Il piccolo borgo di Paggese, frazione di Acquasanta Terme, si è trasformato il 25 luglio in un luogo privilegiato per il jazz d’autore. Il concerto del quartetto di Shai Maestro è stato infatti uno degli appuntamenti più significativi della quinta edizione di JazzAP, il festival diffuso ideato e diretto artisticamente dal pianista e compositore Emiliano D’Auria, una manifestazione che negli anni ha saputo distinguersi per la capacità di portare la grande musica nei borghi delle Marche, intrecciando paesaggio, identità territoriale e progettualità artistica di alto profilo. Una formula ormai consolidata che continua a dimostrare come la decentralizzazione culturale possa trasformarsi in un valore aggiunto, creando condizioni di ascolto difficilmente replicabili nei grandi contesti urbani.
In questo scenario, alle 21.30, il pianista israeliano Shai Maestro, da tempo residente in Spagna, ha presentato un quartetto particolarmente interessante, del tutto diverso dal suo gruppo The Guesthouse, ma che è capace di sorprendere e ammaliare. Accanto a lui, tre musicisti di straordinaria personalità: Matteo Bortone al contrabbasso, Nitzan Bar alla chitarra elettrica e Francesco Ciniglio alla batteria. Più che un gruppo guidato da un leader, quello ascoltato a Paggese è apparso come un organismo collettivo, nel quale ogni musicista partecipa alla costruzione della forma musicale con pari dignità espressiva.
L’apertura con Lifeline, dall’album «The Dream Thief» ha immediatamente dichiarato la poetica del quartetto. Nessun ingresso tradizionale, nessuna esposizione tematica affidata al pianoforte. Maestro ha invece infilato le mani all’interno dello strumento, pizzicando direttamente le corde e trasformando il pianoforte in una sorgente timbrica percussiva. A questo paesaggio sonoro iniziale si sono uniti progressivamente il contrabbasso di Matteo Bortone e la chitarra elettrica di Nitzan Bar, anch’essi impegnati nella costruzione di un tessuto fatto di armonici, risonanze e colori. Per alcuni istanti la musica è sembrata nascere dalla materia stessa degli strumenti prima ancora che dalle note, in un’introduzione che richiamava certa improvvisazione europea contemporanea e le esperienze della musica elettroacustica. Solo successivamente il pianoforte è tornato alla tastiera facendo emergere, quasi naturalmente, il tema di Lifeline. All’interno del brano il quartetto ha inserito una sorprendente citazione di Eleanor Rigby dei Beatles. Non una semplice strizzata d’occhio al pubblico, bensì un frammento melodico perfettamente integrato nel discorso improvvisativo. La celebre linea di McCartney appariva per pochi istanti, per poi dissolversi all’interno di nuove progressioni armoniche che ne trasformavano completamente il significato.

Il secondo momento della serata è stato dedicato a Norwegian Wood, anch’essa profondamente rielaborata. Del celebre brano beatlesiano restavano soltanto alcune cellule melodiche e il profilo armonico essenziale, mentre tutto il resto veniva ricostruito attraverso un linguaggio pienamente contemporaneo. Più che un arrangiamento, una vera riscrittura, nella quale il materiale originario diventava pretesto per un lungo percorso improvvisativo. Ancora una volta emergeva la volontà del quartetto di utilizzare repertori universalmente riconoscibili come materia viva da trasformare, evitando qualsiasi forma di nostalgia o citazionismo.
Con GG’s Metamorphosis il concerto ha assunto una dimensione ancora più dinamica. Come suggerisce il titolo, il principio della trasformazione governava l’intero sviluppo del brano. Temi, ritmi e armonie mutavano continuamente prospettiva senza mai interrompere la continuità narrativa. È qui che si è apprezzato pienamente il ruolo di Nitzan Bar. La sua chitarra elettrica non cerca mai il protagonismo solistico ma amplia costantemente il vocabolario timbrico dell’ensemble attraverso riverberi, accordi sospesi, linee melodiche essenziali e un uso estremamente raffinato dell’elettronica. Più che dialogare con il pianoforte, ne prolunga il respiro.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’intera esibizione è stato il lavoro sulle progressioni armoniche. Maestro costruisce la tensione evitando sistematicamente le risoluzioni prevedibili. Le armonie procedono per slittamenti, sovrapposizioni, aperture improvvise e continue sospensioni, generando una sensazione di instabilità controllata che mantiene viva l’attenzione dell’ascoltatore. Si tratta di un linguaggio che rimanda, per sensibilità e concezione del colore, a quella corrente del jazz nordeuropeo sviluppatasi negli ultimi decenni, nella quale la ricerca timbrica assume un’importanza pari a quella ritmica. Tuttavia Maestro evita qualsiasi imitazione stilistica, filtrando quell’estetica attraverso una sensibilità profondamente personale, nella quale convivono la formazione classica, la tradizione jazzistica americana e una sottile impronta mediterranea.
Altrettanto raffinato è apparso il continuo lavoro sulle dinamiche sonore. Raramente si ascolta un quartetto capace di controllare il volume con una tale precisione. I pianissimo diventavano veri strumenti drammaturgici, creando attese che sfociavano in crescendo costruiti con estrema gradualità. Nulla risultava enfatico o spettacolare; ogni aumento di intensità sembrava nascere da un’esigenza interna del discorso musicale. È proprio questa gestione del respiro collettivo a rappresentare uno dei principali punti di forza del gruppo.

In questo equilibrio Matteo Bortone ha svolto un ruolo determinante. Il suo contrabbasso possiede una qualità sonora di rara profondità e una straordinaria libertà melodica. Mai confinato alla semplice funzione ritmica, Bortone suggerisce continuamente nuove traiettorie armoniche, diventando un vero coautore dello sviluppo improvvisativo. Il suo fraseggio è elegante, sempre misurato, ma capace di imprimere direzioni decisive all’interazione collettiva.
Non meno prezioso il contributo di Francesco Ciniglio. La sua batteria rifugge qualsiasi protagonismo virtuosistico per concentrarsi sulla costruzione dello spazio sonoro. Più che scandire il tempo, Ciniglio modella continuamente la respirazione della musica, utilizzando piatti, rullante e tom come elementi di una tavolozza timbrica estremamente ricca. La sua è una batteria narrativa, fatta di ascolto, elasticità e continua capacità di adattamento.
Refuge ha rappresentato probabilmente il momento di maggiore intensità emotiva. È una composizione costruita sul valore del silenzio tanto quanto su quello delle note. Ogni pausa acquisisce significato, ogni frase sembra nascere naturalmente dalla precedente. L’improvvisazione qui diventa autentica composizione istantanea, nella quale i confini tra materiale scritto e invenzione estemporanea si dissolvono completamente.
Con Gloria il clima si è progressivamente schiarito. Il quartetto ha esplorato territori più lirici senza rinunciare alla complessità armonica. Ancora una volta emergevano quella ricerca sul colore, l’uso dello spazio e la tensione armonica permanente che costituiscono alcuni dei tratti distintivi della poetica di Maestro. Il dialogo tra pianoforte e chitarra raggiungeva momenti di rara eleganza cameristica, sostenuto dalla solidità discreta di Bortone e dalla sensibilità ritmica di Ciniglio.
La conclusione con The Lethal Athlete ha riportato la musica verso una dimensione più energica. Le articolate metriche irregolari venivano affrontate con assoluta naturalezza, mentre le lunghe sezioni improvvisate confermavano la straordinaria coesione del quartetto. Nessun assolo concepito come esibizione individuale: tutto nasceva e si sviluppava all’interno di un dialogo continuo, nel quale ogni intervento contribuiva alla costruzione di un unico organismo sonoro.

L’impressione complessiva è quella di un gruppo che ha raggiunto una maturità rara. Shai Maestro non esercita la leadership imponendo il proprio pianismo, ma creando le condizioni perché la musica possa svilupparsi collettivamente. Le composizioni diventano architetture aperte, continuamente ridefinite dall’interazione tra i musicisti. Ogni concerto assume così il valore di un evento irripetibile, dove scrittura e improvvisazione convivono senza soluzione di continuità.
Nel silenzio della piazza di Paggese, lontano dalle convenzioni dei grandi festival cittadini, questa musica ha trovato un contesto ideale. La qualità dell’ascolto, favorita dalla dimensione raccolta del luogo, ha permesso di cogliere ogni sfumatura di una performance costruita più sulla profondità che sull’effetto.
Anche per questo il concerto del quartetto di Shai Maestro rappresenta uno dei momenti più riusciti della quinta edizione di JazzAP. Il festival diretto da Emiliano D’Auria conferma ancora una volta una linea artistica coerente e coraggiosa, capace di coniugare eccellenza musicale e valorizzazione del territorio, proponendo artisti che interpretano il jazz come linguaggio in continua evoluzione. Quello ascoltato a Paggese è stato molto più di un concerto: un laboratorio creativo in tempo reale, nel quale il suono è diventato materia viva, le tensioni armoniche hanno alimentato un racconto sempre in movimento e l’improvvisazione si è trasformata nella forma più alta della composizione contemporanea.
Alceste Ayroldi
*Le foto sono di Alceste Ayroldi
