Vittorio, vuoi presentarti brevemente ai nostri lettori? Sono un chitarrista e un compositore, sono nato a Catania nel 1998 e ho compiuto i miei studi musicali per lo più a Siena, presso Siena Jazz, dove ho il piacere di poter insegnare chitarra e musica d’insieme. Mi sono sempre interessato maggiormente agli stili moderni e avanguardistici del jazz e ho approfondito molto l’improvvisazione radicale. «Rosmarino» vuole essere un connubio tra queste esperienze.
Il titolo è semplice e quasi familiare, ma nello stesso tempo lascia intendere delle cose. Da dove nasce? Vuole richiamare la pianta di rosmarino presente nella casa dove ho trascorso la maggior parte della mia infanzia. Evoca le qualità che desidererei per il mio gruppo: altamente aromatico, immediatamente riconoscibile, mediterraneo, intenso, leggermente malinconico, verde, culinario. Quel rosmarino ha osservato tutta la mia vita, così ho deciso di dargli una voce dopo anni che bisbigliava al vento.
Sembri poco interessato alla centralità della chitarra e più vicino a un’idea di gruppo, di tipo collettivo. Per un giovane chitarrista non è scontato. Da dove nasce questa scelta? Sono felice di sentire che la sensazione generale sia questa, perché mi sento anche troppo presente nella registrazione! Mi piace l’idea di poter scrivere una musica dove gli altri artisti possano respirare liberamente ed esprimersi in maniera naturale. Conosco bene le capacità dei miei colleghi e, in quanto compositore, posso guidarli dentro il mio immaginario, in modo che lo rimodellino attraverso la loro visione.
Parti da un nucleo di base con chitarra, contrabbasso e batteria, che poi si allarga al sassofono e alla voce. Che cosa cercavi nei musicisti con cui hai costruito questo progetto? Il progetto nasce in trio con Stefano Zambon al contrabbasso e Giovanni Nardiello alla batteria. Insieme abbiamo affrontato tutto il lavoro iniziale di definizione del gruppo in un periodo durante il quale, inoltre – io di sicuro ma penso anche a loro -, dovevamo affermare il nostro suono personale. Dopo anni di musica insieme continuo a stimare la loro arte, che ha nutrito l’artista che sono adesso. Stefano e Giovanni sono in grado di costruire un edificio da un granello di polvere. Quando alla fine ho deciso di registrare il lavoro del trio sentivo il bisogno di avere delle voci forti che potessero trasmettere verso l’esterno in maniera inequivocabile i racconti del disco. Ho trovato risposta a questa necessità nella voce di Chiara Chisté e nel sax di Gianluca Zanello. Loro si sono aggiunti al gruppo con estrema semplicità e con le stesse capacità architettoniche della ritmica. Come speravo, Chiara riesce a farci inabissare nel subconscio e Gianluca a farci volare il più in alto possibile.
E cosa vuoi dirci di ciascuno di loro? Giovanni Nardiello è un batterista di estrema raffinatezza, che riesce a occupare ruoli estremamente propulsivi ma anche estremamente discorsivi. Il suo modo di suonare non è mai scontato e offre sempre degli spunti per portare la musica in direzioni inaspettate. Penso che insieme a me rappresenti il cuore narrativo del progetto. Stefano Zambon è il pilastro che riesce ad amalgamare tutti gli strumenti in maniera naturale. Ho sempre avuto la sensazione che riuscisse a rendere compatibile il mio suonare con tutti i membri del gruppo. Chiara riesce a cantare i miei testi come se li avesse scritti lei, però posso assicurarvi che lei scrive molto meglio di me. Gianluca riesce a rappresentare il ruolo da «goleador» che mi esalto ad inserire in alcune composizioni. La sua intensità ed eleganza mi hanno stupito dal primo momento.
Credi che la musica sia anche un veicolo per raccontare storie? Tu la intendi in questo modo? Vorrei sempre poter raccontare qualcosa con la musica. A volte storie più evidenti a volte più oniriche. Credo che ogni forma d’arte voglia raccontare dell’essere umano, in fondo raccontiamo anche quando non sappiamo di farlo. Manifestare un’emozione o una sensazione non è un racconto? Non è detto che i racconti debbano essere lunghi o sensati. A volte durano un secondo.

La tua formazione senese, al di là degli aspetti tecnici, cosa lascia nella tua esperienza di musicista? Un metodo? Un’etica del suonare? Un modo di stare insieme nella musica? Incontrare Siena Jazz nel mio percorso è stata la mia più grande fortuna. Quella scuola racchiude molte delle menti più geniali che abbiamo sul nostro territorio. Sono arrivato lì ancora bambino e ho imparato tutto sull’essere un musicista. Il tema principale delle lezioni era trovare la propria identità e sapersi proporre come artisti unici all’interno del mondo musicale. E per tutti il primo passo era quello di sviluppare un profondo interplay con gli altri musicisti. Penso che questa idea abbia formato profondamente il mio atteggiamento nella musica.
Quali sono i mentori ai quali senti di dovere la tua riconoscenza? Ho avuto davvero tanti maestri nel corso degli anni e tutti sono stati importanti. Sicuramente i primi imprinting li ho ricevuti dal chitarrista Roberto Cecchetto e dal pianista Stefano Battaglia. Cecchetto mi ha insegnato a risolvere gli indovinelli della sfinge, anche detta chitarra elettrica (sfinge che continua a propormi giornalmente quesiti cui non so rispondere) e Battaglia mi ha insegnato un modo di affrontare la musica e l’improvvisazione che mi ha permesso di delineare i confini del mio stile.
E i tuoi progetti per il prossimo futuro, cosa prevedono? Adesso voglio implementare il più possibile la formazione in quintetto al sound di Rosmarino e vedere cosa succede. Credo che a breve nascerà anche qualcosa di nuovo ma sono un po’ scaramantico e mi manterrò in un dignitoso riserbo.
