Ada Montellanico: il mio omaggio a Abbey Lincoln

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Ada Montellanico - foto Elena Somarè

«Abbey’s Road» è il nuovo disco di Ada Montellanico pubblicato dalla Incipit Records.       Un omaggio a Abbey Lincoln che vede impegnati, oltre alla cantante romana, Giovanni Falzone, Filippo Vignato, Matteo Bortone ed Ermanno Baron. Ne parliamo con lei.

Ada, dopo Billie Holiday hai voluto tributare Abbey Lincoln. Perché questa scelta?E’ stata una scelta naturale, non pensata e se vuoi conseguente ai miei precedenti lavori. Abbey aveva come faro Billie Holiday in quanto grande interprete e grande narratrice di storie. Ed è proprio su questo filone che si è sviluppata la mia ricerca artistica seguendo coerentemente un mio percorso, dettato da scelte assolutamente non cosciente: ripensandoci è come se fosse tutto legato da un filo rosso sottostante. Il mio progetto su Billie Holiday è iniziato nel 2007, continua ad avere il suo successo e nel tempo il brano Strange Fruit nei live ha acquisito sempre più importanza, forse è proprio quel brano e la mia predilezione per l’interpretazione che mi hanno portato spontaneamente a Abbey Lincoln.

Abbey Lincoln, a un certo punto della sua vita artistica ha voluto esplorare altre vie. Senti anche tu questa esigenza?
Se ti riferisci al suo rapporto con Max Roach e alla svolta politica, si. Sicuramente il mio ruolo di presidente dell’associazione Midj ha acuito ancora di più la mia esigenza di contribuire in varie forme ad un processo di cambiamento necessario oggi più che mai. Viviamo in un periodo storico buio, nel quale i valori sono completamente saltati, si vive e si combatte sempre meno per degli ideali. C’è un senso di deresponsabilizzazione inquietante e si è perso il valore del rapporto interumano che invece è fondamentale per qualsiasi crescita sociale e individuale. Penso che anche noi musicisti possiamo e dobbiamo sentirci investiti di questo compito.

Ada Montellanico - foto Elena Somarè
Ada Montellanico – foto Elena Somarè

Sicuramente, nel tuo lavoro non vi è nulla di scontato, anche i brani più classici sono rielaborati secondo una via di ricerca musicale non scontata. Quali sono stati gli obiettivi che ti sei data?
L’obiettivo è stato quello di dare risalto ai testi così pregni di contenuto e di poesia, e di evidenziare le varie sfaccettature della sua espressione artistica. Come ho scritto nelle note di copertina, amo il suo essere trasgressivo nella tradizione. Il suo canto è scarno, aspro ma sensuale e se vuoi canonico, ma estremamente moderno e innovativo proprio perché sa fondersi a un tessuto armonico e sonoro così contemporaneo creato dai grandi musicisti con cui ha sempre amato collaborare. Restituire il suo mondo e rileggerlo attraverso la mia sensibilità e la mia visione musicale è stato il mio unico obiettivo. La decisione di inserire brani come Driva Man e Freedom day che appartengono allo storico «We Insist! Freedom Now Suite» ha l’intento anche di riproporre temi così scottanti e purtroppo ancora attuali come la disuguaglianza e la discriminazione razziale.

Parliamo dei brani originali presenti nel tuo disco e, in particolare, di Just Do It a tua firma. E’ una composizione voluta per questo lavoro?
Si, è nata in maniera semplice come è semplice il brano. E’ una esortazione a sentire in maniera più profonda le cose che si fanno, a lasciarsi andare senza pensare troppo, abbandonando la razionalità per vivere le esperienze, la musica più con la pelle che con la testa, fidandosi di una naturale e originaria sanità umana.

Dal punto di vista compositivo e della rielaborazione, la presenza di Giovanni Falzone si fa sentire. Come è nata la vostra collaborazione?
Con Giovanni è stato amore artistico al primo incontro, avvenuto nel 2009 in un suo concerto con un gruppo che adoro, Tinissima. E’ nata una profonda amicizia e ci siamo scambiati dischi, pensieri e abbiamo sentito entrambi una grande affinità sul lirismo. Mi piace il suo essere trasgressivo ma nel rapporto sempre stretto con la melodia e lui ama il mio modo di cantare e la mia visione musicale. Ho chiesto la sua collaborazione nel mio album precedente «Suono di donna» e poi ho voluto che fosse di nuovo accanto a me in questo progetto sempre nel duplice ruolo di arrangiatore e splendido trombettista quale è. Dopo aver scelto l’organico, ho pensato che solo lui avrebbe potuto scrivere in maniera egregia degli arrangiamenti che avessero quella contemporaneità che cercavo, pur mantenendo una relazione molto forte con il canto e la narrazione

Sarà stato difficile effettuare delle scelte all’interno del repertorio di Abbey Lincoln. Quale criterio hai utilizzato?
Innanzitutto ho fatto una scelta della Lincoln autrice, di testi e/o di musica. Non avevo intenzione di pescare nel suo pur grande repertorio di standards. Sono tutti brani che sento fortemente. Lei è stata l’unica ad aver dato un grande valore ai testi, in ognuno c’è un messaggio forte, si parla di libertà, di identità, di credere nei propri ideali, di vivere la vita fino in fondo, cosa che lei ha fatto fino alla fine. Altro elemento che mi ha affascinato, oltre al suo coraggio e al suo carisma, è l’enorme vitalità e positività, non aveva quella carica autodistruttiva come Nina Simone o Billie Holiday e poi c’è l’Africa. Talking To The Sun e Wholey Earth sono stati scelti proprio per evidenziare questa suo amore per l’Africa e la musica poliritmica. E poi c’è il cameo su We Insist! di cui parlavo prima.

Parliamo anche degli altri tuoi sodali? Come è nato questo gruppo?
Ho avuto chiaro subito l’organico e che non volevo avvalermi di uno strumento armonico, per rendere tutto più agile e più essenziale, confidando nella maestria di Giovanni e nella mia attitudine al rischio. Pensando a una forte ossatura ritmica su cui far ruotare le voci non ho avuto dubbi nel chiamare due splendidi musicisti come Matteo Bortone e Ermanno Baron, entrambi con un suono avvolgente e molto originale. Avevo sentito due anni fa Filippo Vignato per un nostro progetto Midj e sono rimasta molto colpita dal suo suono, dalla maturità e dall’ approccio musicale così aperto e allo stesso tempo legato alla tradizione. Tra l’altro adoro gli ottoni e in particolare il trombone. La prima prova è stata bellissima, nessuno aveva mai suonato insieme ma il gruppo funzionava alla grande e aveva un suono molto originale grazie anche agli splendidi arrangiamenti di Giovanni.

Il titolo è un chiaro riferimento all’album dei Beatles. Si tratta solo di un gioco di parole, oppure vi è un riferimento con la rivoluzione beatlesiana?
No, è solo un gioco di parole che mi ha molto divertito. In realtà significa La strada di Abbey, quella che virtualmente sto percorrendo. I miei amici americani mi hanno confortato sul fatto che potevo omettere l’articolo «The» come licenza poetica.

A tuo avviso, oggi c’è bisogno di dare una sferzata al jazz, con nuove sonorità e un nuovo signifying?
Mi sembra che oggi ci siano varie visioni e che il jazz stia vivendo più che mai la sua essenza: l’incontro tra culture e linguaggi musicali diversi. Il jazz si sta muovendo in molte direzioni e sento una grande spinta verso la ricerca e la sperimentazione da parte dei giovani nella scrittura. Credo che questa sia la forza nuova, l’elaborazione di nuovi materiali attraverso composizioni originali. Il motore deve essere sempre la sincerità e la coerenza espressiva, perché e solo quella che arriva al pubblico aldilà di inseguire meri progetti commerciali, che inquinano la purezza dell’arte.

Il tuo ruolo di presidente del Midj, con tutti i conseguenti impegni, incide sulla tua carriera artistica?
Si, incide parecchio. Sto vivendo questo ruolo con grande responsabilità, ci credo molto ed è una esperienza che mi ha fatto crescere sotto tanti punti di vista. Passo dalle due alle tre ore al giorno per Midj, tra mail, telefonate, attività varie, progetti, incontri più o meno istituzionali. «Abbey’s Road» doveva uscire un anno prima, ma la mia testa era troppo ingombra di altro e il tempo di studiare era sempre meno. Non ho avuto alcun dubbio a rifiutare un cd per L’Espresso, nella nuova serie del Jazz Italiano alla Casa del jazz anche se la cosa mi avrebbe fatto un enorme piacere insieme alla visibilità conseguente, ma essendo dentro il comitato artistico della Cdj non potevo accettare. Non voglio mai mischiare le mie due identità, l’etica, l’onestà e la pulizia sono valori fondamentali della mia vita. Ma a marzo dopo due mandati lascerò la presidenza e riprenderò la mia vita anche se Midj sarà sempre in circolo nel mio sangue. E’ una partita troppo importante.

Ada, quali sono gli altri progetti ai quali stai lavorando e quali i tuoi prossimi impegni?
Oltre a «Abbey’s Road», ho ripreso il mio progetto sulla canzone italiana che si chiama Tencology con nuovi arrangiamenti elaborati da Enrico Zanisi e Jacopo Ferrazza che sono nel gruppo insieme ad Alessandro Paternesi. Ma sto pensando anche a un nuovo progetto per voce, percussioni e brass band, dando seguito al mio amore per gli ottoni.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Mi sembra che pian piano i miei sogni li stia realizzando e più che un sogno sotto il profilo artistico, vorrei che finalmente in Italia la cultura e l’arte diventassero una priorità per le nostre istituzioni e che per noi artisti ci fosse la possibilità di vivere veramente e felicemente della nostra musica e che ci fosse tra noi la spinta e la determinazione ad unirci per formare un grande collettivo variegato ma fortemente compatto. Ce la faremo?

Alceste Ayroldi

Ada Montellanico - foto Elena Somarè
Ada Montellanico – foto Elena Somarè