Giampiero Spina: alla ricerca di Wes Montgomery

Quattro chitarre e nove diversi chitarristi per un riuscito omaggio alla musica del genio di Indianapolis. Ne parliamo con Giampiero Spina, che di questo viaggio è il responsabile

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S’intitola «Six for Wes» l’ultimo progetto musicale del chitarrista Giampiero Spina. È un viaggio nella musica di Wes Montgomery arrangiato e suonato da quattro chitarre. Gli abbiamo chiesto di raccontarci questa sua versione corale delle composizioni del grande chitarrista americano. 

Giampiero, tu sei un chitarrista creativo, nel senso che ti piace sviluppare progetti sia personali che di altri autori ripensati in maniera originale: penso a «Cinema Paradiso» o al beatlesiano «Nothing Is Real», oppure al tuo penultimo e personalissimo disco intitolato «Alien Flowers». Parlaci di questa tua sfaccettata personalità.
La personalità di un musicista si forma attraverso l’imprinting musicale che si radica nel suo passato: è un bagaglio emozionale che ci accompagna per tutta la vita. Le mie influenze, molto eterogenee, derivano in origine dal fatto di essere cresciuto in una famiglia in cui si ascoltava e praticava musica di ogni genere, dal rock alla musica classica. Più avanti, è arrivato anche l’incontro – quasi casuale – con il jazz, che per me è stata una folgorazione. All’inizio del mio percorso di studi musicali, a causa dei pochi mezzi didattici disponibili ma possedendo una grande voglia di imparare, ho dovuto sviluppare un metodo di apprendimento intuitivo. Questo approccio ritengo abbia influenzato profondamente il mio modo di sentire e concepire la musica. Per questo motivo, sia nella scrittura dei miei brani, sia nelle riletture di composizioni altrui, così come nell’improvvisazione, mi è venuto abbastanza naturale ricorrere a uno stile personale, evitando per quanto possibile cliché e formule già codificate. Non amo le etichette né le mode del momento: sono aspetti che non mi appartengono. Cerco piuttosto di seguire un’espressione personale, coerente con ciò che sento. Fin dall’adolescenza – ai tempi delle garage bands – ho avvertito l’esigenza di esprimere le mie idee, seguendo un impulso interiore. La composizione e la condivisione con altri musicisti sono sempre state una necessità naturale: una pratica che mi accompagna da sempre nella musica.

Ascoltandoti nei tuoi diversi lavori musicali ci si rende conto che esistono due Spina: quello che suona in progetti altrui, anche orchestrali, è completamente diverso da quello che suona nei suoi lavori. Come fai a sdoppiarti mantenendo intatte le tue caratteristiche di virtuoso trasversale?
È innanzitutto una qualità che si acquisisce con l’esperienza. Come sideman ho avuto il grande onore di condividere esperienze musicali in contesti davvero stimolanti, prendendo parte a formazioni d’eccellenza, sia in piccoli gruppi sia in grandi organici, in numerosi progetti discografici e live. La mia gratitudine va a tutti coloro che hanno avuto la sensibilità di coinvolgermi e di scegliermi fra tanti. Grazie a queste esperienze, in particolare nei grandi ensemble, ho avuto l’opportunità di affiancare alcuni tra i migliori jazzisti al mondo, musicisti che ascoltavo già da ragazzo e che continuo ad ascoltare ancora oggi, come Bob Mintzer, Randy Brecker, Keith Tippett, Karl Berger, Mike Mainieri e Dick Oatts. Ho cercato di imparare il più possibile da questi incontri: ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la loro totale dedizione alla musica, unita a una grande umiltà. Nell’approccio ai miei progetti, così come a quelli degli altri, cerco sempre di mantenere un’omogeneità di stile, adattandomi alle diverse esigenze musicali. Nelle piccole formazioni, in fondo, vieni scelto proprio per le tue peculiarità, e questo è molto gratificante dal punto di vista artistico. Al contrario, nei grandi organici è fondamentale saper rispondere alle richieste del contesto: avere una buona lettura, conoscere diversi linguaggi e stili. 

Il jazz è la musica cui ti dedichi a pieno titolo da quando eri giovanissimo ma c’è anche un altro genere, il rock, che rientra nella tua cultura musicale. In quest’ultimo campo hai una predilezione particolare per i Beatles a cui hai dedicato negli anni molta attenzione.
Come molti chitarristi della mia generazione, ho iniziato suonando in gruppi rock. Essendo autodidatta, mi esprimevo in modo istintivo e naturale, ma sentivo il bisogno di acquisire una preparazione musicale più solida. Così mi iscrissi a un corso di chitarra classica e, successivamente, passai a una scuola di chitarra moderna per approfondire l’aspetto più «elettrico» dello strumento. Alla prima lezione, l’insegnante mi chiese se fossi interessato al jazz. Risposi istintivamente di sì, pur non sapendo assolutamente nulla di quel genere musicale. Dopo qualche lezione, mi regalò un’audiocassetta con una compilation di brani selezionati appositamente per farmi avvicinare a questa nuova musica: fu una vera e propria folgorazione. Da quel momento decisi che mi sarei dedicato completamente al jazz. L’audiocassetta purtroppo è andata perduta, ma ricordo ancora perfettamente i brani che conteneva. Tra quelli che mi colpirono c’era una versione mozzafiato di Night and Day suonata da Joe Pass, una straordinaria All the Things You Are eseguita dallo Standards Trio di Keith Jarrett, oltre a interpretazioni di grandi maestri come Wes Montgomery, Pat Metheny e Charlie Parker. Per questo motivo, ogni volta che rileggo un brano che non appartiene al repertorio tradizionale jazzistico, tendo a farlo con un approccio jazzistico. Nel tempo ho scoperto che molti musicisti della mia generazione, con cui collaboro regolarmente, condividono anche la mia passione per i Beatles: questo ha reso naturale includere la loro musica nei miei progetti. Le composizioni dei Beatles, infatti, possiedono una qualità melodica e strutturale che, per certi versi, le avvicina agli standard jazz: melodie forti, riconoscibili, capaci di sostenere riletture e arrangiamenti anche molto diversi tra loro. In questo tipo di approccio, l’aderenza alla melodia resta fondamentale. Infine, non nascondo che rendere omaggio alle loro composizioni rappresenta per me un vero atto d’amore e di riconoscenza in fondo, se oggi sono un musicista, lo devo anche ai Fab Four.

La musica che componi e suoni rispecchia fortemente la tua personalità: discreta, mai sopra le righe, riflessiva, sentimentale, ironica, nostalgica e melodiosa.
Per quanto io possa sembrare una persona pacata, in realtà vivo una sorta di eccitazione costante nei confronti della musica. Ho sempre avvertito un’esigenza espressiva molto forte, ed è probabilmente questo il motivo per cui sento continuamente il bisogno di rinnovarmi e migliorarmi. Il processo creativo e compositivo richiede molta pazienza e riflessione: è un percorso in divenire, e proprio questo mi aiuta a gestire quella forma di stress che accompagna il mio rapporto con la musica. Allo stesso tempo, come molti musicisti, tendo a essere incline alla ricerca della perfezione, e questo non mi permette di lasciare le cose a metà o incompiute. L’ispirazione non arriva soltanto dalla musica: traggo spunto anche da altre forme artistiche. Amo molto la letteratura, il cinema, il teatro e l’arte in generale. Per me, ogni espressione artistica rappresenta una fonte preziosa di stimolo e nutrimento creativo.

Giampiero Spina
Giampiero Spina ©Stefano Galvani

Veniamo al tuo ultimo progetto dedicato a Wes Montgomery. Vorremmo intanto sapere se lui è il tuo chitarrista di riferimento o ce ne sono altri che ti hanno spinto a intraprendere la tua carriera.
Tra i grandi della chitarra jazz, Wes Montgomery rappresenta sicuramente un punto fermo per me, così come per intere generazioni di chitarristi. Ritengo che la triade fondamentale sia composta da Charlie Christian, Wes Montgomery e Jim Hall: da questi tre maestri prende avvio un’evoluzione che si è poi diramata in molte direzioni, influenzando ancora oggi il linguaggio della chitarra jazz. Quando mi sono avvicinato a questo mondo, era il periodo in cui la fusion era particolarmente diffusa: le sonorità rock si intrecciavano con quelle jazz, creando una miscela estremamente affascinante per chi, come me, proveniva da esperienze rock. Penso a musicisti come Pat Metheny, John Scofield, Bill Frisell e Mike Stern, ma potrei citarne molti altri. Grazie al loro contributo, intere generazioni di giovani si sono avvicinate al jazz, e così è stato anche per me. Un incontro fondamentale e determinante per l’evoluzione della mia carriera è stato quello con il grande Pat Martino, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente durante una giornata trascorsa insieme. Un vero filosofo della chitarra, ma anche della vita: un ricordo indelebile che porto con me.

«Six for Wes» ovvero, quattro chitarre che suonano assieme le composizioni di Wes Montgomery. È un progetto originale o ha dei precedenti?
La formazione con quattro chitarre più basso e batteria ricalca, in un certo senso, quella più convenzionale del quartetto con sax e ritmica, che ha avuto precedenti illustri nella storia del jazz: basti pensare ai Supersax. Questa formula applicata alle chitarre è stata proposta anche da Franco Cerri: ricordo che, quando l’ascoltai per la prima volta, rimasi profondamente colpito da questo tipo di ensemble. Da quell’ascolto è nata l’idea di sviluppare un linguaggio chitarristico collettivo che, pur partendo dalla tradizione, potesse aprire nuove possibilità espressive e offrire una prospettiva originale sull’eredità di Wes Montgomery.

Quale criterio hai usato nella scelta dei brani da eseguire del chitarrista americano visto il suo considerevole repertorio?
Non è stato difficile: ho scelto i brani tra quelli che ho ascoltato più assiduamente, tratti da alcuni lp che hanno segnato l’inizio del mio percorso jazzistico, come «The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery», «Boss Guitar», «Full House» e «Bags Meets Wes!». Sono dischi che posso dire di conoscere quasi a memoria nota per nota e che hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione, per cui la selezione è avvenuta in modo naturale, quasi istintivo, seguendo un legame diretto con la mia storia musicale.

I chitarristi che suonano nel disco sono nove. Ognuno di loro possiede delle caratteristiche e stili personali. Non è stato facile metterli insieme. Come ci sei riuscito? Parlaci di loro.
Lavorare con giovani e promettenti chitarristi come Attilio Costantino, Clara Miraglia e Matteo Mariani è per me una continua fonte di ispirazione e stimolo. Ognuno di loro possiede uno stile personale e un approccio differente: ed è proprio questa diversità l’aspetto più importante nella mia visione musicale. Durante la realizzazione del disco, mi è sembrata una bella idea ampliare ulteriormente il progetto, rendendo omaggio a una figura così importante come Wes Montgomery attraverso il coinvolgimento di altri ospiti di rilievo nel panorama della chitarra jazz italiana, come Massimo Minardi, Alessandro Usai e Dario Faiella, che tra l’altro sono stati anche nostri maestri. 

Dal punto di vista organizzativo non è stato semplice: mettere insieme tanti musicisti comporta sempre una certa complessità, soprattutto per via degli impegni professionali di ciascuno. Tuttavia, l’entusiasmo e la disponibilità di tutti hanno reso il processo sorprendentemente naturale, tanto che l’intero lavoro è stato registrato nell’arco di una sola giornata. Mi piace pensare a questa formazione allargata come a un incontro tra generazioni diverse, unite dal desiderio di mantenere viva l’eredità di un grande musicista, passando idealmente il testimone lungo quello che è, in fondo, un continuo cammino del jazz.

Giampiero Spina «Six for Wes»
Giampiero Spina «Six for Wes»

Anche gli arrangiamenti, dalla natura orchestrale, penso non sia stato facile costruirli cercando di far incrociare i diversi interventi, anche solistici, delle chitarre.
L’arrangiamento è parte integrante del mio lavoro di musicista ed è una pratica che amo profondamente. Nel tempo ho scritto molto materiale, sia per piccoli organici — come quelli presenti nei miei lavori — sia per formazioni più ampie. Per un periodo ho anche diretto una big band, proponendo miei arrangiamenti di famosi standard, un’esperienza che mi ha dato grandi soddisfazioni. Avendo studiato armonia e composizione, ho acquisito familiarità con diversi stili e tecniche, tra cui la classica scrittura per quartetto di sax, che in parte ho adattato anche in questo progetto, come accennavo sopra. Alla base del lavoro di arrangiatore c’è sempre un’idea architettonica ben definita, che deve garantire coerenza e omogeneità, permettendo di integrare in modo equilibrato le parti scritte e gli spazi solistici. È proprio in questo equilibrio che si costruisce l’identità sonora dell’ensemble.

Ascoltando «Six for Wes» ci si rende conto di come il contrabbasso e la batteria, suonati da Raffaele Romano e Matteo Rebulla, recitino un ruolo fondamentale nel tenere in piedi l’architettura sonora e svolgano anche la funzione di stimolo ritmico e timbrico.
La scelta della sezione ritmica è fondamentale, e tutta la storia del jazz lo dimostra. Nel corso dei miei lavori ho avuto la fortuna di collaborare con grandi ritmiche, scegliendo sempre musicisti molto preparati e dotati di una forte sensibilità musicale. Per me, la sezione ritmica non ha solo il compito di sostenere il tempo: deve entrare in relazione con i solisti, creare un dialogo continuo, un interplay vivo e stimolante che contribuisca a dare forma alla musica in tempo reale. In questo progetto, Raffaele Romano e Matteo Rebulla hanno svolto questo ruolo in modo eccellente, risultando non solo impeccabili dal punto di vista professionale, ma anche estremamente reattivi e musicalmente coinvolti. Il loro contributo è stato fondamentale per sostenere e dare coesione all’intera architettura sonora del progetto.

Tra i dieci brani che fanno parte del disco – se ce li puoi brevemente commentare – ci sono una tua composizione intitolata Eggs in Air e The Theme di Miles Davis. Cosa significano in un contesto dedicato a Montgomery?
Eggs in Air è una mia composizione, più precisamente un contrafact: un brano costruito su una progressione armonica già esistente nel repertorio jazzistico, ma con una nuova linea melodica — una sorta di anagramma musicale -. In questo caso si basa su Airegin (a sua volta anagramma di Nigeria), celebre composizione di Sonny Rollins, presente anche nel disco «The Incredible Jazz Guitar of Wes Montgomery». 

Si tratta quindi di un doppio omaggio: a Wes e a Rollins, arricchito anche da un gioco nel titolo, che diventa a sua volta un anagramma di un anagramma. The Theme, invece, è una composizione di Miles Davis: una melodia apparentemente semplice, ma in realtà geniale per essenzialità melodica e ritmica, costruita su una progressione armonica molto diffusa nella pratica jazzistica. Avevo già lavorato su questo brano in passato, arrangiandolo per un altro organico, e ho sentito il desiderio di includerlo anche in questo progetto. Inoltre, esiste una splendida versione nel disco dal vivo «Straight, No Chaser» di Clark Terry e Wes Montgomery, che rappresenta un ulteriore legame con il mondo musicale a cui questo lavoro è dedicato. In questo senso, entrambi i brani si inseriscono nel progetto come elementi coerenti: modi diversi di dialogare con la tradizione, mantenendo vivo lo spirito della musica di Montgomery attraverso prospettive personali. In entrambi i brani è presente la chitarra di Massimo Minardi. 

Per omaggiare il senso compositivo dei brani di Montgomery ho scelto di mantenere inalterate le forme originali, rispettandone la struttura armonica e l’impianto ritmico degli arrangiamenti. L’unica eccezione riguarda la scrittura delle melodie, che ho rielaborato per un organico di quattro chitarre, cercando di offrire una nuova prospettiva timbrica senza tradire lo spirito originario. Fried Pies, brano di apertura del cd, funge da introduzione al progetto «Six for Wes» e presenta i musicisti coinvolti così come Mr. Walker. Nei brani successivi si aggiungono ospiti che intervengono negli assolo: Alessandro Usai è presente in Cariba, Road Song e Full House, mentre Dario Faiella compare in Jingles, Four on Six e West Coast Blues. In quest’ultimo brano ho inoltre realizzato un arrangiamento di una parte dell’assolo originale di Montgomery, integrandolo nel contesto del progetto.

Tra tutti i brani di Montgomery contenuti nel disco quale è quello che non ti stancheresti mai di suonare nei tuoi concerti?
Ti direi nessuno… E in parte è vero, perché ogni brano di Wes Montgomery ha qualcosa di speciale e continua a offrire nuovi spunti ogni volta che lo si suona. Tuttavia, ho un legame particolare con Four on Six: è proprio da lì che è nata l’idea del progetto, e in un certo senso anche il titolo. È un brano che non smette mai di stimolarmi, sia dal punto di vista musicale che emotivo. 

Giampiero Spina
Giampiero Spina ©Stefano Galvani
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