Intervista a Lorenzo Cimino

Il Festival Internazionale del Jazz della Spezia è la kermesse jazzistica più longeva d’Italia, che quest’anno giunge alla cinquantottesima edizione. Ne parliamo con il direttore artistico.

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La 58ª edizione del Festival Internazionale del Jazz della Spezia conferma la manifestazione come la più longeva d’Italia dedicata al jazz. Che significato ha per lei guidare una realtà con una storia così importante?
È un privilegio che porta con sé una responsabilità immensa. Guidare il festival più antico d’Italia, nato nel 1969 grazie all’intuizione di Tiberio Nicola, significa avere tra le mani un patrimonio culturale che appartiene non solo alla città della Spezia, ma a tutta la storia musicale italiana. Il significato profondo sta nel custodire questa eredità senza trasformarla in un reperto da museo: il dovere di un direttore artistico oggi è far dialogare quel passato glorioso con l’urgenza espressiva del presente.

Qual è stato il filo conduttore che ha ispirato la costruzione del cartellone di quest’anno?
L’esplorazione dell’equilibrio tra tradizione e spinta propulsiva verso il futuro, tra potenza ritmica e sottrazione acustica. Volevo un cartellone che fosse un ecosistema vitale, capace di mostrare come il jazz sia un linguaggio elastico. Si passa dal magistero assoluto del be-bop e del lirismo, alla forza tellurica della fusion, fino alle esplorazioni vocali e alle contaminazioni con la world music e il grande cantautorato d’impatto.

Ha definito il programma come un dialogo tra i padri fondatori del jazz e le icone contemporanee. Come si traduce concretamente questa idea nella scelta degli artisti?
Si traduce in un affiancamento quasi programmatico. Da una parte abbiamo maestri assoluti come Kenny Barron, affiancato a una fuoriclasse del contrabbasso moderno come Linda Oh, o una leggenda del ritmo come Billy Cobham. Dall’altra abbiamo Pat Metheny, che con il suo progetto Side-Eye III porta in scena proprio il concetto di passaggio generazionale, scegliendo di farsi affiancare da giovani talenti. A chiudere il cerchio, voci dal respiro mondiale come Noa e LP, che dimostrano come l’attitudine all’improvvisazione e la verità della performance dal vivo possano arricchire anche i territori del crossover e del pop d’autore.

Spicca, senz’altro, l’assenza di musicisti italiani in cartellone. Una scelta casuale o causale?
È una scelta dettata dalle dinamiche specifiche di questa edizione e dalle architetture dei tour internazionali che siamo riusciti a intercettare per il main stage. Avendo l’opportunità di portare alla Spezia calibri statunitensi e internazionali di questo livello storico, abbiamo concentrato le risorse del cartellone principale su di loro per celebrare la vocazione cosmopolita del 58° anniversario. Non è assolutamente una preclusione artistica verso il jazz italiano, che gode di ottima salute e che in passato e in futuro tornerà sicuramente a essere protagonista delle nostre programmazioni.

Quanto è difficile oggi conciliare qualità artistica, sostenibilità economica e capacità di attrarre un pubblico sempre più ampio?
È un vero e proprio funambolismo. I costi tecnici e di produzione per ospitare eventi di respiro mondiale sono aumentati esponenzialmente, e far quadrare i bilanci per un Ente del Terzo Settore come la nostra Società dei Concerti richiede un rigore organizzativo assoluto. Il segreto è non abbassare mai la qualità artistica per cercare il consenso facile: il pubblico va attratto alzando l’asticella della proposta, creando eventi che siano percepiti come irrinunciabili per la loro eccellenza, e non per pura logica commerciale.

Negli ultimi anni il festival ha registrato numeri in costante crescita. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questo successo?
Credo dipenda dalla diversificazione della proposta, pur mantenendo un rigore di fondo. Chi viene al Festival della Spezia sa di trovare l’eccellenza. Abbiamo dimostrato che si possono fare grandi numeri anche offrendo set acustici o progetti d’avanguardia. La fiducia del pubblico si conquista sul campo: quando garantisci qualità tecnica ineccepibile e artisti che sul palco danno l’anima, il passaparola e l’affezione crescono di anno in anno.

Che tipo di pubblico incontra oggi il jazz alla Spezia rispetto a quello di qualche anno fa?
È un pubblico molto più eterogeneo e anagraficamente trasversale. Non c’è più solo l’esperto o l’appassionato storico, ma si vedono sempre più giovani e giovanissimi. Questo è il risultato diretto di programmazioni aperte: artisti che ibridano i linguaggi attraggono ragazzi che magari, entrati per ascoltare sonorità più vicine ai loro gusti, finiscono per farsi rapire dall’atmosfera e dall’energia dell’improvvisazione dal vivo, tornando poi l’anno successivo per esplorare altro.

Quali sono gli elementi che rendono il Festival della Spezia un punto di riferimento nel panorama jazzistico italiano ed europeo?
La continuità storica, senza dubbio, ma anche la capacità di trasformare la città in un palcoscenico diffuso. La sinergia profonda con l’amministrazione comunale permette di creare un evento che non è avulso dal territorio, ma che lo valorizza. A questo si aggiunge la reputazione internazionale che abbiamo costruito: gli artisti sanno che alla Spezia trovano un’organizzazione impeccabile, piazze storiche e un pubblico estremamente attento e preparato.

Lorenzo Cimino

Qual è il ruolo culturale che una manifestazione come questa può avere oggi, in un contesto musicale sempre più dominato dalla velocità e dal consumo digitale?
È un ruolo di resistenza attiva. Nell’epoca dell’ascolto distratto, dello streaming compresso e delle produzioni musicali plastificate, un festival jazz impone il rito della lentezza, della concentrazione e della condivisione fisica. Restituisce centralità al gesto umano, al rischio dell’improvvisazione, al suono di uno strumento acustico che vibra nell’aria. È un richiamo potente all’unicità dell’esperienza hic et nunc.

La presenza di LP amplia ulteriormente gli orizzonti della manifestazione. Quanto è importante aprire il festival a linguaggi che dialogano con il jazz pur provenendo da altri mondi musicali?
È vitale. Il jazz è nato ibridandosi e nutrendosi della musica popolare che aveva intorno. LP possiede una vocalità impressionante, un’urgenza espressiva cruda e una presenza scenica che ha pochissimi filtri artificiali: è un’artista vera. Includere nomi di questo calibro in un festival jazz non significa diluirne l’identità, ma ricordare che il denominatore comune della grande musica è l’intensità emotiva e l’onestà della performance esecutiva.

Non teme gli strali velenosi dei “talebani jazzofili” per questa scelta?
Li accolgo sempre con un sorriso, perché fanno parte del gioco da decenni. Ma i confini rigidi non hanno mai fatto bene a nessuna forma d’arte. Se Miles Davis o Herbie Hancock avessero dato retta ai “talebani” dell’epoca, capolavori fondamentali del Ventesimo secolo non sarebbero mai nati. Il mio compito non è rassicurare i dogmatici, ma offrire grande musica; sono convinto che la qualità assoluta di questi artisti saprà mettere d’accordo anche gli ascoltatori più esigenti.

LP

Da direttore artistico, qual è stata la sfida più complessa affrontata in questi anni?
Mantenere viva l’anima “artigianale” e passionale del festival all’interno di una macchina burocratica e organizzativa ormai inevitabilmente industriale. Organizzare eventi con migliaia di presenze impone rigidità strutturali e normative ferree. La sfida quotidiana è far sì che questa enorme infrastruttura produttiva resti invisibile al pubblico, per restituirgli unicamente la magia, la libertà e l’immediatezza della musica suonata dal vivo.

Lei è conosciuto non solo come direttore artistico ma anche come trombettista, compositore e docente. In che modo queste esperienze influenzano il suo lavoro di programmatore artistico?
In modo radicale. L’orecchio del musicista mi guida nella lettura tecnica ed estetica dei progetti, permettendomi di immaginarne la resa dal vivo e il colore timbrico. Parallelamente, il mio ruolo di docente mi tiene ancorato alla realtà: il contatto quotidiano con le nuove generazioni mi aiuta a non perdere mai di vista la necessità didattica e divulgativa che un evento culturale di questa portata deve necessariamente mantenere.

Nel suo percorso ha collaborato con musicisti come Giorgio Gaslini, Tony Scott, Lester Bowie, Peppe Servillo e Javier Girotto. Quale insegnamento porta con sé da queste esperienze?
Ognuno di loro mi ha lasciato un’impronta profonda. Da Gaslini ho appreso il rigore formale e la visione architettonica della musica; da Lester Bowie e Tony Scott l’importanza dell’irriverenza, della sfrontatezza creativa e del non prendersi mai troppo sul serio sul palco, lasciando che fosse la musica a parlare. Servillo e Girotto mi hanno invece insegnato moltissimo sul calore narrativo e sull’interazione umana, sul modo in cui suono e parola possono compenetrarsi fino a diventare una cosa sola. L’insegnamento universale è stato l’umiltà artigianale con cui questi immensi artisti si approcciano al loro strumento ogni singolo giorno.

Lorenzo Cimino

Quali progetti musicali personali ha in cantiere dopo questa intensa estate dedicata al festival?
Di recente ho pubblicato alcuni lavori a cui tengo moltissimo e che riflettono diverse sfaccettature della mia ricerca espressiva: «Enoscapes», un omaggio in duo con il chitarrista Sergio Sorrentino alla musica di Brian Eno; l’album di musica contemporanea e sperimentale «Fluxus Trumpet», un disco dal vivo inciso con il mio quartetto; e infine una partecipazione con gli Ujig nel loro progetto di omaggio a Miles Davis. Appena si chiuderà il sipario del Festival ad agosto, l’obiettivo è tornare immediatamente in studio per proseguire la sperimentazione sull’interazione tra lo strumento acustico, l’elettronica e i processori digitali, approfondendo lo studio di quei paesaggi sonori ambient e rarefatti che in questo momento sento particolarmente vicini alla mia sensibilità.
Alceste Ayroldi

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