Maria Pia De Vito Buarqueana

Roma, MAXXI, 15 luglio 2026

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Musica Jazz Radio

A quasi sei mesi dalle serate romane della Casa del Jazz, Buarqueana appare ormai molto più di un disco fortunato o di un riuscito omaggio a Chico Buarque. Al MAXXI, la sera del 15 luglio, Maria Pia De Vito è tornata a confrontarsi con quel materiale insieme ai compagni di viaggio di questa avventura – Huw Warren, Roberto Taufic e Roberto Rossi – offrendo l’impressione di un lavoro ulteriormente maturato e interiorizzato.

Non è cambiato molto, almeno in apparenza. La formazione è la stessa. Le presentazioni dei brani conservano quella dimensione affabile, colloquiale e mai enfatica che caratterizza da sempre il rapporto della cantante con il pubblico. Molti racconti accompagnano ancora le canzoni secondo un percorso ormai riconoscibile, nel quale la vicenda artistica e umana di Chico Buarque si intreccia costantemente con quella della stessa De Vito.

Ma ciò che a gennaio appariva come la presentazione dal vivo di un’opera, oggi restituisce l’impressione di un repertorio pienamente vissuto. Le canzoni nascono direttamente sulla scena, raggiungendo quell’apice in cui l’assorbimento completo di un materiale musicale consente agli interpreti di superare la pur necessaria fedeltà alla forma, per raggiungere la libertà più profonda, quella che deriva dal suo tramutamento in un linguaggio.

In questo senso, il concerto è anche una verifica della qualità straordinaria del quartetto. Se è vero che Buarqueana nasce dall’incontro tra la sensibilità poetica di Maria Pia De Vito e l’universo di Chico Buarque, è altrettanto vero che il suo compimento avviene nella dimensione collettiva del gruppo. Huw Warren continua a rappresentarne un interlocutore privilegiato. Il dialogo fra pianoforte e voce raggiunge spesso un livello di intimità simile a quello di una conversazione, procedendo per allusioni e cenni più che per affermazioni. Roberto Taufic conferma il proprio ruolo di architetto silenzioso: il suo contributo non cerca mai la centralità, ma risulta essenziale nel definire prospettive, profondità e colori. Roberto Rossi, dal canto suo, continua a distinguersi per una capacità rarissima di sostenere il discorso senza sovraccaricarlo, suggerendo sviluppi e tensioni con una naturalezza che finisce per apparire inevitabile.

Ma il concerto del MAXXI ha mostrato anche altro. Ha infatti offerto la prova che il nucleo profondo di questo progetto risiede nella capacità di trasformare la parola in una esperienza emotiva condivisa. Ogni brano scava sotto la superficie del racconto. Le canzoni di Buarque mantengono naturalmente la loro straordinaria ricchezza letteraria, ma nella voce della cantante acquistano un’ulteriore dimensione, quasi fisica, che investe direttamente l’ascoltatore.

Non si tratta semplicemente di interpretazione o di espressività. Si ha piuttosto la sensazione di assistere a un processo di immedesimazione completa, nel quale il canto diventa un meccanismo di trasmissione emotiva. La musica può arretrare per lasciare emergere il contenuto umano delle canzoni: la nostalgia, l’amore, il desiderio, l’ironia, la malinconia, ma anche la consapevolezza civile e politica.

Il contesto stesso del MAXXI – in una piazza gremita come raramente avviene –  ha enfatizzato questo aspetto. Lo spazio aperto, attraversato da presenze differenti e da un pubblico composito, ha fatto emergere forse ancora più chiaramente la forza comunicativa del progetto, che, malgrado la maggiore dispersione, ha saputo creare, in questo contesto di umanità, una sorprendente concentrazione dell’ascolto.

Alla fine del concerto resta l’impressione che Buarqueana, già opera autonoma, dotata di una propria identità performativa, sia una materia viva e pulsante, lingua comune parlata da quattro musicisti che la condividono profondamente e che, proprio per questo, riescono a trasmetterla con una immediatezza rara.

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