ART TATUM «Jewels in the Treasure Box: The 1953 Chicago Blue Note Jazz Club Recordings»

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AUTORE Art Tatum

TITOLO DEL DISCO

«Jewels in the Treasure Box: The 1953 Chicago Blue Note Jazz Club Recordings» ETICHETTA Resonance
Per molti anni il secondo trio di Tatum, nato nel 1949 sulle ceneri del precedente, che agì tra il 1943 e il 1944 (sempre con Stewart al contrabbasso ma con Tiny Grimes e la sua stramba chitarra a quattro corde), è sempre stato considerato un momento minore nella frenetica attività del pianista; non ultimo perché il suo lascito discografico ufficiale ammontava a soli otto brani, incisi in studio per la Capitol a fine 1952. Ma anche perché la vulgata critica allora in auge riteneva che Tatum desse il suo meglio soltanto quando non era «limitato» dalla presenza di altri musicisti, a parte l’innegabile efficacia del disco in quartetto con Ben Webster per Norman Granz, tra gli ultimi atti di un Tatum già minato da una vita di sconsiderate libagioni. Fatto sta che negli anni Settanta iniziarono ad apparire le prime testimonianze dal vivo del trio con Barksdale, per lo più provenienti dagli archivi del solito Boris Rose, arricchite poi in epoca successiva da un capillare lavoro di recupero e riscoperta dovuto alla meritoria Storyville, sul cui box di dieci cd «Tatum Art» figuravano almeno una quarantina di esecuzioni del gruppo, tra serate in club e trasmissioni radio. Ma adesso spuntano altre tre ore inedite di musica, 38 brani registrati al Blue Note di Chicago 71 anni fa e rimasti fino a oggi nella disponibilità degli eredi di Frank Holzfeind, fondatore dello storico locale attivo dal 1947 al 1960. Il che consente – grazie anche all’ottima qualità sonora di queste registrazioni – una tardiva ma doverosa rivalutazione del trio, che non è stato una trascurabile parentesi nella carriera di Tatum bensì il suo unico gruppo stabile, col quale si esibì fino a pochi giorni dalla scomparsa, e al netto degli «incontri al vertice» cui Granz continuava a sottoporre il pianista, questi sì non sempre riusciti, come si era lasciato candidamente scappare Buddy DeFranco («Cercare di stargli dietro era come rincorrere un treno»). Certo, suonare assieme a un chitarrista costringe giocoforza Tatum ad alleggerire un po’ l’impatto armonico della mano sinistra, ma tutto sommato neanche più di tanto; Barksdale si rivela anche solista di un certo livello e, dopo quattro anni passati a lavorare con Tatum, sa ormai evitare con abilità le molte trappole che il pianista semina lungo il percorso. La cosa curiosa è che (come per esempio nella Night and Day iniziale) tutto questo fa capire benissimo l’enorme influenza tatumiana sul Lennie Tristano degli esordi, checché ne dicesse poi il fegatoso pianista di Chicago. Resta il fatto che, per quanto sulla carta il trio dovesse rappresentare una sorta di «apertura» della musica di Tatum a un pubblico più generalista, il Nostro – per usare uno sgangherato luogo comune – affronta ogni brano come se non ci fosse un domani, raggiungendo spesso surreali situazioni alla Charles Ives, con differenti piani sonori che procedono simultaneamente come se nulla fosse. Perfidamente, a una clientela venuta a passare una serata di relax Tatum rifilava invece complicatissime riletture di standard eseguite con straordinaria nonchalance. Sotto il manto di un’apparente gradevolezza si nasconde una musica che richiede un assoluto impegno d’ascolto: il trionfo del double talk. Conti

DISTRIBUTORE

IRD FORMAZIONE
Art Tatum (p.), Everett Barksdale (chit.), Slam Stewart (cb). DATA REGISTRAZIONE Chicago, 16, 21 e 28-8-53.
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