A volte capita che uno dei concerti più importanti della stagione si svolga davanti a una platea che, per quantità delle presenze, sembra smentire, con una certa malinconia, la qualità di ciò che avviene sul palco. È quanto accaduto il 10 luglio alla Casa del Jazz, dove il trio di Kris Davis ha presentato una musica che appartiene con pieno diritto al miglior presente del jazz creativo internazionale.
Forse proprio per questo, continua a richiedere agli ascoltatori una disponibilità non scontata, che male si inserisce nel contesto di una «stagionalità» tutta italiana. Peccato, dunque, per le molte sedie vuote. Peccato, inoltre, che abbia riguardato un’artista già invitata altre volte dall’organizzazione, circostanza che fa ritenere il problema di portata più ampia. Peccato, infine, che sia avvenuto nell’imminenza dei risultati del Critics Poll di DownBeat, che ha meritatamente attribuito alla musicista canadese la corona di migliore pianista dell’anno.
Il trio – che come è noto comprende Robert Hurst al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria – presentava in questo tour estivo il nuovo disco «Lost In Geneva», la cui uscita è prevista per il 25 settembre, e proponeva un programma costruito in parte sui materiali del precedente «Run The Gauntlet» e in parte sulle nuove composizioni del disco di imminente pubblicazione.
Quanto è andato in scena è apparso come il ritratto di una formazione arrivata a un livello di maturità rara, nata dall’incontro fra tre personalità fortissime. Davis è riuscita a tenere insieme una robusta impronta jazzistica e la propria attitudine all’esplorazione, trovando in Hurst e Blake due interlocutori ideali, capaci di accompagnarne e amplificarne la visione. Così il trio riesce a trasformare la complessità compositiva in una esperienza immediatamente percepibile per il pubblico, tenendo insieme rigore strutturale, libertà improvvisativa e profonda comunicazione emotiva.
La sensazione restituita dal concerto è che il processo sia andato ulteriormente avanti: i tre costituiscono ormai un organismo collettivo che pensa, respira e reagisce come una sola entità musicale. È probabilmente questa la differenza più evidente fra le composizioni già note e quelle che confluiranno nel nuovo attesissimo album: se il precedente manteneva ancora un forte carattere concettuale, legato all’omaggio a una serie di pianiste fondamentali per la formazione artistica della leader, il nuovo repertorio, pur se posto in schietta continuità, nasce soprattutto dall’esperienza condivisa del trio stesso.
La pianista ha recentemente osservato come gli anni trascorsi in tournée abbiano consentito alla formazione di sviluppare una comprensione reciproca molto profonda, fondata sulla ricerca dei dettagli, sul gioco delle micro-variazioni e sulla possibilità di trovare ogni sera nuove vie d’accesso allo stesso materiale musicale. Proprio questa consapevolezza è emersa con forza durante il concerto.
Colpisce anzitutto il modo in cui la complessità della scrittura venga assorbita nella naturalezza del discorso musicale. Davis continua a lavorare su strutture altamente organizzate, ma l’impressione non è mai quella di una musica che le esibisca. Le costruzioni ritmiche irregolari, gli slittamenti metrici, gli accumuli di tensione e le improvvise aperture liriche si presentano come fenomeni organici, quasi inevitabili. In questo quadro il contributo di Hurst si rivela determinante. Il contrabbassista agisce come un centro di gravità mobile: non stabilizza il flusso, ma lo orienta, offrendo punti di appoggio che consentono alla musica di espandersi in più direzioni contemporaneamente. Blake, dal canto suo, continua a confermarsi uno dei batteristi più intelligenti e fantasiosi della sua generazione, capace di passare dalla propulsione più energica a una sensibilità quasi coloristica senza alcuna soluzione di continuità.
Ciò che affascina maggiormente, tuttavia, è l’equilibrio raggiunto dal trio in termini di dinamismo, tra profusione di energia, ascolto reciproco e offerta all’ascoltatore. Anche nei momenti di maggiore densità, la musica mantiene una enorme capacità comunicativa, fondata non tanto sulla riconoscibilità dei materiali quanto sulla chiarezza delle tensioni emotive che li attraversano. Il risultato è una forma di intensità che non chiede allo spettatore di decifrare un codice, permettendogli di condividere uno spazio sonoro in costante trasformazione.
Al termine della serata è rimasta un’impressione netta: la formazione si trova nel pieno della propria maturità creativa, ma avrà ulteriori sviluppi. Il primo album aveva documentato la nascita di un progetto di altissimo livello, i brani ascoltati in anteprima dal nuovo sembrano raccontarne la piena fioritura. Peccato soltanto che a testimoniarlo fossero in pochi. Chi c’era, però, ha potuto assistere a uno dei passaggi più significativi dell’estate jazzistica romana.
