Lo stato del Minnesota, che si trova nel nord degli Stati Uniti al confine col Canada, purtroppo assurto alle cronache più recenti per ragioni drammatiche, certamente non artistiche, ha dato i natali ad alcune delle personalità più influenti della cultura americana. In letteratura la figura determinante di Francis Scott Fitzgerald, genio precoce, fulmine di abbagliante splendore nella prima metà del secolo scorso, scomparso fin troppo presto così come lo sono stati in musica: Eddie Cochran, uno dei grandi del rock’n’roll, Judy Garland, che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del cinema e dello spettacolo in genere, quindi Prince, magnetico riedificatore del funk e del rhythm’n’blues. Fra i contemporanei che sono fra noi certamente Bob Dylan, giustamente entrato nella mitologia di tutta la musica americana fino a travalicare i confini dei cinque continenti, e una donna che il destino ha voluto nascesse pochi decenni fa in un piccolo borgo, Windom (che tutt’oggi conta non più che qualche migliaio di anime): la compositrice e arrangiatrice Maria Schneider. Per coincidenze varie, o forse per un ineffabile destino, la giovane ragazzina della campagna del Minnesota viene ben presto rapita dalla musica per via di un’incredibile insegnante di pianoforte, tale Evelyn Butler appassionata di stride, capitata per magico fato una sera a casa Schneider, e che da allora seguirà la piccola Maria dandole le prime direttive per quella che poi sarà una carriera folgorante. Il resto è storia, come si suole dire: ben presto Windom diventerà il luogo dei ricordi, quelli soffusi d’incantevole malinconia come l’andare a caccia o a pesca col padre, mentre davanti le si aprivano le porte della grande musica, del jazz come assistente di Gil Evans. Dal geniale arrangiatore canadese Maria imparerà quasi tutto: la sottile arte degli impasti strumentali, gli ostinati in secondo piano, le nuvole colorate dei fiati, la ritmica soffusa ma insistente, fino a spingersi oltre e configurare con risultati di altissimo livello un talento che ancora oggi illumina il cielo della musica che amiamo con una luce forte, pura, con segni che nel tempo sono diventati sempre più indelebili. Musica scritta come la dea comanda, che s’insinua nell’animo con leggerezza e non ti abbandona più. Come i nostri lettori più attenti sapranno, abbiamo seguito passo per passo la carriera della Schneider negli ultimi vent’anni, rendendo conto degli sviluppi e delle vicissitudini artistiche di quella che oggi può essere senza dubbio considerata come una compositrice dalla presenza ineludibile nel panorama mondiale del jazz. Una stella che non ha mai smesso di dare luce a brani e dischi che sono capisaldi di un percorso artistico di prim’ordine. Alcune di queste opere erano e rimangono come pietre miliari in una strada ben delineata, dove il talento di Maria non ha mai ceduto il passo a lusinghe di carattere commerciale, o se vogliamo semplicistico, superficiale. Il nucleo centrale dell’arte della Schneider è proprio la sua granitica identità: la musica che da lei proviene le appartiene visceralmente, nel senso più profondo del termine, ed è dunque frutto di un’innata originalità, come gli stessi suoi musicisti, che la seguono riverenti, sanno bene. Non c’è un accordo, una linea melodica che possa rimandare ad altro, non un déjà vu o una citazione eterogenea, persino negli arrangiamenti di alcuni noti standard nei suoi primi dischi. Per tutti valga lo splendido Love Theme from Spartacus, rintracciabile nell’album «Coming About» del 1996: il tema di Alex North, che ricordiamo nel finale struggente del bel film di Stanley Kubrick, rinasce e prende nuova vita come il suo stesso autore meglio non avrebbe potuto fare. Del resto, l’altro luogo topico dell’arte della Schneider è la costante ricerca entro i confini delle codifiche ben delineate di armonia e melodia. Raramente si potrà trovare in una sua composizione che trascenda quei profili sonori, e se ciò accade è per una ragione ben precisa che risiede nel significato ultimo di quel brano, anche in termini extra-musicali. Ciò è avvenuto, ad esempio, proprio nei suoi ultimi lavori, come il giustamente celebrato doppio album «Data Lords» del 2020 o nell’ep «American Crow» da poco pubblicato e del quale con lei parleremo in maniera estesa nell’intervista che segue. L’unicità di Maria nel panorama musicale mondiale è così evidente al punto che non ci sembra di intravvedere degli epigoni, forse solo qualche imitatore o imitatrice. La ragione di ciò può essere del tutto semplice o all’opposto totalmente complicata: la musica della Schneider è emanazione di un afflato spirituale che ne pervade ogni struttura. Cioè ogni singolo elemento, dall’intervento di un assolo alla tromba, il fraseggio della chitarra, oppure la combinazione in contrappunto o in omofonia delle sezioni dell’orchestra, serve a costruire un linguaggio univoco, certamente comprensibile ma allo stesso tempo non traducibile in termini elementari. È un paradosso, questo, che volendo si può ritrovare nelle opere di molti grandi artisti, che siano musicisti, scrittori, pittori, o altro. È la peculiarità di chi si sforza esasperatamente di rappresentare se stesso, dunque nel modo più originale possibile, cercando comunque di essere comunicativo verso chi lo legge, lo vede, lo ascolta. Da qui si capisce anche il motivo della rarefazione nella produzione della nostra artista, che va di pari passo con la sua leggendaria, esasperata ricerca della perfezione, al punto che ogni suo album pare costi una fortuna il registrarlo o perché ogni elemento sonoro, ogni assolo eseguito dai musicisti deve seguire – pur nella sua parziale libertà – un andamento che sia sempre consono alla natura di un determinato brano. Si potranno trovare, ad esempio, molti assoli o complicati fraseggi di alto livello nei pezzi delle band dei sassofonisti Dave Pietro o Steve Wilson, ma mai nessuno che possa essere paragonabile a quelli da loro eseguiti nelle composizioni della Schneider. Dopo un recente concerto dell’orchestra, nel congratularmi con il baritonista Scott Robinson per un suo assolo molto aggressivo, bellamente free e esasperato, il musicista mi ha risposto: «Grazie, lo so. Nel senso che ho sentito che potevo farlo così in quel momento». Nel palmarés di Maria ci sono ben sette Grammy, dottorati honoris causa, premi, onorificenze varie fra le quali val la pena ricordarne almeno due davvero cruciali: l’elezione a Jazz Master nella NEA (cioè il National Endowment for the Arts degli USA) e la più recente nomina come membro sia dell’Accademia Americana delle Arti e delle Scienze che dell’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere. Da ultimo si è aggiunto lo Schock Prize dell’Accademia di Svezia: un premio a cadenza biennale di 600.000 corone svedesi che viene assegnato a rilevanti personalità che hanno dato un contributo innovativo nell’ambito delle arti e delle scienze. A titolo personale considero un privilegio aver avuto la possibilità di frequentare e di sentire dal vivo decine di volte Maria e la sua orchestra in questi ultimi venticinque anni: ogni ascolto musicale o ogni colloquio con lei (il primo, pubblicato su Musica Jazz, risale al numero di aprile 2008) è sempre stato caratterizzato dal sentimento di grande rispetto reciproco e dall’afflato umano di una sensibilità fuori dal comune. Il resoconto di questo recente dialogo, in occasione dell’uscita del suo nuovo album «American Crow», che come si potrà percepire è particolarmente indicativo dei tempi che corrono in tutto il mondo, è qui di seguito. A chi non conosce l’opera della musicista posso solo consigliare di ascoltare qualsiasi album da lei prodotto: ce n’è circa una dozzina in circolazione. I miei preferiti? «Concert in the Garden» del 2004, «Sky Blue» del 2007 e «Data Lords» del 2020; oppure una singola recente antologia «Decades» del 2024. Tutti pubblicati da ArtistShare.

Ricordo la prima volta che venni a casa tua per un’intervista: mi mostrasti un piano verticale e dei fogli pentagrammati con le note segnate a matita. Componi ancora oggi in quel modo artigianale, senza l’uso del computer?
Sì, continuo a lavorare così, anche se ho imparato a mettere poi la mia musica nel computer. Ti faccio vedere degli sketch di mie composizioni: vedi che sono tutti su carta e segnati a matita?
Mi dicesti allora che quella era la tua piccola «camera di tortura». Conoscendo la tua ricerca estenuante della perfezione trovai la cosa molto carina, quasi commovente!
Oggi i giovani compositori lavorano tutti con i programmi dei computer. Il problema, secondo me, sta nel fatto che le notazioni inserite nei programmi in qualche modo ti guidano. Stai scrivendo in quattro quarti? Bene, il programma ti conduce cercando di farti proseguire su quella scansione ritmica. Con la carta, la matita e la gomma mi sento più libera, forse più creativa. Credo che il computer, col suo insistere programmatico, sia limitante. Quando scrivo musica mi piace giocare con le idee, abbozzarne diverse, tornare indietro, cambiare, seguire poi strade differenti.
Congratulazioni, comunque, per il nuovo premio che ti hanno dato dalla Svezia: lo Schock, che viene dal suo fondatore Rolf Schock, ma dal nome particolarmente eccitante! Andrai in Svezia a dirigere un’orchestra in occasione della premiazione?
In effetti per me è stato proprio uno «choc» perché non sapevo neanche che esistesse! Però ho scoperto che si tratta di un premio molto prestigioso, e ne sono onorata. Bene, sì andrò in Svezia a fare anche un concerto con una big band finlandese fenomenale, la UMO Jazz Orchestra di Helsinki, con la quale ho già iniziato a lavorare su una serie di brani. Faremo un concerto speciale per l’occasione, il prossimo 11 giugno a Stoccolma.
Veniamo adesso al tuo nuovo disco, «American Crow»: si tratta di un ep con quattro brani, dei quali uno solo è la vera novità. Come mai non un album più esteso, come di solito fai periodicamente?
Prima di tutto perché volevo che questo disco rappresentasse un messaggio singolo. Non volevo scrivere una serie di brani differenti sullo stesso soggetto. Volevo un solo brano, con l’aggiunta del remake di A World Lost, che era già su «Data Lords», ma in una versione molto diversa, più dark. Non ho voluto disperdere il significato di quella musica con altri pezzi.
Parli di un messaggio, di un significato univoco e speciale: quale? Potresti spiegarlo? Si riferisce alla situazione critica che oggi attraversiamo in tutto il mondo?
Beh, è facile capire a che situazione siamo arrivati, e io avevo già cercato di configurarla in «Data Lords»: siamo diventati tutti intossicati dalla roba che circola liberamente su internet. I grandi centri di raccolta, Google o altri, ti offrono musica apparentemente gratis per poter succhiare i tuoi dati e renderti assuefatto. La rabbia che circola porta certe persone a insistere cliccando su siti specifici, credendo così di fare scelte libere, ma in realtà dando ad altri la possibilità di conoscere le tue tendenze, anche le tue ossessioni. Raccolgono i tuoi dati e li mettono in reparti specifici per poterli poi usare convenientemente. Così succede che la rabbia aumenta e cresce sempre di più causando contrasti urlati, non calmi colloqui. La gente diventa irosa, senza alcuna possibilità di recesso. Ecco il punto in cui siamo arrivati oggi. Invece quando io lavoro con la mia orchestra sento che i musicisti s’ispirano a vicenda, collaborano, si ascoltano per migliorarsi. Quando vengono alle prove o durante le registrazioni non arrivano con visioni preconcette su come suoneranno. Vengono per ascoltarsi a vicenda, per scoprire qualcosa di nuovo.

Tutto ciò si percepisce molto bene ascoltando la tua band dal vivo. I musicisti sono felici di suonare assieme la tua musica.
Posso dirti che sono felici perché non suonano la stessa roba ogni volta. Si ascoltano e si sorprendono a vicenda. Sono vulnerabili, pronti ad ascoltare e a modificarsi. Questo è l’aspetto migliore di ciò che chiamiamo democrazia: ascoltarsi a vicenda. La gente vive esperienze diverse in vita, si creano opinioni differenti, ma quando raduni assieme le persone che hanno la disposizione all’ascolto qualcosa di più grande succede, che non accadrebbe mai nelle loro vite solitarie. Il mondo che oggi stiamo vivendo procede su un accumulo costante di rabbia, proprio perché la gente non si ascolta.
Quello che dici, cui credo fermamente, si avvicina molto a una dichiarazione politica.
Diciamo che è a-politica!
Allora è davvero filosofica, non credi?
Certo. Ciò di cui noi in America abbiamo bisogno adesso è che i nostri leader politici vadano alle sedute del Congresso per sostenere le loro idee e confrontarle fra di loro. La gente ha bisogno di leader che sappiano ascoltare, che di conseguenza riescano a trovare dei punti di accordo comune fra idee differenti che possano funzionare per tutti quanti. Trovare degli ideali in comune: qualcosa di bello che nasca dalle diversità di vedute. Posso anche dirti che ciò accade fra noi, fra i miei musicisti, ogni volta che si suona assieme. È anche la ragione per la quale ho scritto American Crow. Nel guardare i miei musicisti al lavoro in maniera così armoniosa ho pensato: perché i nostri leader a Washington non vedono tutto ciò e che quindi ne possano essere ispirati per creare le leggi allo stesso modo? Sarebbe tutto più morbido, fluido!
Hai puntato il dito su una situazione che si è creata in tutto il mondo, non solo in USA.
Lo so, ed è terribile. La mia posizione non è propriamente politica: non mi sto collocando da un lato o dall’altro della questione. Cerco di far vedere che la soluzione sarebbe a portata di mano, per via di uno sforzo di ascolto e collaborazione in comune.
Perché allora hai scelto il corvo come simbolo, che è nel titolo del brano ed è sulla copertina del disco?
Perché a casa, a Windom, molti anni fa allevavamo dei corvi. La cosa cominciò quando una nostra vicina trovò due corvi neonati che erano caduti dal nido e li diede a mia madre perché se ne prendesse cura. I due corvi crebbero bene e liberi: volavano ovunque, anche sopra la nostra piccola città. Poi tornavano da noi portando gioielli o altri oggetti brillanti che riuscivano a prendere. Rubavano cose dappertutto! Ci portavano orologi, spille, tanta roba. L’altra cosa che riuscirono a fare fu imitare l’abbaiare dei cani: li puoi sentire nella terza traccia del disco, dove c’è una registrazione fatta sul campo con dei corvi che cercano di «abbaiare» facendo dei versi molto grotteschi! Lo facevano contro i cani dei vicini, i quali venivano da noi ad abbaiare. Puoi immaginarti i risultati! Sai anche cosa facevano? Rubavano le mollette dei panni che la gente stendeva ad asciugare, così i vestiti volavano via al vento! Così un giorno arrivarono a casa i poliziotti: ciò che facevano i corvi era considerato un crimine. Ci dissero che dovevamo chiudere in gabbia quegli uccelli: non potevamo più lasciarli liberi. Dunque mio padre costruì una gabbia grandissima per loro che durante l’inverno riuscimmo a trasportare, con una macchina attrezzata, alla sede della fabbrica dove lui lavorava come responsabile. Lì c’era molto più spazio all’interno. I guardiani del fabbricato per qualche ragione riuscirono a comunicare con i corvi: parlavano loro mandandoli al diavolo! Dicevano: «Go to hell!»
Difatti l’immagine dei corvi in copertina del disco è piuttosto inquietante!
Quell’immagine è stata disegnata da un illustratore di Windom, Aaron Horkey. Gli avevo solo chiesto di mettere delle specie di elmetti ai corvi in modo che non potessero vedersi tra loro, con delle funi che li trattengono.
Ciò mi fa pensare alla sensazione paurosa che si ha, almeno all’inizio, nell’ascoltare American Crow anche dal vivo. In quel brano c’è più dramma che melodramma. Ci sono molti contrasti, soprattutto nella parte iniziale, che sembra un inno.
Sì, è un inno «stressato», con forti tensioni interne.

E questo stress pian piano si dissolve per fare emergere la tromba solista di Mike Rodriguez. Il lungo assolo di tromba reca con sé la pace fin verso la fine del brano, dove le cose cambiano ancora per ritornare ai contrasti.
Sì, volevo mostrare come si possa andare indietro nel tempo. Un tempo in cui si aveva più spazio nelle nostre vite, dove si ascoltava la radio tutto il giorno e la sera si guardava in tv il programma di Walter Cronkite della CBS con le news. La gente era perfettamente informata e ci si ascoltava a vicenda, anche se c’erano dei disaccordi. Pensa a come siamo messi oggi: dal telefono, al computer, al tablet c’è il modo di ricavare informazioni su di te. Sanno ciò che ti piace o che non ti piace, così si forma una specie di propaganda mirata su di te, conformata sui tuoi gusti e preferenze. Al tempo dei nazisti so che c’era una radio speciale, ben strutturata per diffondere la loro propaganda. Dunque, c’è bisogno ancora di chiedersi come mai non ci si ascolta più l’un l’altro? Quando ho parlato a Mike Rodriguez del suo assolo nel brano gli ho suggerito un modo di rispondere con la tromba alla band in background, che suona come se fosse un’orchestra del Midwest americano alle prese con una canzone di allora. Così lui reagisce andando avanti e indietro nel tempo, fino ad arrivare dove siamo oggi, con la gente che grida, che non ascolta, non dialoga più fino alla fine, in un crescendo assordante che copre tutto quanto.
È una spiegazione molto precisa su com’è strutturato il brano. Si riferisce al tuo passato personale e al tuo presente in mezzo a una società conflittuale.
Vero. Voglio spiegarti meglio qualcosa del mio passato. Immagino che tu sappia chi era Hubert Humphrey, il candidato del partito democratico in opposizione a Richard Nixon, repubblicano, alle elezioni presidenziali del 1968. Mio padre, che era anche un bravo pilota e guidava un piccolo aereo, aiutò Humphrey durante la campagna elettorale portandolo in volo per tutto il Minnesota. Ora, considera che quando incontrò mia madre, lei era una repubblicana di ferro, dunque il suo opposto! Infatti lei era arrivata a Windom per diventare la leader del locale partito repubblicano. Successe poi, dopo anni di matrimonio, che mio padre diventò un po’ conservatore e lei più liberal!
Il punto è che ciò non sembra più pensabile oggi. Ci sono forti separazioni e la gente non è più disposta a cambiare ascoltando chi gli è vicina in famiglia. Mettiamo che io e te non siamo d’accordo su qualcosa d’importante. Io ti potrei dire: voglio capire, voglio sentire da te come percepisci certe cose. Poi potrei aggiungere: ora ti dico come mi sento, quello che penso, quindi vorrei che tu facessi lo stesso con me. Alla fine ti direi: possiamo almeno essere d’accordo su queste tre cose? Infine potremmo trovare così una soluzione, un modo pacifico per proseguire. Spesso succede che riusciamo a essere d’accordo più di quanto lo pensavamo in origine. Quindi avremmo finalmente la possibilità dialogare. Non credo che in America la gente viva con questa divaricazione così ampia nelle diversità dei propri valori. Non ci credo. Penso invece che possiamo dialogare e trovare una strada comune per risolvere le nostre differenze. Il problema centrale riguarda proprio i «data lords», quelli che detengono le informazioni su di noi, il che dà loro un’arma potentissima per controllarci. Se ci pensi è terrificante! Per loro non si tratta di destra o sinistra in politica: è il potere delle informazioni sugli esseri umani che a loro interessa. Posso invece io farti una domanda? Il jazz, come forma d’arte americana, è emersa attraverso forze contrastanti ed è comunque un’arte dove l’ascolto ha un senso molto rilevante. Io penso che il jazz sia diventato davvero importante proprio per il fatto che accomuna musicisti in ascolto reciproco, come se fosse una forma di linguaggio. Non credi?
Ne sono assolutamente convinto, Maria. Il jazz è nato in America da un miscuglio di culture di diversa natura e origine, e nel tempo è diventato una forma d’arte internazionale, se vuoi un linguaggio per il quale un musicista asiatico, un europeo, un americano possono capirsi e ritrovarsi assieme pur provenendo da esperienze e modi di vita differenti tra loro.
È così, e anzi voglio aggiungere che la bellezza del jazz risiede nella sua vulnerabilità e nell’ascoltarsi fra musicisti. Ecco perché ritorno sul fatto di avere pubblicato un solo brano, con le sue varianti, ma un brano come messaggio univoco. Mi è costato tanto lavoro, ci ho messo tanto tempo e denaro per farlo, ma è quello che voglio in questo momento. Vorrei che la gente ci pensasse, che ragionasse sul proprio modo di agire e di comportarsi. E che magari dopo si dicesse: sì, questo è il mondo che vorrei di nuovo, che ritornasse fra noi!
Nel disco hai voluto mettere anche un’altra versione dello stesso brano, di American Crow. Mi dirai la ragione, ma io posso dirti a titolo personale che forse preferisco quest’altra versione alternativa alla prima. In particolare per l’assolo di tromba che mi sembra più incisivo, forte.
Il fatto è che quando sei in studio di registrazione e devi scegliere in quel momento qual è la versione migliore da pubblicare fra diverse tracce ti puoi sentire in imbarazzo, e comunque devi decidere. Poi avevamo fatto anche il video del brano [rintracciabile su YouTube, ndr.] ed eravamo davvero tutti esausti. Così, quando ho riascoltato i due pezzi ho pensato che anche l’altra versione era bella. Allo stesso tempo ho deciso di mettere anche una registrazione fatta sul campo dei corvi che gracchiano. Per me i corvi erano quasi come dei musicisti: si ascoltavano l’un l’altro e gracchiavano assieme…(fa il verso del corvo in maniera quasi perfetta, ndr.)… Ma c’è anche un’altra ragione che vorrei aggiungere: in inglese il verbo «crowing», che appunto viene da crow (corvo), significa anche «tirarsela», «vantarsi», dunque pensare solo a se stessi senza ascoltare gli altri. L’American Crow può significare anche questo. Nel video che abbiamo realizzato per il brano in questione c’è un singolo corvo, che è stato filmato in Iowa, mentre lo stormo che fluttua nei cieli è girato da un amico vicino a Boston. Era novembre o dicembre e lui mi mandava tutti questi video con gli stormi di corvi in volo. Io volevo mostrare nel video come si potrebbe andare indietro nel tempo, così ho pensato che una metafora efficace potesse essere quella di far vedere lo stormo a rallentatore per evidenziare il modo che questi uccelli hanno di comunicare e di muoversi assieme. Volare assieme e proteggersi l’un l’altro. Li abbiamo messi in bianco e nero mentre volano sulla città. Erano bellissimi.
Il simbolo degli Stati Uniti è l’aquila. Credi che il corvo possa sostituirlo?
Oh, sì. L’American crow dovrebbe esserlo…Voglio dare a te e ai lettori di Musica Jazz questa foto personale dei miei genitori con il corvo di casa. Il corvo Joe. Mi sembra una bella immagine.

Grazie! Adesso vorrei che parlassimo dell’altro brano che è nel disco, A World Lost, che è un remake dello stesso pezzo che era su «Data Lords», ma alquanto differente. La differenza principale è che qui alla chitarra solista c’è Jeff Miles, mentre nella prima versione c’era Ben Monder.
Sì, nella versione originale c’era Ben Monder nella parte iniziale, cui seguiva un assolo di Rich Perry al sax tenore. La nuova versione viene dall’idea che A World Lost mi sembrava l’unico pezzo che si potesse accostare a American Crow nell’album. Quindi ho deciso di farne una versione totalmente differente dalla prima. Il pezzo questa volta inizia con la fisarmonica invece che col pianoforte, poi ho lasciato che la chitarra di Jeff continuasse fino alla fine. Ne è venuta fuori una versione molto intensa, forte!
Ben Monder è un bravissimo chitarrista ma questo nuovo ragazzo, Jeff Miles, è davvero unico nel suo genere. Il brano sembra dedicato a lui e alla chitarra elettrica: Miles a un certo punto si lascia andare come un Jimi Hendrix delirante e perso nello spazio. Straordinario, anche dal vivo. Come lo hai trovato?
È stato lo stesso Ben Monder a suggerirmelo. Ben è davvero un genio, ma è molto preso dai suoi progetti personali. Non avevo mai sentito Jeff in precedenza, però sono molto contenta della scelta.
Ti ha dato un impulso nuovo alla musica.
Sono felice che il nuovo A World Lost sia venuto fuori così. Volevo che fosse molto differente dalla prima versione, quindi ancora più vicino al significato di tutto il nuovo album.
«Data Lords» è stato un album cruciale nella tua carriera, lo considero un vero capolavoro. Forse un punto di svolta. Quindi si può considerare «American Crow» non come un’appendice ma come una continuazione del discorso avviato da quell’altro album?
È così. Come se si fosse avviata una storia, un racconto con «Data Lords», e poi arrivasse il seguito, la continuazione. È come se dicessimo alla gente: bene questo è il punto dove siamo arrivati adesso, ve l’avevo preannunciato, no? Forse continueremo in futuro sulla stessa strada.
Hai altri nuovi brani che ti girano per la testa in questo periodo?
Un paio di pezzi che forse andremo a registrare: uno dedicato a un uccello brasiliano, poi un altro che ho intitolato Sixteen Seagulls, ma non fanno per ora parte di un album. Non ho un tema unico cui concentrarmi. A volte i miei album vengono fuori senza un concept di base, come per esempio «Sky Blue», altri invece hanno una tematica specifica come «The Thompson Fields» o «Data Lords». Magari la prossima volta verrà fuori una raccolta di pezzi diversi. Per ora non voglio pensarci: «American Crow» mi ha preso tante energie, sono esausta!
Sei nota per avere una dedizione assoluta alla tua musica, con un perfezionismo che assorbe molte energie e denaro. Poi hai una band molto affiatata che ti segue perfettamente, ma ci sarebbe bisogno di una tua presenza maggiore in Europa. Capisco il problema dei costi e dell’organizzazione, però la tua orchestra merita una maggiore esposizione altrove.
Hai ragione, ma per ora certe problematiche sembrano insormontabili: immagino tu sappia bene cosa vuol dire andare in tour con venti persone, i viaggi, gli hotel, le prove, i concerti e tutto il resto. L’ho fatto e ne sono stata prosciugata, fino a mettere del denaro di tasca mia per coprire i costi. Ora mi attira l’idea di lavorare con delle orchestre europee, che sono eccezionali. La prossima estate farò una serie concerti nel sud della Spagna, ad Almería, con la band Clasijazz: è un gruppo davvero meraviglioso, coordinato da Pablo Mazuecos, il quale è così entusiasta per la musica che gli ho voluto dedicare quel nuovo brano di cui ti dicevo prima, Sixteen Seagulls. Con Clasijazz preparerò una serie di esibizioni su brani scelti in tutta la mia produzione, anche con l’aggiunta di musicisti di flamenco. Poi c’è anche la Norvegia, dove già sono stata a Oslo durante il periodo covid con la locale Jazz Orchestra, diretta da Anders Eriksson, che è eccellente: abbiamo eseguito tutto «Data Lords» varie volte. È stato così bello che ora mi vogliono di nuovo nel 2028.

Sono d’accordo sul fatto che possa essere gratificante lavorare con altri gruppi in Europa, dove ci sono musicisti eccezionali, ma sarebbe diverso e forse più importante per te portare in giro la tua orchestra, i musicisti con i quali collabori abitualmente. Dovresti trovare uno sponsor per coprire i costi, come fanno altre orchestre. Tu ormai sei un’istituzione importante nel mondo del jazz.
Ci proverò, giusto per liberarmi dei problemi di organizzazione e di costi che sono davvero impossibili da gestire senza perderci e sentirsi svuotati di energie. Se dovessi rifarlo da sola finirei per andare a curarmi in ospedale!
Magari potresti anche registrare degli album dal vivo, con costi molto ridotti. Penso ad esempio a questa nuova serie che farai in Spagna: sarebbe bello che tutti potessero ascoltare quella musica su disco.
Il suono non sarebbe così buono come quello di uno studio, ma si potrebbe fare. Ci penserò. Pablo Mazuecos è bravissimo nell’organizzazione. Quando sono andata lì abbiamo fatto le prove, anche cucinato assieme a tutti quanti, vissuto esperienze in comune. È stato bellissimo, e ho trovato il tutto davvero arricchente per la mia vita personale e di compositrice. Io adoro la mia orchestra, ma a volte è bello cambiare, avere altri bravi musicisti con i quali confrontarsi, lavorare, condividere storie. Anche Anders Eriksson è sulla stessa linea: per lui la musica va vissuta come un’esperienza totale, che ingloba tutto. Con lui e con Mazuecos ho sentito che nutrivo il mio spirito: mi sento molto fortunata per tutto questo.
In conclusione, per coronare questa bella conversazione, potresti dirmi qualcosa, dei pensieri che riguardano la tua carriera, magari andando a ritroso nel tempo?
Ho sempre avuto paura nella ricerca di comporre nuova musica. Mi chiedevo, e lo faccio tuttora: ho ancora qualcosa da dire, qualcosa da esprimere? Mi è sempre successo dopo ogni album, dal primo fino ad oggi. Spesso mi sono sentita svuotata, senza idee per qualche tempo. È il mio perfezionismo che mi prosciuga, che mi rende esausta alla fine di ogni lavoro. Per esempio dopo «Data Lords» non è successo niente in me: non riuscivo a tirare fuori nulla, a scrivere, lavorare in qualsiasi modo. Poi ho pensato che in fondo la mia musica era andata in giro in molti posti, si era diffusa ovunque. Le influenze artistiche più importanti per me, soprattutto agli inizi, sono state quelle di Gil Evans e Bob Brookmeyer: due personalità cruciali per la mia attività di musicista. Dal mio secondo album in poi, «Coming About», la mia orchestra ha avuto più possibilità di suonare dal vivo e io di avere commissioni per nuovi brani. Penso a George Wein, alla Carnegie Hall, al festival di Monterey, fino al nuovo album, «American Crow», che nasce da una commissione della Emory University. Dopo il terzo, «Allégresse», la mia musica cominciava ad assumere degli aspetti più «dark». In quel momento andai per un periodo in Brasile, e lì arrivò una delle esperienze più belle di tutta la mia vita. Grandi autori, come António Carlos Jobim, Ivan Lins, Egberto Gismonti, Toninho Horta, che mi hanno cambiato intimamente. Così come poi il flamenco dalla Spagna. È la vita che ha modellato la mia musica. Da alcuni anni, per esempio, vivo principalmente in campagna: da lì è arrivata l’ispirazione per il ritorno alle origini di Windom, con «Thompson Fields». Più di recente, anche non volendo, ho sentito il desiderio di avventurarmi in «Data Lords». L’arrivo di David Bowie è stato fondamentale in quell’occasione. David amava la parte più intensa, «dark», della mia musica: è stato lui a spingermi ancora di più in quella direzione. Sono sicura che lui avrebbe adorato «American Crow». Sono i posti dove vai, le persone che incontri, le esperienze che hai, che in fondo modificano la tua musica se sei un musicista. Del resto, se non avessi la mia band, che ho costruito nel tempo, non scriverei la musica che poi faccio con loro: m’ispirano nel mio lavoro di compositrice. Chissà cosa arriverà dopo? Ancora non lo so. Così è la mia vita.

