ALISTER SPENCE / TONY BUCK «Mytographer»

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AUTORE Alister Spence/Tony Buck

TITOLO DEL DISCO

«Mytographer» ETICHETTA Alister Spence Music
Da oltre un ventennio, l’australiano Spence capeggia un bel trio d’assetto classico composto da Lloyd Swanton al contrabbasso e Toby Hall alla batteria, quest’ultimo formatosi con quel pianista squisito che risponde al nome di Mike Nock. Lloyd Swanton, invece, è uno dei tre membri dei Necks, la congrega di illuminati del Continente Nuovissimo cui appartiene anche Buck. Evidenti affinità elettive legano Spence ai due, ma sia i dischi realizzati dal suo trio sia questa nuova uscita non vanno considerate emulazioni o peggio ancora delle copie dei più celebrati connazionali: da un lato per merito proprio dei membri dei Necks, che da sempre, incluso Chris Abrahams, coltivano percorsi individuali in parallelo all’attività del trio, dall’al[1]tro grazie alla forte personalità e all’estro di Spence, pianista assai versatile e avvincente, compositore inventivo e improvvisatore dalla mano sicura. «Mytographer» conferma tutto ciò e regala quasi settanta minuti di musica di inaspettata bellezza su cui il duo pare addirittura interrogarsi esplicitamente nel brano The Extent To Which We Still Need Beauty, una ballata austera, soffice e marziale nel procedere all’ombra dei suoi interrogativi. Rimanendo ai concetti espressi nell’album, non è chiaro a quale mitografo si faccia riferimento nel titolo. Magari si tratta di un omaggio indiretto a colui che stato di sicuro il maggior compilatore di miti dell’era moderna, ovvero Claude Lévi-Strauss, chissà. Ignote sono anche le terre in cui il misterioso mitografo si sia recato per scovare storie di dei ed eroi, ma di sicuro vi si è inoltrato in ore notturne percorrendo cammini impervi, imbattendosi in forti acquazzoni e facendosi largo tra una vegetazione rigogliosa. Terre ignote in cui ci si avventura dapprima con fare circospetto, quello che si tratteggia nell’inaugurale Dry Wood Talking, costellato di piccoli suoni e trame incomplete, prima di inoltrarsi a passo spedito nei territori accidentati e floridi disegnati sulla tastiera da Spence, sostenuta dal tamburo sciamanico di Bucks, nella lunga And Yet She Turns, eco di chissà quale comunità indigena sconosciuta. A tratti ipnotico, sempre coinvolgente e affascinante nella sua progressione che sfocia sorprendentemente in un minimalismo dai toni ancestrali. Ancor più ipnotico è il brano eponimo, segnato da un andamento picchiettante come una pioggia insistita di suoni tintinnanti, reiterati, qua[1]si ossessivi. Una prova anche di virtuosismo, invenzione ritmica e affiatamento mozzafiato. Informale e astratto procede Curious Terrain, caratterizzato oltre che dal protagonismo della grancassa anche dal ricorso al piano preparato, mostrando una via accidentata e ricca di sorprese, tra sbalzi e viste a precipizio. Strange Luminant è a sua volta un mirabile esercizio di reiterazione che frutta un crescendo avvolgente. Scarne e profonde, le note che aprono Put to Sea disegnano un’atmosfera notturna e impressionistica. Al termine si comprende dove il duo si sia recato, su quella via dei canti, dove leggendarie figure totemiche, come racconta Bruce Chatwin, avevano cantato «il nome di ogni cosa in cui si imbattevano – uccelli, animali, piante, rocce, pozzi -– e col loro canto avevano fatto esistere il mondo». Fucile pubblicata sul numero di maggio 2023 di Musica Jazz

DISTRIBUTORE

alisterspence.bandcamp.com FORMAZIONE
Alister Spence (p., perc.), Tony Buck (batt., perc.). DATA REGISTRAZIONE
Sydney, 14 gennaio 2022.
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