Chicago è un laboratorio a cielo aperto dove il jazz ha imparato a sopravvivere all’industria, la house è nata come urgenza fisica e comunitaria e dove il dub è arrivato dall’Atlantico trasformandosi in spazio mentale prima ancora che in tecnica di studio. È in questo ecosistema che, nei primi anni Novanta del secolo scorso, hanno preso forma i Tortoise, non semplicemente una band ma un organismo sonoro. Raccontarli come pionieri del post-rock è un po’ una scorciatoia. Il loro gesto è stato più silenzioso e radicale perché hanno spostato l’asse del rock dalla canzone alla struttura, dall’io al collettivo, dalla chitarra alla tessitura. Portando il basso al centro e usando il vibrafono come dispositivo ipnotico – prendendo dalla mentalità del dub buona parte di questa attitudine – hanno trattato – e trattano – lo studio come un musicista aggiunto. Una grammatica che ha molto più a che fare con Kingston e con il South Side di Chicago che con l’indie rock tradizionale. Dentro questa traiettoria l’ingresso di Jeff Parker alla chitarra non è stato un dettaglio, ma una dichiarazione d’intenti. Parker non è un chitarrista rock che guarda al jazz, è un musicista cresciuto dentro la disciplina dell’improvvisazione afro-americana, forgiato dall’esperienza con l’AACM e abituato a pensare il suono come spazio. La sua chitarra nei Tortoise non invade, lavora per sottrazione, per timbro, per incastro ritmico. È una presenza che respira dentro il tessuto collettivo che porta con sé la memoria del jazz elettrico e la sensibilità del dub più meditativo.
Nel loro modo di fare musica il jazz viene concepito come etica dell’ascolto reciproco e il dub come arte del vuoto e della profondità: le linee di basso camminano come ombre lunghe al tramonto, i patterns si incastrano con pazienza minimalista e le improvvisazioni non esplodono quasi mai. Piuttosto sedimentano. Parker, in questo paesaggio, è l’elemento che tiene insieme memoria e futuro contribuendo a creare, con la sua chitarra, fraseggi obliqui o pura pulsazione ritmica. Ascoltare i Tortoise significa entrare in una dimensione orizzontale: nessun frontman, nessuna retorica dell’eroe, solo una comunità di musicisti che ragiona per equilibri dinamici. È una lezione che viene dal jazz elettrico degli anni Settanta ma anche dal dub più consapevole: lasciare spazio, creare tridimensionalità, far vibrare il silenzio. Nei loro dischi – ne hanno incisi otto finora – il groove non è esibizione ma sistema nervoso. I Tortoise dialogano in qualche modo con la black music ma senza imitarne le superfici. Ne assorbono l’etica, il senso della collettività, la centralità del ritmo come spazio condiviso.
Con Jeff Parker al loro interno questa connessione diventa ancora più esplicita, una sorta di ponte tra la tradizione sperimentale afro-americana di Chicago e una forma di rock che ha imparato a farsi porosa. Come una spugna. I Tortoise sono: John Herndon (batteria, vibrafono, tastiere, elettronica), Doug McCombs (basso elettrico, chitarra), John McEntire (batteria, sintetizzatore, chitarra, tastiere, elettronica, clavicembalo elettrico, produzione, missaggio), Dan Bitney (batteria, percussioni, vibrafono, tastiere, sax baritono, basso elettrico, chitarra, elettronica), Jeff Parker (basso elettrico e chitarra): quest’ultimo ha sostituito Bundy K. Brown e David Pajo che hanno lavorato nella band, il primo dal 1991 al 1994 e il secondo dal 1995 al 1998. Sono sul mercato con un disco uscito verso la fine dell’anno scorso intitolato «Touch». Non pubblicavano da nove anni. Abbiamo pensato di parlare con loro per interrogarci sull’idea della modernità, su cosa significa suonare insieme quando l’individualismo è la norma e su cosa resta del dub nell’era della compressione digitale. Come si tiene vivo un linguaggio che nasce dall’incrocio – jazz, elettronica, funk, minimalismo – senza trasformarlo in una formula? Ne abbiamo parlato, approfittando di un tour che si è tenuto in Italia ad aprile, con John McEntire e Dan Britney in una conversazione in cui abbiamo cercato di entrare nel loro metodo, nel modo in cui un basso può diventare narrazione, in cui una chitarra può essere atmosfera prima che gesto solistico, in cui la musica strumentale può raccontare una città meglio di qualsiasi testo. Perché, in fondo, i Tortoise non hanno mai smesso di costruire spazi. E di insegnarci ad abitarli.

«Touch» sembra lavorare molto sulla pelle del suono, su una dimensione quasi tattile. Quanto è stato importante, in fase di registrazione, pensare al suono come materia fisica più che come semplice evento musicale?
Dan Bitney: Domanda difficile. Abbiamo iniziato incidendo un demo, una base su cui abbiamo iniziato pian piano ad aggiungere delle cose. Eravamo preoccupati del movimento e della progressione delle note e non certamente da quella che tu chiami «dimensione tattile». Se quella c’è stata è stato un fatto successivo, quando i brani hanno preso forma.
John McEntire: Io penso che la tua sia davvero una bella domanda, ma non abbiamo un approccio filosofico quando facciamo musica, cerchiamo solo di renderla migliore possibile.
Dan: È anche molto importante scegliere il tono. Sin dall’inizio. Lo stesso che poi può essere cambiato durante il missaggio e la rifinitura dei brani, magari aggiungendo alcuni effetti.
Nei brani del disco si avverte una relazione molto forte tra ritmo e spazio, quasi una concezione dub della profondità. Come avete costruito queste architetture: nasce prima il groove o l’ambiente che lo contiene?
John: Ogni situazione è diversa dall’altra. Alcuni pezzi iniziano dal ritmo e poi tutto il resto viene sviluppato attorno, al contrario altri pezzi iniziano attorno ad un’idea senza neanche una linea melodica che poi sviluppano un groove pazzesco. Non saprei dirti come avviene questo processo, direi che alla base delle nostre scelte c’è sempre una certa dose di imprevedibilità.
Dan: Ti posso dire che alcuni batteristi hanno utilizzato dei miei demo in passato e ognuno ha tirato su una cosa diversa dallo stesso brano. Come diceva John, alcuni brani partono da un’idea ritmica, altri da cose differenti tra loro.

John, il tuo lavoro in studio è sempre stato parte integrante dell’identità dei Tortoise. In «Touch» hai avuto la sensazione di tornare a un approccio più «artigianale» o invece il processo è diventato ancora più invisibile e diffuso?
John: Non sono molto consapevole del mio modo di lavorare. Sicuramente il mio background, tutto quello che ho assimilato musicalmente fino ad oggi, ha un ruolo nel mio approccio.
Dan, il tuo uso delle percussioni, spesso sfugge alla funzione tradizionale: più che marcare il tempo, sembra generare paesaggio. In questo disco hai lavorato più per sottrazione o per accumulo?
Dan: Una combinazione di quello che mi chiedi. Entrambe. Ci piace giocare durante il processo compositivo, per cui aggiungere o sottrarre fanno parte integrante del mio modo di suonare.
John: Alcuni di questi esperimenti li abbiamo conservati…
Dan: Nessuno ci impedisce di sperimentare o ci dice quello che dobbiamo fare. Le variazioni ritmiche anche brevi per noi sono molto importanti e, lavorando con tre batteristi, a volte questo è l’elemento più difficile da gestire nella nostra musica anche perché poi dobbiamo dare spazio alla chitarra, alle tastiere… Qualcuno potrebbe pensare che, essendoci più musicisti, sia più facile il lavoro nel suo complesso. In realtà diventa più complesso dare a tutti il proprio ruolo…
John: In Vexations, per esempio, la batteria è stata tagliata e rimaneggiata almeno una decina di volte per poi decidere di ritornare all’idea iniziale.

C’è una qualità quasi meditativa in alcune tracce, che richiama tanto il minimalismo quanto certe forme di spiritual jazz. È una dimensione che cercate consapevolmente o emerge dal modo in cui suonate insieme?
Dan: Io penso che entrambe – mi riferisco al minimalismo e allo spiritual jazz – facciano parte del nostro vocabolario. E comunque ci tengo a sottolineare che non pianifichiamo quasi niente. Non facciamo altro che assorbire quello che accade attorno a noi.
Nei Tortoise la chitarra, soprattutto con Jeff Parker, non è mai dominante ma si integra nel tessuto. In «Touch» come avete gestito questo equilibrio tra presenza e dissolvenza degli strumenti?
Dan: La chitarra di Jeff è sempre la sua. Voglio dire: il suo stile è riconoscibile. Questo da un lato. Dall’altro la nostra è una band che si caratterizza per la sua compattezza, non diamo risalto ai solisti e non abbiamo leader. E credo che questa sia la nostra forza. Tu che ne pensi, John?
John: Mi ricordo – qualche anno fa – che gli osservatori ci ritenevano una band di percussionisti, non considerando che al nostro interno c’erano anche altri tipi di strumenti, chitarra, basso, sassofono eccetera. In realtà abbiamo sempre, nell’insieme, condiviso un’attenzione per l’aspetto ritmico della nostra musica.

Il disco sembra dialogare con il tempo in modo particolare: non c’è urgenza, ma nemmeno nostalgia. Come si lavora oggi su una musica che rifiuta sia la velocità contemporanea sia la retromania?
Dan: Anche a questa domanda è difficile rispondere. Maturare anagraficamente fa parte di questo processo: quando ci ritroviamo ci accorgiamo di parlare di quello che ci è successo, magari dieci anni o vent’anni fa. Posso dire che ci facciamo influenzare dal pubblico con il quale ci troviamo ad interagire. Ci sono alcuni brani del nostro repertorio che sembravano italiani quando li abbiamo suonati in Italia e giapponesi quando li abbiamo suonati in Giappone…
John: Proprio così…
Dan: La musica ha un potere emotivo molto forte. E ricordo che anche su di me lo aveva molto tempo fa. Oggi non riesco più a provare le stesse emozioni che provavo un tempo.
Dopo tanti anni, il vostro modo di comporre resta profondamente collettivo. In «Touch» c’è stato un momento in cui il processo vi ha sorpreso, portandovi in una direzione che nessuno di voi aveva previsto all’inizio?
John: Penso che John Herndon abbia dato tanto al processo compositivo dell’album. Mi riferisco a delle parti che non erano completamente finite e necessitavano di un punto di rottura, una spinta che le rendesse fruibili. Lui l’ha fatto, alla grande, soprattutto sul brano di apertura Vexations e su un altro paio di brani. È ovvio – l’hai detto tu – tutto fa parte di un lavoro collettivo nel quale ognuno di noi ha la possibilità di esprimere il suo estro creativo.
Dan: La gente, chi ci ascolta, riesce a percepirlo. Devo dirti – parlo per me – ogni volta che mi viene in testa un brano da proporre al gruppo spero sempre che lo trasformino in qualcosa di diverso anche se il mio ruolo strumentale viene poi ridimensionato. È importante il risultato finale, per quel che mi riguarda, il colore definitivo che riusciamo a dare a quello che facciamo. John Herndon è molto bravo da questo punto di vista.
