«Dust». Intervista a Giuditta Franco

Album d’esordio per la giovanissima cantante, autrice e compositrice di Castelfranco Veneto, anche vincitrice del premio Chicco Bettinardi nel 2024 come nuovo talento del jazz Italiano. Ne parliamo con lei.

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«Dust» è il tuo album d’esordio da leader: qual è stata l’esigenza artistica da cui è nato questo progetto?
Ho iniziato a scrivere questo album due anni fa, in un momento di transizione e di presa di coscienza rispetto a me stessa, alle mie scelte personali e al mio percorso musicale. «Dust»  nasce dal bisogno di trasformare esperienze vissute profondamente in qualcosa di concreto, dando loro una forma attraverso la musica. A un certo punto ho sentito l’esigenza di sviluppare questo percorso, anche grazie alla collaborazione con Guglielmo Santimone, Francesco Bordignon ed Edoardo Battaglia, con cui suono da diversi anni. Sentivo il bisogno di mettere a fuoco non solo ciò che stavo vivendo, ma anche ciò che questo percorso condiviso aveva lasciato in me, musicalmente e umanamente. È quindi un album di presentazione, ma anche un viaggio personale, che raccoglie fragilità, e aspetti della vita che mi hanno attraversata. Lo considero un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio: un documento musicale che segna il passaggio tra due momenti della mia vita artistica. Ho cercato di fare in modo che la musica fosse il più possibile vicina a ciò che sono, e per questo sento che Dust mi rappresenta profondamente.

Il titolo «Dust», polvere, ci ricorda la fragilità, l’inafferrabilità: che significato ha per te questa parola?
Per me Dust, come l’idea di “polvere”, richiama qualcosa di sottile e quasi impalpabile, ma anche di uno spazio che può essere lasciato vuoto e che proprio per questo acquista un significato. È una ricerca che attraversa tutto l’album, soprattutto nel modo in cui cerco di lasciare spazio alle parole e di far emergere il loro significato anche attraverso ciò che non viene suonato o detto. Mi interessa molto l’idea che, attraverso la sottrazione, si possa arrivare a mettere in evidenza qualcosa che altrimenti rischierebbe di perdersi. Anche il silenzio, quindi, diventa parte della musica e contribuisce a darle forma. Dust è stata inoltre la prima composizione che ho scritto per questo progetto, ed è nata in modo estremamente spontaneo e sincero: musica e testo sono arrivati quasi di getto, senza un processo particolarmente razionale. Per questo sentivo che fosse il brano da cui tutto dovesse partire e a cui affidare il titolo del disco. È il brano che mi appartiene più profondamente e che meglio racchiude il nucleo da cui è nato tutto il progetto.

Nel disco utilizzi la voce come uno strumento. La tua idea primigenia è stata questa, oppure ha assunto questi caratteri in seguito?
Sì, è stata un’idea presente fin dall’inizio. È legata innanzitutto alla mia attenzione per la tessitura dello strumento e al mio interesse verso l’interpretazione di melodie e temi che appartengono più propriamente alla scrittura strumentale. Mi interessava guardare alla mia vocalità anche da un’altra prospettiva, non soltanto come leader, ma come uno strumento da esplorare nelle sue diverse possibilità e sfumature. Sicuramente l’ascolto di artiste come Norma Winstone ha contribuito a orientare questa ricerca e a spingermi verso un uso della voce più vicino alla logica dello strumento. Allo stesso tempo, questa scelta nasce molto naturalmente dai miei ascolti, che sono da sempre fortemente legati alla musica strumentale. In questo disco ho quindi cercato di portare la voce in quella direzione, mantenendo però sempre un’idea melodica molto presente.

Quanto è importante, nel tuo modo di concepire la musica, mettere in discussione la tradizionale gerarchia fra vocalist e musicisti accompagnatori?
Per me è fondamentale, soprattutto nella parte improvvisativa, cercare un equilibrio tra la voce e gli altri strumenti. Mi piace pensare al timbro dell’ensemble come a qualcosa di avvolgente e paritario, in cui la voce non occupa necessariamente una posizione gerarchicamente diversa rispetto agli altri strumenti, ma può trovare nuovi incastri e nuove possibilità sonore all’interno dell’ensemble. In questo senso mi avvicino a una concezione più cameristica, dove ogni strumento porta un contributo musicale e timbrico e il risultato nasce proprio dall’equilibrio tra le diverse voci. È un approccio che mi interessa particolarmente anche perché permette alla voce di inserirsi nel tessuto dell’ensemble in modi diversi, non soltanto attraverso il ruolo tradizionale della vocalist.

Giuditta Franco

Nel progetto convivono scrittura e improvvisazione: come stabilisci il punto in cui una composizione deve lasciare spazio all’imprevisto?
I brani del disco sono costruiti attraverso momenti di scrittura che, in alcuni casi, confluiscono naturalmente nell’improvvisazione. A guidarmi nella scelta è soprattutto la melodia: lo sviluppo melodico diventa una sorta di filo narrativo della storia che il brano racconta e, nel modo in cui ho concepito queste composizioni, conduce spontaneamente verso momenti di maggiore libertà ed esigenza espressiva. Questo si manifesta in maniera diversa a seconda del brano: in alcuni casi l’improvvisazione è completamente libera, in altri rimane legata a una struttura precisa. In entrambi i casi, però, è fondamentale che ciò che viene improvvisato mantenga un legame forte con l’idea melodica di partenza e con il significato che quella melodia porta con sé. Anche il titolo e l’ambientazione del brano contribuiscono a orientare la parte improvvisata, quasi come una naturale successione di eventi all’interno di un racconto. Nei brani più legati alla ricerca timbrica, come Afterthought ed …Echoes, lasciare spazio all’imprevisto diventa quasi una necessità: sentiamo il bisogno di allontanarci dalla struttura, e in particolare dall’ostinato di un motivo melodico, per lasciare risuonare le nostre voci e portare lo stesso materiale musicale verso una dimensione timbrica nuova. In questo senso, l’improvvisazione non interrompe il racconto del brano, ma ne diventa una naturale evoluzione.

Testi originali e frammenti poetici entrano nella musica non soltanto per il loro significato, ma anche per la loro dimensione fonica. Quando una parola diventa, per te, materia musicale?
Il significato che una parola porta con sé è un punto di partenza per costruire intorno ad essa un contesto, un’ambientazione precisa, che prende forma attraverso il suono. In Sopra o vento, per esempio, scritta sulla poesia omonima di Fernando Pessoa, sono partita dal significato del testo per ricreare musicalmente l’ambientazione degli elementi naturali a cui fa riferimento, lavorando sulla componente timbrica dei quattro strumenti e sulle possibilità sonore che potevano emergere dalla loro elaborazione. Allo stesso tempo, anche la dimensione fonica del testo può diventare materiale musicale. Scomponendo e trasformando le parole, possono emergere componenti sonore e timbriche molto diverse, che si integrano nel contesto del brano. Il testo diventa così parte dell’immaginario della composizione, ma anche una materia sonora da esplorare e trasformare.

Quanto della personalità dei tuoi compagni di viaggio ha modificato o trasformato la musica che avevi inizialmente immaginato?
Suonare con loro è sempre stimolante perché so che, attraverso il loro modo di interpretare la musica, le idee possono prendere direzioni e dimensioni diverse da quelle che avevo immaginato inizialmente, senza però perdere l’origine e il senso da cui sono partite. Mi piace lasciare che la musica si trasformi attraverso chi la suona, accogliendo ciò che ogni musicista porta con sé e lasciando che l’idea iniziale possa evolversi naturalmente attraverso l’incontro con gli altri. Guglielmo, Francesco, Edoardo e Lorenzo sono quattro musicisti con una voce molto precisa e riconoscibile, capaci di dare alla musica una direzione personale e, allo stesso tempo, di mettersi al suo servizio. Negli anni abbiamo costruito un rapporto basato sull’ascolto e sulla fiducia, che si riflette nel modo in cui sviluppiamo e creiamo musica insieme. Guglielmo, Francesco ed Edoardo avevano sviluppato un suono in trio molto solido e definito. Guglielmo è un pianista estremamente raffinato e lirico, con una grande delicatezza e immediatezza, sia nella scrittura che nell’interpretazione. Nel disco ho infatti voluto dare spazio a una sua bellissima composizione, It’s Still You, perché trovo che sia uno dei brani che esprime di più queste caratteristiche, sia dal punto di vista stilistico che evocativo. Con Francesco ho condiviso diverse formazioni, anche in duo, e nel tempo ho avuto modo di confrontarmi con la sua grande versatilità, tecnica e dinamica. Per questo ho voluto dedicargli un momento in solo, Interludio. Edoardo invece mi sorprende sempre per la sua creatività, raffinatezza e immediatezza, e per il modo in cui riesce ogni volta a entrare nella musica e ad amalgamarsi con grande naturalezza. Con Lorenzo, aggiungendo il sax alto come quinto elemento, è arrivata invece una freschezza e un’energia che avevo immaginato fin dall’inizio. Il suo suono ha dato forma a questa idea in modo molto intenso ed elegante. Sono persone con cui condivido un percorso musicale e umano e che, in momenti diversi, hanno contribuito alla mia crescita, diventando per me degli spunti e dei riferimenti importanti. Credo che questa condivisione, sia sul piano personale che su quello musicale, ci abbia permesso di crescere insieme e di sviluppare un modo di suonare che continua a cambiare nel tempo. Ed è forse questa una delle cose che trovo più belle: vedere come la stessa musica, suonata dalle stesse persone, possa trasformarsi negli anni, perché nel frattempo cambiamo anche noi, come musicisti e come persone.

Il tuo percorso passa dal pianoforte classico al canto jazz, dal Conservatorio Steffani al Royal Conservatory of The Hague e poi a Siena Jazz: quanto è rimasto del tuo primo rapporto con il pianoforte nel tuo modo attuale di pensare la voce?
Nel mio modo attuale di pensare la voce è rimasto molto del mio percorso pianistico. Credo che sia proprio da lì che nasce, in parte, il modo in cui oggi considero la voce anche come uno strumento, con una propria dimensione timbrica ed espressiva, al di là della parola. Il pianoforte continua ad avere un ruolo importante anche nel mio modo di comporre: quando scrivo, parto quasi sempre da lì, forse anche perché è stato il punto di partenza del mio percorso musicale. È uno strumento che mi ha abituata a pensare in termini di colori, dinamiche e possibilità timbriche molto diverse, e sono elementi che ancora oggi cerco nel lavoro con la voce e con l’ensemble. Anche l’ascolto della musica romantica, che fa parte della mia formazione fin da piccola, ha lasciato un segno importante nel mio modo di comporre e di interpretare. La sua liricità, l’ampiezza delle dinamiche e la ricchezza espressiva sono aspetti che sento ancora molto presenti nel mio modo di fare musica.

Nonostante la tua giovane età hai studiato e lavorato in contesti internazionali, dai Paesi Bassi a Boston, e hai vissuto anche un’esperienza di residenza a Città del Messico: quanto questi ambienti hanno modificato la tua idea di jazz?
Sicuramente ognuno di questi luoghi mi ha dato una prospettiva diversa sul jazz, anche in relazione al momento della mia vita in cui li ho vissuti. L’Olanda è stata la mia prima esperienza di studio e di vita all’estero e, anche grazie al conservatorio che frequentavo, mi ha permesso di consolidare alcuni aspetti del linguaggio jazzistico tradizionale, che avevo iniziato ad approfondire fin dai primi anni di studio. Più recentemente, Città del Messico e Boston, pur essendo realtà culturalmente molto diverse, mi hanno entrambe portata a riflettere sul rapporto tra le proprie origini e il processo creativo, ma da prospettive differenti. A Città del Messico ho incontrato una realtà in cui la componente tradizionale e popolare è molto presente e può diventare parte integrante della propria identità musicale. Boston, invece, mi ha permesso di entrare maggiormente in contatto con la musica contemporanea e con diverse forme di improvvisazione, oltre che con esperienze di collaborazione tra linguaggi e tradizioni musicali differenti. In entrambi i casi, però, queste esperienze mi hanno riportata alle mie origini e mi hanno spinta a cercare un rapporto più diretto tra la mia identità e la mia musica. È anche da qui che è nata l’esigenza di investire maggiormente nella scrittura di poesie e testi in italiano, mettendoli in dialogo con l’improvvisazione. Il messaggio che mi porto dietro da questi percorsi è quindi quello della contaminazione. La mia idea di jazz ha iniziato a prendere forma proprio attraverso la possibilità di far convivere esperienze e influenze diverse con una ricerca sempre più personale, che oggi si manifesta soprattutto nella scrittura della mia musica.

A Boston hai avuto modo di perfezionarti anche con Jason Moran: qual è l’insegnamento, musicale o umano, che più ti ha messo in discussione?
Sicuramente, una delle cose che più mi ha messo in discussione durante la mia permanenza a Boston è stato il confronto con la solitudine e con la distanza. È stata un’esperienza che mi ha portato a stare molto di più con me stessa e, proprio per questo, a dedicarmi più profondamente allo studio, soprattutto della composizione, ma anche a interrogarmi su alcuni aspetti più personali del mio modo di essere e di fare musica. Allo stesso tempo, Boston mi ha dato la possibilità di entrare in contatto con una comunità musicale molto ampia e stimolante. Lavorare con musicisti come Jason Moran mi ha colpito non solo dal punto di vista musicale, ma anche umano: la sua grande umiltà, il modo diretto di comunicare e soprattutto l’attenzione al dettaglio sono aspetti che mi hanno fatto riflettere molto sul modo in cui si può stare nella musica e nel rapporto con gli altri. Lo stesso vale per l’incontro con musicisti come Anthony Braxton, che ho avuto la grande gioia di poter conoscere. Credo che, al di là degli insegnamenti strettamente musicali, ciò che mi porto dietro da questi incontri sia soprattutto un’idea di grandezza legata alla loro umanità: alla capacità di rimanere curiosi, aperti e profondamente presenti nella propria ricerca. È forse questo l’insegnamento più prezioso che ho ricevuto.

Nel 2024 hai vinto il Premio Chicco Bettinardi e il “Premio Tamburini” con il tuo quintetto Ària. Quanto è difficile, per una musicista giovane, trasformare un riconoscimento in una reale traiettoria artistica?
Credo che un riconoscimento sia innanzitutto un importante punto di partenza, un’occasione per mettersi in gioco e confrontarsi con il mondo esterno e con l’ambiente jazzistico nazionale. Nel caso del quintetto Ària, la vittoria del Premio Tamburini è stata un presupposto per andare oltre la musica con cui avevamo iniziato e lavorare alla costruzione di un suono e di una direzione più personali. I brani di Marco Tamburini,  con cui abbiamo intrapreso il nostro percorso, contenevano già un seme che, nel tempo, si è sviluppato all’interno di un contesto musicale nostro. Il Premio Chicco Bettinardi ha avuto invece per me una dimensione più personale, essendo un riconoscimento individuale. È stato un tassello importante all’interno di un percorso di studio e di ricerca che portavo avanti da tempo, ma soprattutto un’occasione per confrontarmi con altre cantanti e misurarmi con realtà diverse dalla mia. In entrambi i casi, questi riconoscimenti hanno rappresentato delle opportunità da cui partire, orientando il mio percorso verso lo sviluppo delle mie potenzialità musicali, per continuare un lavoro mirato sulle mie possibilità artistiche. Nel caso del Premio Bettinardi, il concerto al Piacenza Jazz Festival è stato particolarmente significativo anche perché ha rappresentato uno dei primi concerti del quartetto con Guglielmo Santimone, Francesco Bordignon ed Edoardo Battaglia in cui abbiamo suonato parte della musica che sarebbe poi confluita nel disco. In questo senso, il lavoro discografico è stato quasi una conseguenza naturale di entrambe le esperienze. I premi ci hanno dato la possibilità di presentare la nostra idea di suono in un contesto esterno e di confrontarla con il pubblico, rappresentando un primo elemento nella costruzione di un progetto più stabile e personale.

Giuditta Franco

Ària e Dust rappresentano due momenti diversi della tua identità musicale: in cosa senti di essere cambiata tra i due progetti?
La cosa che trovo interessante dei due progetti è che ho iniziato a lavorarci quasi contemporaneamente, partendo da Dust e portandoli avanti insieme. Più che un vero cambiamento tra i due, sento di aver sviluppato direzioni diverse, entrambe parte della mia identità musicale. Con Dust ho seguito un percorso che mi apparteneva già profondamente, cercando di sviluppare il mio linguaggio personale come un’evoluzione naturale delle mie radici musicali. Con Ària, invece, ho voluto spingermi oltre il terreno musicale che avevo frequentato fino a quel momento, soprattutto attraverso l’utilizzo dell’elettronica. L’ensemble, formato da trombone, chitarra, contrabbasso e batteria, si basa infatti su un continuo dialogo tra suono acustico ed effettistica, tra scrittura e improvvisazione. Sono quindi due linguaggi che sto esplorando in parallelo, con direzioni differenti. In Ària sento però uno stimolo maggiore verso la sperimentazione timbrica, legato soprattutto alla natura della musica che stiamo scrivendo, sia dal punto di vista strutturale sia nell’ambito dell’improvvisazione. Attualmente stiamo lavorando ad un nuovo repertorio in cui la voce viene ulteriormente elaborata e processata, diventando ancora più sperimentale e ricercata e cercando un dialogo sempre più stretto con il trombone. Il timbro del trombone mi ha sempre colpita molto, anche per la sua vicinanza alla tessitura della voce umana e, in particolare, al mio registro. Affiancare la voce a uno strumento con queste caratteristiche porta naturalmente a cercare una maggiore fusione del suono, più che una semplice sovrapposizione tra due parti. La priorità di questo progetto è proprio quella di evidenziare questa relazione e questo scambio sonoro e timbrico, all’interno di un’ambientazione piuttosto rarefatta, come suggerisce anche il nome dell’ensemble e del disco.

In un panorama nel quale molte e molti vocalist jazz vengono ancora ricondotti soprattutto alla tradizione degli standard, tu hai scelto di partire da un repertorio originale e da una concezione molto personale della voce: è una scelta estetica o anche una forma di necessità?
La musica che scrivo è un riflesso molto forte della mia personalità e nasce dall’esigenza di trasformare in suono il mio modo di essere, attraverso la scrittura e la vocalità. Il mio percorso mi ha portata a essere molto legata alla tradizione, soprattutto dal punto di vista vocale. Mi sono sempre sentita vicina a quel mondo, sia per il repertorio, che amo profondamente, sia per una certa affinità espressiva che sento ancora oggi. All’interno del disco ho infatti voluto inserire uno degli standard che mi sono più cari, You Go to My Head, affrontandolo però in una chiave più moderna e vicina al suono complessivo dell’album. Allo stesso tempo, essendo il primo lavoro discografico interamente a mio nome, sentivo la necessità di esplorare un terreno nuovo, che mantenesse le proprie radici nella tradizione ma guardasse anche verso una dimensione più personale e contemporanea. Volevo che questo disco mi rappresentasse non solo come interprete, ma anche attraverso la composizione e la scrittura. Per questo l’ho vissuto soprattutto come una necessità espressiva, presentandomi attraverso ciò che sono musicalmente in questo momento e lasciando che le diverse parti della mia identità artistica potessero convivere all’interno dello stesso progetto.

Quanto ti interessa il confine fra jazz, musica contemporanea e improvvisazione radicale?
Sono tre ambiti che nella mia musica cerco di mettere in dialogo, senza necessariamente definirne i confini. Ho avuto modo di esplorare ciascuno di questi linguaggi e di trovare al loro interno modalità espressive che sento vicine, per poi cercare un punto di incontro in cui possano convivere anche elementi molto diversi tra loro. Più che stabilire a quale sfera musicale appartenga un’idea, mi interessa concentrarmi sul significato del gesto, del suono e sulla possibilità che questi elementi hanno di entrare in relazione. Ogni esperienza mi ha dato nuovi strumenti e continua a stimolare la mia ricerca, aiutandomi a capire quali elementi sento più vicini al mio modo di esprimermi e a rielaborarli in una direzione sempre nuova. In particolare, l’improvvisazione radicale mi ha permesso di uscire dai miei spazi abituali e di confrontarmi con possibilità sonore che non avrei necessariamente esplorato partendo dal mio linguaggio. Allo stesso tempo, questo percorso mi ha portato a riconoscere con maggiore chiarezza ciò che sento vicino alla mia idea di voce e di musica. Credo quindi che ogni nuova esperienza possa diventare parte di un linguaggio più ampio, fatto di inclusioni, incontri e possibilità sonore diverse.

Cosa è scritto nell’agenda di Giuditta Franco?
In autunno porteremo «Dust» dal vivo, con alcuni appuntamenti già in programma al Bologna Jazz Festival, Jazz Club Ferrara, DaiDeJazz e in altri festival e rassegne tra il Nord e il Centro Italia. Parallelamente, vorrei continuare una ricerca sulla parola e sullo spazio sonoro che sto sviluppando anche in una dimensione più solistica. Questa ricerca è nata durante una residenza artistica lo scorso anno presso l’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico, dove ho iniziato a lavorare sul rapporto tra parola, voce e spazio, partendo anche da testi di autori come J. L. Borges e Fernando Pessoa. Alcune delle idee nate in quel periodo hanno poi trovato una loro forma nei miei lavori discografici, in particolare in Dust e Dèva, che esplorano questo rapporto attraverso due dimensioni sonore diverse: una più acustica e una più elettronica. Quello che mi interessa ora è continuare a sviluppare questo aspetto, spingendomi sempre di più verso l’elettronica e verso una concezione della voce come elemento capace non solo di produrre suono, ma anche di modificarne lo spazio. In questo senso, l’ultima traccia di Dust, costruita attraverso linee vocali improvvisate e sovrapposte, rappresenta per me una sorta di punto di passaggio: chiude il disco, ma apre anche una possibilità che vorrei continuare a esplorare. Mi interessa capire cosa può succedere quando la voce e la parola diventano materia sonora e come possano trasformare ciò che le circonda, sia all’interno di un ensemble, sia in una dimensione più essenziale, lavorando anche in solo con la voce e con l’elettronica. È una ricerca ancora in divenire, e credo che sarà proprio questo uno degli aspetti che accompagneranno il mio lavoro nei prossimi mesi.
Alceste Ayroldi

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