti persino arruffata, affastellata, ma quanto mai viva, vitale, incontrovertibile, e poi un disco ancora precedente, «Alors!!!» (1970), firmato a più mani con John Surman (il gotha del multi-strumentismo europeo, quindi), Barre Phillips, Stu Martin (all’epoca entrambi con Surman in seno a The Trio) e Jean-Pierre Drouet. Un bel po’ di belle idee in divenire (condivise).

Mancava però la ciliegina sulla torta: il primo ascolto dal vivo, ciò che, con già un po’ di altri album in saccoccia («Turbulence», del 1986, altro magnifico autoritratto, stavolta però non solitario, sei brani con formazioni tutte squisitamente mirate meritoriamente ristampati nel 2015 da questa rivista, e due cd collettivi, «Men’s Land», album dell’anno seguente magari non del tutto a fuoco ma pur sempre con dentro parecchie buone idee, con Dave Liebman, Jack DeJohnette, JF e altri, e «9.11 pm Town Hall», dell’88, meglio agglomerato, ancora con JF, più Humair, Ducret, Solal e Joachim Kühn) sarebbe arrivato nel 1989 in quel di Reggio Emilia, ancora un gruppo «a capitale collettivo», con Charlie Haden, Egberto Gismonti (al piano) e Nené. L’occasione era ghiotta e non potevo farmela scappare, per cui sono sgattaiolato nei camerini a fine concerto per chiedere un’intervista a Monsieur Portal. Che me l’ha concessa senza problemi, proponendomi però di farla nella hall del suo hotel. «Ce sera plus agréable», mi disse. Solo che poi, camminando verso il suddetto hotel, si è messo a parlare fitto, concetti che non potevo lasciarmi sfuggire, per cui ho acceso decisamente il registratore, realizzando quella che credo rimanga l’unica walking interview che io abbia mai realizzato (a passo pure piuttosto spedito…). Arrivati in hotel, l’intervista era quasi fatta. Ancora un paio di domande e via, a ritroso verso il Teatro Cavallerizza (mi pare), dove si era fermato ad aspettarmi Gianni Coscia, con cui avevo condiviso la trasferta in terra emiliana (caso tutt’altro che infrequente, in quegli anni).
Due concetti ricordo che mi colpirono (nel senso che mi sorpresero, anche) di quella chiacchierata. In primo luogo l’amarezza, mista a disillusione, che traspariva dalla seguente frase (ho ripreso in meno per l’occasione la trascrizione originale): «Devo dire con una punta di rammarico che questa è la prima ampia tournée che compio nella mia pur lunga carriera (il Nostro, che io già consideravo da molti anni un gigante, viaggiava ormai verso i 54). E del resto se mi fossi proposto con un mio gruppo di musicisti francesi nessuno mi avrebbe dato troppa attenzione. Ma qui ci sono Charlie Haden ed Egberto Gismonti, per cui…». La seconda fu la risposta a una mia domanda circa coloro che in quella precisa fase storica mi sembravano i due musicisti trainanti (sia pure su piani ben diversi) del panorama jazzistico: Mlies Davis e Steve Lacy. Ricordo le sue parole, dolci verso il primo e invece piuttosto sferzanti verso il secondo, quando magari, dovendo scegliere, mi sarei aspettato il contrario. Ecco comunque la sua risposta: «E se le parlassi bene di uno e male dell’altro?» Veda lei, gli risposi (ci davamo ovviamente ancora del lei, anzi del vous). «Trovo molto interessante ciò che fa Miles Davis, la sua ricerca di una fusione di stili. Ha capito che i giovani amano il suono della chitarra e li ha voluti prendere per mano, cercando di capire, di penetrare, una musica storicamente non sua. Steve Lacy, invece, continua a vivisezionare all’infinito ciò che in lui è nato ai tempi del suo sodalizio con Monk: il silenzio, la ripetizione. Non mi pare che ci sia un’apertura verso ciò che verrà. Steve è un solitario, Miles no. Questa mi pare la principale differenza fra loro.»

Non ero troppo d’accordo, ma tant’è: non si mette in discussione un musicista solo perché esprime giudizi che non condividi. E così arriviamo alla seconda intervista: Clusone 1995. In mezzo altri dischi, soprattutto il recentissimo «Musiques de Cinémas», edito come un po’ tutti i Portal di quegli anni dalla benemerita Label Bleu, una delle etichette che più hanno fatto per il jazz francese ed europeo tout court. Il cd raccoglie un bel po’ di musiche da film del polistrumentista, che nella musica per il cinema (ma anche il teatro) ha speso non pochi dei suoi talenti, in compagnia di un piuttosto nutrito gruppo di amici, fra i quali anche il nostro Paolo Fresu. L’occasione però è un’altra: Monsieur Portal sta per compiere sessant’anni e con Musica Jazz ho concordato un bel pezzo su di lui, una sorta di misto dossier-intervista. Gli dico appunto qual è il motivo di questa nostra nuova chiacchierata e lui se ne esce con un divertito «C’est terrible!» (riferito agli imminenti sessanta, ovviamente), accompagnato da una di quelle sue tipiche, fragorose risate con dentro un ché di luciferino.
Ci mettiamo a parlare, e anche in questo caso mi piace estrapolare alcuni passaggi della nostra (stavolta ben più ampia) conversazione. «Per me la musica è sempre stata una fede, e insieme una scoperta continua, fin da ragazzo, con lo stesso atteggiamento che ha chi sta in un monastero verso la religione. Certo io non sono un prete, ma la musica mi è sempre arrivata attraverso questa fede. Suonare per me è sempre stato come recitare per gli attori della commedia dell’arte: la vita, una vocazione, però gioiosa, ludica, laddove attorno a me colgo invece noia, oppressione, affanno, preoccupazione. In questo senso la musica è un miracolo, un’astrazione, una fuga da ciò che nella vita ci opprime. Io la penso così, perché amo la vita. Forse dal di fuori non si coglie, perché magari sono un po’ introverso, ma in realtà sono sempre alla ricerca di stimoli anche in minuti particolari del quotidiano». E più avanti: «Il musicista è un po’ come l’equilibrista: perennemente in bilico, rischiando sempre di cadere. L’apprendimento, l’allenamento, non devono mai esaurirsi. E più si va avanti con gli anni, più si diventa acuti. La conoscenza e la sensibilità si affinano. Si è soliti ritenere che la creatività marci di pari passo con la vitalità, e che quindi esista uno spazio temporale ristretto oltre il quale si finisce per ripetersi. Personalmente mi sento un po’ come un vecchio matador, che forse andrà a farsi incornare, perché nel momento topico potrebbe non avere i riflessi che aveva a vent’anni, ma può anche riuscire a far passare ancora una volta il toro al di là del suo drappo rosso, e quindi ci riprova sempre. Questa è appunto la vocazione di cui parlavo». E sul rapporto col cinema: «È nato tardi, troppo tardi. All’inizio era come un gioco, perché non mi consideravo un compositore, nel senso della scrittura in senso stretto. Ma la cosa mi attraeva e mi divertiva, perché ho sempre avuto l’istinto di unire un suono, nella mia mente, a un’immagine. Anche qui si è trattato anzitutto di un fatto di curiosità, che in me è sempre stata persino eccessiva. Per esempio ho anche cercato di comporre canzoni, ma ho capito che non era la mia pelle. Ho scritto le musiche per un paio di brani di Claude Nougaro e Barbara, ma niente di sconvolgente, per cui ho lasciato perdere». E ancora: «C’è molto razzismo musicale, in giro, molto conformismo. Mi fa orrore pensare che ci sia un pubblico che si aspetta da chi suona qualcosa che è vecchio di decenni, per sentirsi rassicurato, perché ascolta musica unicamente per rilassarsi e non vuole esser seccato, non vuole che gli si pongano dei problemi. Tutto ciò che evidentemente io faccio sempre!»

Avevamo toccato anche il tasto delle sue scelte strumentali, per esempio perché il bandoneón e non la fisarmonica, che pure in Francia una tradizione così marcata. Ecco la risposta: «Bandoneón e sassofono sono arrivati praticamente assieme, verso i quindici anni (comunque dopo il clarinetto), per una mia personale curiosità di conoscere l’Argentina attraverso la musica. Amavo la musica sudamericana, il tango in particolare, forse per la mia origine in parte spagnola. Già a quattordici/quindici anni conoscevo grandi compositori di tango, come Discepolo, Troilo e altri. Trovo che nella mia musica ci sia questa forza, questo lato lirico, che può esprimersi anche in maniera violenta, ma rimane pur sempre tale. Ognuno dei temi che ho scritto potrebbe tradursi in tango. Sono certamente più latino, dentro, che anglosassone. Sono nato a Bayonne, fra Pirenei e Oceano Atlantico, per cui c’è in me questa mistura di elementi etnici, comunque con una forte componente spagnola, molto legata anche alla danza, lirico-fantastica, e selvaggia. Ma ci sono anche spunti di tutt’altro segno, molta musica classica (Mozart, Brahms…) e contemporanea, per esempio, che danno spessore e ricchezza all’insieme. Attualmente sto attraversando una fase che definirei di ricapitolazione. In futuro vedremo. E comunque suonare, sperimentare, è sempre un gran bel modo per esorcizzare la morte!»
La morte, per fortuna, è ancora lontana. La grande epifania, almeno come immagine pubblica, molto meno. Arriva con la nascita del duo con Richard Galliano, alchimia e complementarietà perfette: la logica virtuosistica di Galliano, la genialità impertinente di Portal. In mezzo una comune «latinità», che vuol dire tango ma non solo, e un grande amore per il canto, pur anche qui diverso: più opulento nel primo, più dolente nel secondo. I due incidono un primo album, live in studio, pieno, magnifico. S’intitola «Blow Up» come il film di Michelangelo Antonioni e sarà disco dell’anno al nostro Top Jazz del 1997. E intanto parte un tour generoso. Generoso, sì, come i tête-à-tête che ne costituiscono i mattoni, i grani, gli anelli. Passano anche da Bolzano per il Jazz Summer 1998, uno dei concerti più emozionanti che io ricordi. Uno di quei concerti che quando sei seduto al ristorante a bocce ferme e loro entrano, scatta istintivamente l’applauso. Un’alchimia perfetta, già. Il loro Libertango, prima che diventasse merce persino inflazionata fra spot e jingle vari, è da pelle d’oca, l’incrociarsi dei due mantici un prodigio agognato quanto, poi, felicemente realizzato, concreto.

Il duo prosegue per diversi anni, sforna un altro paio di album, live (ultime date all’Arcimboldi di Milano nel maggio 2003) ma nel frattempo ognuno prosegue per la sua strada in proprio. Portal, dalla metà degli anni Novanta ai primi Duemila lo ascoltiamo diverse altre volte dal vivo in compagnie variegate: un paio di quartetti, l’uno con Django Bates, JF e Daniel Humair, l’altro con accanto Louis Sclavis, suo erede naturale (in realtà Yves Robert, sodale di entrambi, ce li ha descritti come pressoché antitetici, almeno caratterialmente: «Louis ama lavorare con gli stessi musicisti, in amicizia, in una direzione comune e condivisa, mentre Michel sembra avere bisogno di una perenne lotta fra i musicisti dei suoi gruppi, perché quella lotta è dentro di lui»), un paio di duetti pianistici (con Bojan Z e Joachim Kühn, al cui fianco il Nostro rispolvera il sax alto), un paio di trii. Poi tutto rimane circoscritto ai dischi: rari e forse anche per questo sempre piuttosto mirati, non banali. Ce ne rimangono impressi un manciata: «Minneapolis» (2000), spiazzante quanto coraggioso, con la ritmica di Prince (pure con un bis due anni dopo), «Bailador» (2010), di fare più schiettamente jazzistico ma non senza venature funky, con Bojan Z, Scott Colley, DeJohnette, e poi Lionel Loueke e l’emergente Ambrose Akinmusire, «Eternal Stories» (2017), nuova prova del nove col quartetto d’archi Ebène, fra tango, camerismo e altro, e «MP85» (2020), con Bruno Chevillon, sodale di mille battaglie della maturità, ancora Bojan Z, Nils Wogram al trombone e Lander Gyselinck alla batteria, e il leader per lo più al clarinetto basso, lo strumento che forse meglio ne traduce (e insieme ne orienta) i dissidi interiori di cui parlava Yves Robert.
Sì, perché Michel Portal non ci è mai apparso uomo e artista soddisfatto di se stesso. Se lo andavi a trovare dopo un concerto, la prima cosa che ti chiedeva era immancabilmente se ti era piaciuto. Necessitava di continue rassicurazioni. E complicità, in fondo, anche se sapeva certo cogliere, riconoscere, la propria grandezza, il peso specifico del suo talento. Polillo (che lo stimava non poco) lo definì una volta «mercuriale». Qualcuno ci è andato giù decisamente più pesante. Sull’uomo, non sul musicista. Avendolo conosciuto abbastanza bene, e pur non dubitando della fondatezza di una certa fama di uomo per così dire esistenzialmente ipocondriaco, magari bizzoso, capriccioso, non posso dire di esser mai stato testimone di episodi (o anche semplici atteggiamenti) che confermino tale immagine. Magari sarà anche qui una questione di alchimia, fatto sta che a Michel Portal, che ci ha lasciati lo scorso 12 febbraio pochi mesi dopo aver tagliato il traguardo dei novanta (27 novembre 2025) e ormai da un po’ di tempo inattivo, ho voluto bene da subito. Come musicista, indiscutibilmente fra i massimi del jazz europeo (pur nel suo caso sui generis, il che è solo una medaglia) ma anche come persona, come individuo, schietto, con pochi peli sulla lingua. Mai banale. Proprio come la sua musica, già.

